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Fado di massa e jazz per caso

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Sull’aereo accanto a me c’è un uomo che legge. Non che la cosa sia strana ma non è poi così frequente.

Sull’aereo accanto a me c’è un uomo che legge. Non che la cosa sia strana ma non è poi così frequente. E’ intento, immerso nella lettura mentre attorno la gente chiacchera con accenti misti tra l’italiano e il portoghese. Tutti sono agitati, elettrizzati prima del decollo, forse per la presenza in aereo di molti bambini. L’uomo non si distrae, nemmeno davanti ai sorrisi delle hostess. Cerco di sbirciare cosa legge. E’ un libro corposo. E anche lui lo è, sembra un rockettaro in là con gli anni, con tanto di coda nonostante i pochi capelli. Le luci si spengono, l’aereo romba, forte, sempre più forte. Siamo in aria. L’uomo, non potendo leggere, ha chiuso gli occhi. Ne approfitto per scorgere nel buio la copertina del libro. Mi sporgo in un movimento equivoco per vedere: è la biografia di Miles Davis, edizione minimum fax. L’ho letto quel libro e da lì avevo deciso che Miles Davis mi sta abbastanza antipatico. Ricco di famiglia, viziatissimo, utilitarista e a un certo punto completamente avvinto dallo star system. No. Non è un mio eroe. Se dovessi scegliere un trombettista, non avrei dubbi: Chet Baker. Di sicuro per il suono. Ma anche per come scriveva. Non la musica, visto che non sapeva neanche leggerla, ma le parole: Come se avessi le ali (sempre minimum fax) e’ un libro autobiografico dalla scrittura davvero moderna.
E’ strano, sono partita per Lisbona per ascoltare il fado e mi ritrovo a pensare al jazz.
All’arrivo in aeroporto Lisbona si presenta in tutta la sua essenza: ha un ritmo inafferrabile. Tranquilla ma efficiente, moderna si’ ma non fredda, le gradazioni di pelle coprono le sfumature che vanno dal caffelatte al cacao amaro. Già si percepisce la grande attenzione alla pasticceria e ai dolci e gli occhi della gente sono profondi, di quella profondità che altrove è catalogata come tristezza.
Arrivo alla pensioncina. E’ tardi ma non ho voglia di dormire. Faccio un giro in zona, per sentire l’odore notturno della città. Sa di vento caldo, di pesce, di panni stesi. C’è qualcosa di languido, un odore languido, se esiste, è qui. Mi accorgo dalle porte chiuse dei club nella viuzza che sono nel quartiere a luci rosse. Proseguo. Riesco a intuire gli azulejos sulle facciate dei palazzi bassi, qualcuno sembra cadere a pezzi ma resiste. Di sicuro cadono per strada uomini e donne ubriache. Arrivo a una piazza. Si chiama Piazza Alegria. Al lato c’è la stazione di polizia, al centro sulle panchine del giardino dormono barboni. Fa molto caldo, non si coprono nemmeno. Faccio il giro della piazza, c’è un locale aperto. Mi pare di sentire del jazz. Entro. Anzi, scendo. E’ fumoso e sembra tornare indietro nel tempo. La gente è accalcata, seduta su sgabelli quadrati minuscoli attorno tavolini tondi bassi. Tutti chini a muovere la testa e i piedi, come chi sembra arreso ma in realtà non lo è. C’è un quartetto. Piano, sax, contrabbasso, batteria. Il batterista è fenomenale. Controllo e fantasia insieme. I musicisti sono molto giovani, mi sembrano bravi. Il palco è piccolo e lo sfondo celeste. Sopra ci sono travi in legno sulle quali il sassofonista, già molto alto, rischia spesso di sbattere visto che ha l’abitudine di tenere il ritmo con un movimento sussultorio verticale. Il pianista presenta i pezzi, il portoghese è veramente incomprensibile, persino i titoli detti in inglese sono inafferrabili. Riconosco la ballad Never let me go. Mi siedo. Appoggio la testa alla parete e, mentre le note vanno, guardo attorno. Foto ovunque di musicisti famosi: Louis Armstrong, Count Basie, gli occhi elettrici di Miles Davis mi fissano. Sbuffo. Guardo in alto, le travi al soffitto sono bianche e nere, come un piano in testa. Applausi forti. Il concerto finisce. Esco nel giardino sul retro a fumare, per istinto, poi rientro subito per godermi una sigaretta al chiuso. Prendo un depliant. E leggo. Mi trovo all’Hot Clube de Portugal, inaugurato nel 1948 e oggi uno dei più vecchi locali jazz d’Europa. Louis Armstrong e Count Basie hanno suonato qui. Ok, mi siedo. Leggo che l’amore di Lisbona per il jazz nasce dal porto, dove idee e influenze si assorbono con facilità, e dai suoi legami con Africa e Sudamerica.
Leggo che il batterista che ho appena sentito è Alexandre Frazao, originario di Rio, che ha studiato con Alan Dawson, Kenny Washington e Max Roach. Però. E che è uno dei musicisti più richiesti.
L’indomani faccio un giro per il Barrio alto, sempre di notte. Ci sono locali di fado ovunque. Hanno insegne urlate e ci entrano turisti in massa. Non riesco a entrare in nessuno. Mi sembra che respingano. La notte il barrio alto e’ peggio di Trastevere il sabato sera, proprio non si cammina, i ragazzi si ammassano davanti ai tanti localini e ridono forte. Mi rifugio in una libreria aperta. E’ luminosa, sobria, specializzata in architettura. Vado verso il reparto delle poesie. “Siamo sforniti di poesia, purtroppo”, mi dice da dietro al banco una signora dagli occhi azzurro lucente. Le chiedo se è italiana. Lei mi dice che è da trentun anni che è a Lisbona, si è trasferita per la rivoluzione. Mi consiglia un po’ di poeti contemporanei. Mi siedo al tavolino per scegliere con calma. E intanto, sento le note di Basin Street, Louis Armstrong in sottofondo.
Esco dopo una bella chiacchierata con la proprietaria della libreria, che mi convince a prendere dei sonetti erotici, visto che hanno il testo a fronte e visto che secondo lei la traduzione è ottima. Mi fido. Poi proseguo nella notte di Lisbona. Dal Barrio Alto scendere è un’impresa, le strade hanno una pendenza peggio di San Francisco. Mi viene voglia di ascoltare ancora jazz. Torno all’Hot Clube, in piazza Alegria. Che la saudade dell’antico fado sia la stessa che si sente con le ballad?

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