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Cuba, i dollari e i Barbudos

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Gli edifici del Malecon de l’Avana fanno da sfondo, opachi e scrostati, al via vai di automobili anni cinquanta, bici, tram, alle coppie di innamorati...

Gli edifici del Malecon de l’Avana fanno da sfondo, opachi e scrostati, al via vai di automobili anni cinquanta, bici, tram, alle coppie di innamorati a cavalcioni sul muretto verso il mare. L’aria è calda, intrisa della nafta delle vecchie automobili tenute su a stento con poveri mezzi; su una motocicletta un’intera famiglia si allontana: papà mamma e una bimba con le codine.

A sera, il traffico ingarbugliato continua a dispetto delle strade semibuie, delle luci incerte dei fari. Tra i clacson brillano i tacchi delle ragazzine ingioiellate, lucide mulatte con la pelle levigata; le vedi porgere il braccio ai loro ganzi, forse più vecchi, ricchi o stranieri… forse no. In alto massicci e luminosi i grandi alberghi per turisti.
Di giorno c’è sempre qualcuno che ti si affianca per proporti “comida particolar”, ”casa particular”, per farti da guida, raccontarti la sua vita, venderti qualcosa, accompagnarti in discoteca… darti un figlio.
A Vignales dopo i pan di zucchero di Pinar del Rio, quasi un paesaggio giapponese, sotto una pioggerellina insistente ci troviamo davanti un comizio: sul palco due companeros vestiti di rosso, alle loro spalle la bandiera cubana e l’immagine del Che; alla fine dopo gli applausi lungo la strada principale si festeggia: giovani vestiti di bianco per lo più di colore, ballano al ritmo della musica conducendo ora in alto ora in basso un quadro con l’immagine del Che tra festoni colorati; un gruppo di musicisti si affianca.
La gente si muove con ogni mezzo, anche dopo la pioggia scrosciante del monsone: la vedi riempire gli Ua-ua, sorta di furgoni per il trasporto bestiame; anche noi ci spostiamo alla meglio su taxi fumosi e sgangherati, sugli autobus.

Le fermate avvengono spesso, i ritmi sono rilassati; per le strade larghe accoglienti che collegano le arterie principali gente a piedi, o su mucche, cavalli; sotto i ponti all’ombra passeggeri in attesa, vicino agli svincoli grandi immagini colorate del Che, di Fidel e frasi della rivoluzione; lo stesso in grandi murales presso ospedali scuole. Chiedendo loro del Che, abbiamo visto gli anziani illuminarsi, protagonisti di una vicenda storica unica e irripetibile, abbiamo invece sentito i giovani disincantati pronti a rappresentare l’entusiasmo a servizio dei turisti, in realtà pensosi sulla propria povertà, su come le cose stanno cambiando da quando sull’isola arrivano i dollari e non per tutti. Abbiamo conosciuto una famiglia di S.Clara: lui cardiochirurgo, lei pediatra: non riescono a pagare la casa in cui vivono, quello che riescono a prendere con la tessera non basta, conducono una vita assai modesta, ma non è questo il problema. Fidel continua a tuonare nei suoi discorsi oceanici alla tv che Cuba è il paese dell’America Latina in cui si sta meglio, in cui c’è un governo indipendente, in cui sanità scuola etc. etc.… lo sanno anche loro: ma ciò che guadagnano in un mese in pesos, i vicini dando in affitto una camera ai turisti lo percepiscono in dollari in una notte: ”Questa sperequazione sociale finirà per minare la solidarietà che è la base su cui si è organizzata fino ad ora questa società”, dicono…
Trinidad è una delle più belle città che abbia mai visto: le sue strade acciottolate, le grate alle finestre delle case rosa, azzurre, le palme sulla piazza; la preferivo così: gli intonaci scrostati, voci e luci sparute, bimbi seminudi per strada… prima che fosse dichiarata patrimonio dell’Unesco, e tirata a lucido…

