Discesa negli inferi della ragione

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Se non si può fermare la violenza, se non si hanno gli strumenti per arginare l’odio, se comunque non si riesce a provare indifferenza, qualcosa si può fare.

Se non si può fermare la violenza, se non si hanno gli strumenti per arginare l’odio, se comunque non si riesce a provare indifferenza, qualcosa si può fare. Capire, o sforzarsi di capire. E non è cosa da poco conto sapere quando si tratta di fronteggiare i pregiudizi.
Un kamikaze è un assassino, è inutile girarci intorno. Ma è pur sempre un essere umano, non una bestia, né tantomeno un demonio. Ed è difficile sostenere l’idea che si tratti di casi isolati di follia. Certo, è più facile chiamarli pazzi esaltati e chiudere lì la questione, tanto più se il gesto sconsiderato viene compiuto lontano, lontano anni luce da casa propria. Non in un altro paese bagnato dallo stesso mare, ma in un altro universo.
Poi, è arrivato l’11 settembre. E ciò che rappresentava una notizia fra le tante a dieci minuti dalla chiusura del telegiornale d’improvviso diventa la notizia. Allora, eccoli spuntare come funghi tutti gli esperti, rinchiusi in un salotto borghese a chiedersi perché. Cosa spinge una persona a farsi esplodere nel bel mezzo di un mercato, portando con sé chiunque si trovi sulla sua strada? Mohammed Moulessehoul tenta di dare una risposta a tale quesito. Lo scrittore algerino, diventato famoso con lo pseudonimo di Yasmina Khadra, affronta questi delicati temi nel romanzo L’attentatrice edito dalla Mondadori, uscito nella prima edizione nell’agosto di quest’anno, e presente in questi giorni nelle librerie italiane nella terza edizione. Non è la prima volta che Moulessehoul/Khadra tratta temi spinosi. Tra i suoi lavori, tradotti in 17 paesi, lo stesso scrittore indica una trilogia di romanzi utili a capire come si vive in determinate zone del pianeta, quali sono le speranze e le paure che animano i giovani e inaridiscono i vecchi. Oltre a L’attentatrice, cita Le rondini di Kabul e Le sirene di Baghdad, quest’ultimo appena pubblicato in Francia, in cui si chiariscono “le situazioni reali, senza andare alla ricerca di scorciatoie o cadere in dannosi stereotipi”. La storia – quella che si studia – presenta date, luoghi, nomi. Ma non potrà mai restituire le palpitazioni, le lacrime, la rabbia, l’indignazione che provano i protagonisti che la creano. È impossibile sapere esattamente quali sono i pensieri di un kamikaze che decide di sacrificarsi – per chi? per quale causa? -, ma una finzione letteraria può aiutare a capire. Anche il cinema ci ha provato. Si tratta dell’ennesima riprova che negli ultimi anni vi è un chiaro interesse intorno a certi temi. È dello scorso anno “Paradise Now”, film candidato all’Oscar del regista palestinese Hany Abu-Assad. Non capita più così raramente di incontrare sullo schermo un Khaled al posto di un John, o una Sihem anziché una Jenny. “24 ore nella testa di un kamikaze”, recitava il sottotitolo nella locandina. Forse un po’ pretestuoso, dal momento che da una tale presentazione ci si aspetta una rivelazione sulle motivazioni che sostengono fino all’ultimo l’attentatore; questa avviene solo parzialmente, lasciata ad una frase che convince chi già sa e lascia perplessi gli altri. Ma punti in comune tra i personaggi del film e i “terroristi” del romanzo ci sono. La vita che gli arabi palestinesi sono costretti a condurre nei loro territori, stretti tra un muro di cemento che li separa dagli israeliani ed uno immaginario – ma altrettanto reale – eretto dall’indifferenza occidentale. Una misera esistenza, condotta in povertà, ma non è questo ciò che brucia di più. L’umiliazione, ecco cosa si ritrova ovunque si tenti di affrontare l’argomento terrorismo. La sensazione di vivere con una mano premuta sopra la testa per evitare che si alzi più del dovuto, il dolore di dover abbandonare la propria dimora distrutta da un raid aereo, la dura esistenza dei campo profughi. E tanto, tanto altro, piccole cose quotidiane che fanno dimenticare di avere una dignità, e che poco a poco fanno crescere una rabbia sorda. Il grado di disperazione si misura nella decisione di darsi la morte. Provocare la morte anche di altre persone, risponde ad una logica ben precisa. Che valore può avere la vita per chi ha deciso di morire in quel modo? Non solo la sua vita, ma quella di chiunque. Lo scrittore algerino sente come un dovere opporsi a questo tipo di atteggiamento. Non a caso il protagonista di L’attentatrice, un arabo naturalizzato israeliano, è un chirurgo. Lui le vite le salva, non le distrugge. Ed essendo sfuggito alla povertà dei suoi padri, andando ad esercitare a Tel Aviv e lasciandosi alle spalle la miseria, fatica egli stesso a comprendere la mentalità di un kamikaze. Sarà costretto a interrogarsi in merito quando sua moglie, che credeva felice nella sua ricchezza, si fa esplodere in un ristorate provocando la morte di decine di persone. Il resto del romanzo è una sorta di discesa negli inferi, che il dottor Jaafari si costringe ad esplorare per comprendere il gesto della donna che amava e credeva di conoscere. Terribili realtà dimenticate da tempo si aprono ai suoi occhi, e anche se un’idea resta ben salda – ‘nessuna causa vale la vita di un uomo’, continua a ripetere -, il lettore comincia a capire. Non si comprende quali pensieri occupino la testa di un terrorista nell’ultimo momento della sua esistenza. Ma si cominciano a capire le condizioni che possono condurre un uomo a fare scelte estreme. Questo è il punto di partenza per trovare una via d’uscita. “Non esistono nazioni moderne e nazioni barbare – dice Moulessehoul -, esistono quelle ricche e quelle meno ricche”.

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