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C’era una volta… Leone

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Mi arriva un’email. Un’email, da parte di una ragazza che non ricordavo di conoscere, che invita all’inaugurazione di una mostra fotografica. Mi aspetto una cosa tranquilla. Decido di andarci. Piove forte.

Mi arriva un’email. Un’email, da parte di una ragazza che non ricordavo di conoscere, che invita all’inaugurazione di una mostra fotografica. Mi aspetto una cosa tranquilla. Decido di andarci. Piove forte. Mi passano vicino molti ometti scuri carichi di ombrellini. Dico di no ad ognuno di loro. Camminare sotto la pioggia mi piace. Ma ora sono abbastanza fradicia, convinta a comprare uno di quegli ombrelli minuscoli che si romperà subito. Non mi trovo più su via del Corso, ho svoltato per via del Vantaggio e nei vicoli non si fanno buoni affari come nelle strade di massa. Regola eterna. Ombrellari dileguati. Sento musica, uno strano jazz. Mi avvicino, è proprio davanti all’ingresso della mostra. Ci sono fiaccole per terra più testarde della pioggia e all’entrata omaccioni in abito scuro a selezionare la gente. Entra Marina Ripa di Meana coi suoi due cagnetti portati da un ragazzo giovane e ancheggiante. Entra spavalda, accolta da sorrisoni, ed esibisce la sua voce da soprano in altisonanti Ma ciaaao. Fuori sax, contrabbasso e fisarmonica continuano a ritmare un po’ ingenuamente note di canzoni italoamericane. Provo a entrare. Dico che mi è arrivata un’email dalla figlia del fotografo, non sono in lista. Mi lasciano passare, nonostante i capelli grondino acqua. Li scuoto, i cagnetti educati mi guardano come a dire che neanche i cani nei luoghi per bene si possono scotolare l’acqua così. La sala è grande, luminosa e le pareti coperte di foto solari, nitide, a colori. La maggior parte, sono in tutto 46, ritrae Sergio Leone e gli attori in pausa e un paio catturano lo sguardo intenso di De Niro. E un’America che è nell’immaginario collettivo italiano. Di solito il colore è meno intenso del bianco e nero ma queste foto sono belle. Sarà perché sono realizzate sul set del film C’era una volta in America, che irrimediabilmente riporta a una sensazione epica. Sarà perché il volto di Sergio Leone, sornione dietro la barba e gli occhiali con la foggia buffa, è una bella faccia. Fatto sta che l’impressione che sia stato un gran set quello lì arriva tutta. Attorno è un pullulare di strette di mano e di sguardi alla ricerca di chi salutare. Sono sotto il pannello con le parole del fotografo. Le annoto, è anche un’ottima scusa per stare lì e lasciare che attorno tutto si svolga, lasciare che i camerieri con tanto di coppola possano dribblare coi vassoi tra le signore, con sciarpe di shantung, profuse in complimenti svenevoli. A volte un taccuino salva, protegge.
“La prima volta che ho fotografato Sergio Leone fui io a chiamarlo nel mio studio all’Eur, perché lo ammiravo moltissimo come regista. Gli proposi un servizio fotografico insieme a Christian De Sica, per la rivista ‘Vogue’. All’epoca, infatti, stavo realizzando un servizio sui personaggi celebri dal titolo “Amici per la pelle”, in cui accoppiavo tutti i personaggi del mondo dello spettacolo. In quell’occasione Sergio mi mostrò la sua sala cinematografica privata dove solitamente invitava gli amici per proiettare i suoi ultimi lavori. Da lì nacque un’amicizia molto intensa e proprio allora gli raccontai che ero da poco diventato papà e che, tutte le volte che facevo l’amore con mia moglie, ascoltavo le musiche del grande maestro Ennio Morricone tratte dalle colonne sonore dei suoi film. Sergio si commosse tantissimo, era un uomo sensibile e apriva il suo cuore a chiunque avesse un’anima sensibile e creativa (…)”.
A questo punto della trascrizione mi accorgo che vicino a me sta fermo un uomo di una certa età, mi scruta divertito. Non mi pare uno che faccia parte del vippaio, mi pare a proprio agio, silenzioso. E la sua improbabile giacca blu elettrico mi mette di buon umore, al contrario delle grisaglie e i gessati imperanti.
Continuo a far scorrere la penna:
“Per la prima volta mi resi conto dell’enorme lavoro di documentazione e di ricerca che un film richiede. Non mi sorprese, pertanto, il fatto che trascorsero altri dieci anni prima di arrivare alle riprese. Dopo anni e anni, una mattina lo incontrai a Piazza del Popolo e annunciò l’imminente partenza per l’America, chiedendomi di unirmi a lui, durante le riprese, per fare alcuni special fotografici. Ovviamente accettai: era un’occasione unica. Leone aveva ricostruito con magia straordinaria un’America anni ’30 da mozzare il fiato… “
E’ così che inizia il ricordo del fotografo Roberto Granata, che per la prima volta espone le immagini esclusive dal set di C’era una volta in America alla Galleria Hofficina d’arte, proprio dietro Piazza del Popolo, fino al 10 novembre.
La mostra è un vero e proprio omaggio al regista: già dal titolo, Leone l’ultimo, il fotografo pare considerare Sergio Leone l’ultimo papa del cinema italiano, oltre a esplicitare che si tratta del set del suo ultimo, e grande, film.

Non faccio in tempo ad annotarmi questi pensieri che mi accorgo che si è creato un ingolfamento nel passeggio: tutti vengono a salutare il signore dalla giacca blu vicino a me. E, di rimando, mi trovo parecchie mani che stringono le mie con presentazioni varie. Io continuo a dire solo il mio nome e a sorridere stupidamente. Mi convinco di essere vicina al fotografo. Gli dico, quasi per giustificarmi, che mi è arrivato l’invito da sua figlia, complimenti. Lui sgrana gli occhi e mi dice: mia figlia? Strano. Io allora dico, sì, non è che me la ricordo ma lavoravamo nello stesso posto. Ah, fa lui, però è sempre strano, io non ho figli. Gli chiedo scusa, devo averlo confuso. E lei chi è, gli chiedo. Lui sorride e dice: Nessuno, uno di quelli che hanno scritto il film. E intanto mi ricordo che erano ben sei gli sceneggiatori, incluso Leone, impossibile indovinare chi ho davanti. Cerco di rimediare alla gaffe, chiedo che effetto gli fa vedere le foto del set. Lui scrolla le spalle, nel mentre una decina di persone continuano a salutarlo, mi guarda negli occhi e dice teneramente: Sono tempi passati, chi se ne importa del passato? E’ tardi, vedo che fuori sta spiovendo. Lo saluto, gli dico Scusi per la figuraccia, lui mi dice: Ma chissenefrega, fa bene ad annotare le cose e mi saluti la figlia del fotografo, ride. Percorro la sala, do un ultimo sguardo alle foto, che all’improvviso mi paiono cariche di nostalgia allegra. Fuori la musica continua. Mi fermo ancora vicino ai musicisti, hanno volti stranieri. Chiedo da dove vengono. Sono rumeni. E la loro musica ingenua sembra raccontare cosa c’era una volta in Italia.

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