Le spiagge più belle le ho visitate in compagnia e con la guida di gente del posto: non credo e non spero ci sarà mai uno scalo su Los Ensenachos, come ci annunciavano con orgoglio e ingenuità; così su Cayo Guillermo, Remedios, Caio S.Maria. Spero invece vi regneranno a lungo i fenicotteri rosa, le iguane, e al riparo del sole tra la folta vegetazione sulle spiagge di Baracoa appaia ancora a turisti stupiti come noi,un “indigeno” con un grosso coltello, un ananas e un cocco per ristorarci. La gente è la cosa più bella, più delle spiagge, dei paesaggi.
Siamo state alla tavola di povera gente in una baracca, unico motivo di vanto per il padrone di casa oltre alla famiglia e al pancione della moglie, i muscoli e qualche vecchio attrezzo da palestra dietro alla tenda accanto al maiale;e a Santiago ci ha conquistato la famiglia di Eloisa Callon Barroso. La vedo ancora: sorriso aperto, sigaro in bocca ad accoglierci davanti alla porta; la sua casa è spaziosa, pareti alte colorate, c’è anche un patio interno, nella stanza principale un piccolo altarino per la santeria: ha tre figli donna Eloisa, di cui una separata e risposata, cosa molto frequente a Cuba, in passato la sua famiglia era facoltosa, lo testimonia la bella casa, avevano anche delle terre, prima che arrivassero… e tace, vuole farsi capire a gesti: allarga una mano intorno al mento, con le dita
si sfiora le guance…; ci fa poi vedere la nostra camera e gli asciugamani, ha preso i più belli che ha, n’aveva altri prima, prima che… e compie lo stesso gesto. Più tardi comprendiamo che con la mano indicava la barba e “i barbudos”.

Il sud ci sembra più colorato, più vivo, più saporito, come tutti i sud del mondo; scopriamo che la figlia prepara delle torte magnifiche per poi venderle, mi chiede di spedirle, tornando in Italia, dei pupazzetti da metter su come decorazione, e… degli asciugamani naturalmente. So quanto è difficile che i pacchi arrivino in questo paese, è più facile mandarli con un turista, dico.
Santiago è magnifica, le strade in discesa sul mare sono addobbate a festa per il Carnevale; si scatenerà presto, le donne di colore ne la “conga” al ritmo dei tamburi esibiranno i loro sederi alti. ”Pensano solo a ballare e suonare” dice qualcuno, ma se pur così fosse sono magnifici, i negri, nei locali, per strada, in ogni casa de La Trova…
Bianchi o neri comunque un solo amore li unisce: le telenovelas: di pessima qualità costituiscono in tv l’unica alternativa ai discorsi lunghissimi, ore e ore di Fidel: e certo neanche nella carta stampata c’è varietà: un solo giornale, il “Gramma”, di partito con parziali notizie dall’estero. Ricordo la stazione di Ciego de Avila, la sala d’attesa piena di gente tranquilla in attesa appunto, come noi. Ad un tratto molti si alzano, le voci si rincorrono, la sala si anima… – il treno è arrivato! – pensiamo, “no – ci spiega qualcuno – è finita la telenovela!”.
Noi, per quanto ci piaccia stare con la gente, siamo pur sempre stranieri, italiani che possono viaggiare, acquistare dollari; abbiamo visto povere sfilate su vetrine di poveri negozi: ragazze che pubblicizzavano un dentifricio. Guardano le nostre scarpe, le vogliono, loro non ne hanno di così forti e rifinite, guardano le nostre magliette, i trucchi le creme. Noi abbiamo apprezzato la loro medicina: quegli unguenti, quelle pillole senza etichetta avvolte in carta comune, si sono rivelati miracolosi in più di un’occasione.

Ecco, rimangono ricordi indelebili e foto: sempre perfettamente in posa i cubani, la ragazzina con l’abito più bello allargato sul letto come le bambole di una volta, altre ne tiene accanto per immortalare il suo “Quince” quando le bambole le abbandonerà per sempre; e poi lettere su carta riciclata di una corrispondenza incerta, impronte disegnate e ritagliate su fogli a righe perché la misura delle scarpe da inviare risulti precisa.

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