Condividi su facebook
Condividi su twitter

Ci vuole troppo “cuore”

di

Data

A Bellaria faceva un caldo bestiale, in quella palestra non respiravo e poi avevo dovuto chiamare il mio vecchio allenatore, quello che non mi voleva più vedere. Dammi un’occhiata...

A Bellaria faceva un caldo bestiale, in quella palestra non respiravo e poi avevo dovuto chiamare il mio vecchio allenatore, quello che non mi voleva più vedere. Dammi un’occhiata per favore, gli avevo detto, giusto due riprese per capire come sto. Lui come sempre si dimostrò un amico, quasi un padre, ma di riprese ne facemmo solo una; mi ha riempito la faccia di schiaffi e io non sono riuscito a portare neanche un colpo fatto bene. Ma cosa mi succede, cominciai a pensare, non partono i colpi e non sono allenato. Ma che lo faccio a fare quest’incontro? E quello è forte, è pure cattivo l’ho visto l’altra volta quando ha spezzato le ossa all’americano e a quello che m’ha tolto il titolo l’altra volta, poi, non l’ha manco visto. Questo non ha paura di niente, figurati dei colpi miei, so’ carezze più che pugni. Ma come faccio mo’, non posso fare sta brutta figura e che gli racconto a mio figlio domani mattina? Guarda che papà non è un bulldozer, l’ho fatto solo per la borsa; e chi l’ha mai visti tanti soldi tutti insieme, neanche quando sono stato campione europeo mi hanno pagato così bene, dopo mi ritiro e ho già un’idea. No, no, non se po’ fa’, stasera mi tocca salire sul quadrato, tanto sono bravo a scappare lo dicono tutti e poi al massimo se vedo le brutte e se va proprio male male mi butto sul tappeto, dieci secondi di disonore e passa la paura. Io non sono mica scemo come gli altri, io ho ancora la faccia pulita e non mi hanno rotto il naso e dove lo trovi un altro pugile che a trent’anni c’ha un visetto come il mio. Cassius Clay bianco mi chiamano, so’ l’unico oltre a lui che non piglia cazzotti in faccia.
Eccolo l’inglese, sembra che non vede l’ora di inizia’, ammazza! Questo fa paura davvero, in televisione non sembrava così cattivo, mi guarda fisso e non abbassa gli occhi manco una volta, sembra che ce l’ha con me, e che gli avrò fatto mai? Uno due uno due uno uno uno due uno, mamma mia se mi prendeva con questo ero fatto, buono! calmo! non fa’ così, non siamo in guerra non siamo nemici, siamo solo du’ pugili che stanno a fare il dovere loro. Daje! Già cominciano i fischi, il pubblico rumoreggia e Jacopucci non li fa divertire e quest’altro è sempre più arrabbiato, mi vuole far sentire l’alito tanto s’avvicina e le botte non le sente. Certo che è proprio forte, fra qualche ripresa io non ci avrò più fiato e se mi piglia me gonfia la faccia. Porco mondo, non respiro quasi più, però lo tengo a bada bene, uno due uno uno su le mani che il viso non me lo deve prende, ma ste mazzate le sento pure dietro ai guanti di rimbalzo, come clave. È pure veloce, ma che t’è venuto in mente? perché non la finiamo qua e ogniuno a casa sua? Io non c’ho più gnente da darti non lo vedi che so’ mezzo cotto?
Ahi che papagna, a momenti me spacca il naso, me sento rintronato. A coso! Guarda che pure io so’ un pugile, pure io ce so fa’ a cazzotti, che te credi?
Guarda qua bestione, uno uno – uno due – mordi e fuggi, nun me pigli, ah lo vedi che li senti li cazzotti mia? Allora? Che aspetti, ce stai a ripensa’? non te credevi che Jacopucci sa’ fa’ a pugni?
Bè, non va poi così male, altre quattro riprese sono passate e non m’ha fatto tanto male, anzi, non ce la fa a pigliarmi. E il pubblico adesso lo sento, adesso sta con me, s’aspetta qualcosa e … ma che sto a pensà, nun ce credo manco io mica ce vorranno crede loro?
Mamma mia che botta! Altro che stanco, questo c’ha la dinamite nelle mani. E come ci arrivo alla fine, o me butto in terra o continuo a dargliele, lo devo tene’ lontano devo schiva’ tutti i colpi suoi che qua ne basta uno fatto bene e vado lungo.
Che stai a di’ rocco, che ce la posso fa’? ma sei sicuro? A me me pare che non le sente le botte, guarda uno uno uno – uno due – uno uno due – uno uno glie ne sto a da’ tante ma gnente da fa’ questo continua a venire sotto. uno uno– uno due – uno due – uno uno mi sembra che va meglio, chissà se ai punti … se andiamo avanti così fino alla fine … magari fra un po’ rallenta pure lui, magari …
Oddio! Ch’è successo? M’ha investito un camion, no che non mi butto, lo vedi che sto in piedi? Si mi sono appoggiato alla corda col braccio destro … ma che ci faceva il braccio destro sulla corda … il guantone doveva coprire la faccia … ahi! ma che m’ha spezzato il collo? Sto ancora in piedi? Sto per terra? Dove sono?

