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Una curiosità sacrilega

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La giornata è bella, ventosa e limpida. Intorno a noi degradano i campi della maremma etrusca con le staccionate, gli ulivi e i sentieri su cui passano veloci alcune jeep.

La giornata è bella, ventosa e limpida. Intorno a noi degradano i campi della maremma etrusca con le staccionate, gli ulivi e i sentieri su cui passano veloci alcune jeep. Quattro cavalli brucano i ciuffi d’erba e di rucola sparsi in abbondanza per questi prati.
“Rucola?” si stupisce un uomo.
“Sì, selvatica” risponde la guida cercando di compattare il gruppo di visitatori da condurre alla tomba.
L’uomo è diffidente, strappa una foglia e se la porta in bocca: “Ma è davvero rucola!” esclama, e ci guarda a cercare conferme, quasi non si fidasse né dei suoi sensi né delle parole di questa donna che sembra troppo “intellettuale” per essere in grado di riconoscere due foglie di rughetta.
In lontananza scorre il Fiora, incassato tra le gole. Lo vedremo dopo, dall’alto del Ponte della Badia, e ci sembrerà magnifico, così tortuoso e vario, i sassi a gruppi di tre o quattro che formano isolotti dalla gobba liscia intorno ai quali, e in mezzo ai quali, l’acqua rotola via veloce.

Siamo a Vulci, città etrusca che conobbe il massimo del suo splendore intorno al VII sec. a.C. Siamo venuti a vedere la tomba François, di cui ci incuriosisce intanto il nome (questo “Fransuà” così esotico che nella bocca di un bimbo che ci gioca accanto diventa però la “tomba a puà”) e poi la meraviglia degli affreschi, di cui abbiamo visto già le foto ma che ci piacerebbe osservare da vicino. E invece non sarà possibile, perché gli affreschi sono stati rimossi per volontà del Principe Torlonia, proprietario di queste terre, nel 1863. E’ quindi con delusione che ci apprestiamo a percorrere il lungo dromos scavato nella roccia che scende fino all’Ipogeo dei Saties, meglio conosciuto, appunto, come tomba François, dal nome dell’ingegnere fiorentino che nel 1857 la scoprì. Una scoperta non casuale, dovuta all’acume dell’ingegnere che, a seguito di alcune perlustrazioni del territorio, si accorse di “una lunga fila di annose querce, la di cui verdeggiante chioma era prova evidente di vegetazione floridissima, la quale non poteva derivare che da una polpa di terra assai profonda”. Intuizione perfetta: scavando in quella “polpa di terra” – dopo qualche giorno e un tentativo a vuoto (la scoperta di una tomba di nessuna importanza) – si trovò davanti a una “porta larga quattro palmi… ed alta dodici… chiusa da una doppia lastra di nenfro” oltre la quale ebbe lo stupore di vedere qualcosa che certo non avrebbe più dimenticato, e che il suo amico Noel Des Vergers, partecipe dell’impresa, racconta così:
Tutto era nello stesso stato del giorno in cui era stato murato l’ingresso, e l’antica Etruria ci apparve come al tempo del suo splendore. Sui letti funebri guerrieri in completa armatura parevano riposarsi dalle battaglie combattute contro i romani e i galli. Per alcuni minuti vedemmo forme, vesti, stoffa, colori: poi, entrata l’aria esterna nella cripta dove le nostre fiaccole tremolanti minacciavano di spegnersi, tutto svanì. Fu come lo scongiuro del passato, il quale era durato lo spazio di un sogno e poi sparito, quasi a punirci della nostra sacrilega curiosità”.

