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Adoro il momento in cui finisce la partita

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Dopo due anni torno a vedere una partita di calcio allo stadio. L’ultima volta era stato nella stagione di campionato del 2005, quella taroccata per la quale è stato revocato...

Dopo due anni torno a vedere una partita di calcio allo stadio. L’ultima volta era stato nella stagione di campionato del 2005, quella taroccata per la quale è stato revocato il titolo alla Juventus. Mi ero lasciato convincere dal mio amico T., il mio amico ultras, ad andare a Firenze per una trasferta serale. Partimmo a mezzogiorno da via Gallia, col pullman. Ingenuamente pensavo: – La partita inizia alle otto e mezza… abbiamo tutto il tempo per vedere il Battistero, Santa Maria Novella e il campanile di Giotto-. Invece al casello toscano ci bloccarono insieme a tutti gli altri tifosi. La polizia ci fece aspettare delle ore impilati sull’autostrada per farci arrivare allo stadio due minuti prima dell’inizio. Al ritorno, in un autogrill ricoperto di neve, i tifosi si vendicarono tirando, con grande divertimento, palle di neve ai celerini che continuavano a scortarci. In fin dei conti, in quella trasferta, capii che i tifosi sono un po’ bambini. Per la cronaca vincemmo quella partita due a uno. Andò in vantaggio prima la Fiorentina, poi pareggiammo con Cassano (ora al Real Madrid) e vincemmo con Montella. Se ancora non si è capito la mia squadra di riferimento è la Roma. Divenni tifoso, o meglio simpatizzante, negli anni novanta quando c’era il grande Rudi Voeller a cui va l’onore di aver capito questa squadra meglio di tutti con la famosa frase: – Chi affronta la Roma non sa mai cosa lo aspetta, anche perché i primi a non saperlo siamo proprio noi -. La Roma è una squadra nata sotto il fascismo dalla fusione di tre squadre (Alba audace, Fortitudo e Roman). Se non ci fosse stata quella volontà totalizzante ora la città avrebbe tante squadre quante ce ne sono, per esempio, a Londra, con una sana rivalità tra quartieri.
Comunque per tornare a due anni fa, negli ambienti dei tifosi (soprattutto del centro Italia, non so perché) erano di dominio pubblico le malefatte di Moggi e compagnia e della Juventus tutta. Quello che poi ha portato a “calciopoli” di quest’estate veniva ripetuto a gran voce da dieci anni dai tifosi romanisti che avevano coniato, esasperati, il coro: “Moggi magari mori oggi”. In quella famigerata trasferta fiorentina, T. mi spiegò, in anticipo di due anni, un particolare che alcuni giornali denunciarono sottovoce, anche per l’avvicinarsi dei Mondiali di calcio: il coinvolgimento dell’allenatore della nazionale Lippi con la Gea, la società di procuratori di calciatori condannata per molti illeciti sportivi di cui faceva parte anche il figlio dell’allenatore, oltre a quello di Moggi. È per queste polemiche che Lippi si è dimesso dopo aver vinto la coppa, e non per un accesso di riservatezza.
Il campionato di quest’anno, il 2006-2007, è il primo in assoluto senza Juventus. È stata una rivoluzione? Un trauma paragonabile a un rovesciamento politico? Niente di tutto questo. Nulla è cambiato: il calcio per essere tale, come disse giustamente Carmelo Bene, deve essere scandalo. In questi anni poi il numero di partite in un anno è diventato scandalosamente alto. Ormai fare il tifoso è diventato un lavoro, come confida T. mentre andiamo a vedere Roma-Ascoli in un triste turno infrasettimanale di mercoledì sera. Il tempo che T. non passa allo stadio o in trasferta, lo impiega a cercare i biglietti in tutta la città, operazione sempre più difficile dopo la criminalizzazione dei tifosi. Non c’è mai un tempo senza calcio. Il circensem deve essere un continuum che non deve lasciare neanche un momento di pausa alla massa.
Ma veniamo alla partita vera e propria. T. ha trovato solo dei biglietti in Curva Nord e quindi siamo vicino ai tifosi ospiti venuti dalle marche. Quando inizia la gara degli sfottò tra tifosi, noto il capo degli ascolani. Ha una maglietta grigio topo a collo alto, i capelli lunghi che gli coprono il volto, una leggera scogliosi. Urla, si aggira tra le tribune controllando tutti, sgrida i suoi suddetti che non sono compatti, butta per terra furioso uno striscione male posizionato, insomma è l’immagine della sofferenza e del dolore del tifoso e spero per lui che la partita finisca presto. Dalla curva il campo è schiacciato, si vede male, non hai una corretta percezione della profondità. Dei quattro gol della serata, due non si vedono bene perché stanno dall’altra parte del campo. Per raccontare una partita di calcio bisogna ispirarsi al grande Gianni Brera che aveva la sincerità di definire brutte le partite che tutti trovavano, emotivamente, esaltanti. Quella di mercoledì tra Roma-Ascoli è una brutta partita. La Roma gioca stancamente, senza idee e commettendo molti errori. L’Ascoli con un solo attaccante in campo si chiude in difesa, quando attacca è micidiale: due tiri di testa identici su due errori della difesa romanista e due gol. Sempre in vantaggio i marchigiani, vengono raggiunti per due volte a fatica dalla Roma. L’ultimo gol è del francese difensore Mexes all’ultimo minuto. Il primo tempo fa proprio schifo. L’Ascoli lo finisce in vantaggio con un gol di Delvecchio, un ex giocatore della Roma che detiene il record di gol segnati nei derby con la Lazio. Il secondo è più divertente. Dopo cinque minuti la Roma pareggia con una potente punizione di Totti che sconquassa la barriera, ferisce il portiere e spacca quasi la rete della porta. L’Olimpico è in pieno orgasmo collettivo. Sembra fatta: la Roma può ancora vincere la partita, attacca e le viene annullato un gol. Ma al secondo contropiede dell’Ascoli segna il croato Bjelanovic. Ecco che arriva l’acme agonistico della partita. Un minuto dopo il secondo vantaggio dell’Ascoli, qualcuno della Roma viene atterrato in area: è rigore. Totti lo tira male centrale e il portiere lo respinge agevolmente. L’assalto dopo l’errore continua fino al pareggio al novantesimo. Tirando le somme il migliore in campo è il portiere quarantenne dell’Ascoli Gianluca Pagliuca, un vecchietto che para ancora di tutto, anche un tiro del centrocampista romanista De Rossi nel primo tempo (la più chiara occasione da gol per la Roma). Il nostro portiere, Doni un brasiliano tenuto in estrema considerazione, su due tiri nella sua porta prende due gol: una pessima media.
Adoro il momento in cui finisce la partita e lo stadio si svuota con una rapidità impressionante. Tutti se ne vanno come se non si conoscessero e fossero lì per caso. Le potenti luci al magnesio restano accese tutta la notte sugli spalti vuoti, come a segnalare la posizione a qualcuno in cielo. Io e T. restiamo con questo senso di insoddisfazione e solitudine. Ci beviamo l’ultimo caffè Borghetti e vediamo il vapore alzarsi dalle zolle verdi del rettangolo di gioco.

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