L’ultimo sogno di Angelo Jacopucci, 29enne pugile di Tarquinia era stato infranto il 19 luglio del 1978. L’etrusco dal viso pulito, il pugile senza fegato, il Clay dei poveri aveva perso. Era sceso dal ring di Bellaria dopo i duri colpi ricevuti dall’inglese dagli occhi di ghiaccio; ora Alan Minter era il nuovo campione europeo dei pesi medi.
Angelo aveva chiesto ai giornalisti se quella sera gli era piaciuto e si era raccomandato che raccontassero la verità, che non scrivessero che aveva avuto paura, che non era scappato. Tutti avrebbero invece preferito scriverlo, perché poco dopo Angelo Jacopucci entrava in coma per non svegliarsi più.
L’ultimo colpo era stato quello fatale, il più forte e forse inutile perché Angelo era sì in piedi ma KO, non l’aveva mai fatto di stare fermo ad aspettare un cazzotto, me lo ricordo bene come se fosse adesso. Dritto, con lo sguardo già quasi spento ma fiero, non si è piegato, non si è girato, non si è avvinghiato all’avversario. E dopo quando l’hanno rimesso in piedi e l’hanno seduto all’angolo del ring aveva un sorriso triste e assente. Quel giorno era il mio ventitreesimo compleanno, un impiegato statale di nazionalità romana che viveva a Milano e lavorava a Bergamo, e come se non bastasse frequentava la palestra di pugilato Nazzareno Giannelli vicino via Gluck. Insomma era il mio compleanno e per regalo il mio idolo era stato battuto, niente titolo europeo, però si era battuto bene ma molto bene. Nessuno avrebbe più potuto dire che Jacopucci era solo un ballerino, un furbacchione capace solo di schivare e scappare.
Il 22 luglio 1978 Jacopucci se ne andò per sempre. L’edema cerebrale aveva vinto.
Io lo curai quel pugile inglese, lo aspettavo al varco, e seguendolo mi accorsi che era anche un buon pugile corretto e coraggioso, ma era sempre molto antipatico e poi non sorrideva mai. Ma io lo aspettavo al varco paziente e in quel fatidico 27 novembre 1980, nell’ Arena Empire Pool di Wembley fu celebrato il “massacro” di Alan Minter contro Marvin “marvelous” Hagler in 3 sole riprese.
Dietro gli occhi soddisfatti di Hagler rividi per una volta l’ ironico sorriso di Angelo.
Io smisi già nel 78 di fare boxe, avevo capito che per essere un buon pugile non basta il fegato, non basta la forza, non basta l’allenamento e l’agilità, ci vuole troppo “cuore”.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'