Entriamo nella tomba e per un attimo ci coglie un gran senso d’inquietudine, come se anche la nostra fosse una curiosità sacrilega, come se il nostro essere qui, adesso, insieme a questo gruppo di altri curiosi, impedisse ai morti che hanno abitato per secoli queste stanze di continuare a dormire in pace. E abbassiamo gli occhi, ci chiediamo se… forse… ma… Ma la curiosità è più forte, e più forte il bisogno di sapere che cosa Vel Saties – committente dell’opera – pensò di tramandare ai posteri ordinando la costruzione di questa tomba e pretendendo che fosse esattamente così: non un misero contenitore di corpi putrescenti, ma il luogo in cui il mito e la storia si intrecciano in un disegno che comprende i fasti dei Saties (affrescati sulle pareti di destra) e i miti di Omero (sulle pareti di sinistra). Immagini così belle che ricordarono a François “i bei tempi del Botticelli e del Perugino” e che adesso possiamo ammirare non sulle pareti ma in alcune tavole che riproducono le copie eseguite da Carlo Ruspi un anno prima che gli affreschi fossero rimossi (oggi conservate a Roma, nel Museo della Civiltà Romana).
Eccolo Vel Saties. Si è fatto ritrarre con le vesti del trionfatore: avvolto in un manto di porpora decorato con figure di danzatori nudi: “Un mantello che ci permette di farci un’idea di quanto fossero progredite le tecniche della tessitura” precisa la guida “perché le figure dei danzatori non sono applicate sulla stoffa ma tessute in essa anche per mezzo di fili d’oro”. E come i trionfatori, egli ha in testa una corona di lauro, elemento dal quale desumiamo che fosse un generale e che avesse riportato delle vittorie importanti contro Roma. Accanto a lui c’è Arnza, un nano – o un bambino? – che tiene sulla mano un uccello. E poiché gli occhi di Vel Saties sono rivolti al cielo, alcuni hanno interpretato questa scena come una aruspicina, quella particolare forma di vaticinio che trae responsi dal volo degli uccelli. Torniamo dunque alla nostra curiosità: perché Vel Saties ha voluto questa tomba? Ci piacerebbe credere che sia stato per uno scatto d’orgoglio, per il gusto di poter dire (intorno al IV sec. a.C., periodo in cui Vulci cercava furiosamente di tenere testa ai romani): “Ecco, noi siamo questi, siamo forti in battaglia e finissimi nell’arte, conosciamo alla perfezione l’Iliade di Omero tanto che sappiamo trasporne il racconto con estrema precisione di dettagli (così, per esempio, nell’affresco che riproduce l’uccisione di prigionieri troiani da parte di Achille, in cui Patroclo ha la carnagione quasi trasparente delle ombre e la benda nel petto per nascondere la ferita inferta da Ettore, esattamente come racconta Omero nel canto XVI dell’Iliade) e abbiamo una storia che si perpetuerà nei secoli, di cui farà parte anche uno dei nostri, questo Macstarna, raffigurato insieme ai fratelli Vibenna, che diventerà uno dei re di Roma col nome di Servio Tullio; e siamo anche ricchi, come dimostrano i monili di cui sono agghindati i nostri morti (collane d’oro, anelli, orecchini) e l’infinito vasellame che compone i nostri corredi funerari. Ma siamo anche litigiosi: noi, etruschi di Tarquinia e di Vulci, ci scanniamo come Eteocle e Polinice e solo perciò permettiamo ai romani di essere più forti.

“Questi affreschi” sta dicendo intanto la guida “sono eccezionali per la loro qualità pittorica, per la prima volta, infatti, gli etruschi hanno usato la tecnica del chiaroscuro e del contrasto luce/ombra che attribuisce alle immagini maggior risalto e movimento; ed è una fortuna che nel 1863 il Principe ne abbia ordinato il distacco, altrimenti, vedete” e ci mostra l’unica stanza decorata con pannelli policromi in cui i soliti vandali hanno inciso orgogliosamente la propria firma.
“Uno dei nomi che ricorre più spesso” continua la guida “è quello di un certo Francesco Pomponi. Qualche tempo fa, è venuto un tale: «Francesco Pomponi», ha letto e poi: «Ah, ma lo sai com’è morto questo Francesco Pomponi? E’ stato colpito da un fulmine mentre andava via col carretto»”.
Una scossa elettrica ci va giù per la schiena ripensando a quella “curiosità sacrilega” di cui parla Des Vergers. Anche Alessandro François è morto qualche anno dopo la sua scoperta, a causa della malaria contratta proprio in questi luoghi. Ci guardiamo intorno. La guida sta indicando adesso il tetto, la trave centrale, le lesene laterali… ma non l’ascoltiamo più, all’improvviso il bisogno imprescindibile è quello di uscire, di respirare l’aria non intossicata dalla morte dei venticinque cadaveri che dal IV sec. a.C. al 1857 d.C. hanno dormito in queste stanze. Così ci avviamo velocemente verso l’uscita.
Fuori c’è il gruppetto di quelli che hanno sentito lo stesso imprescindibile bisogno un po’ prima di noi. C’è l’uomo della rughetta. Ce ne porge una foglia perché l’assaggiamo. Ma noi siamo incuriositi da un’altra erba: “E’ mentuccia” dice una signora bionda.
“No, questa è nepitella” correggiamo noi sfregando un rametto tra le dita.
“Ah, voi la chiamate nepitella? Noi invece mentuccia. E ci condiamo pure la pasta”.
“E come?”.
“Allora, si prende la mentuccia…”
“… nepitella”.
“Nepitella o mentuccia è la stessa cosa, e se ne mette un po’ a cuocere nella stessa acqua in cui si buttano gli spaghetti. A parte si prepara un soffritto di aglio e peperoncino rosso, si aggiungono le foglie triturate della mentuccia fresca e quando gli spaghetti sono cotti si ripassano in padella insieme al sughetto. Ah…” aggiunge da lontano dopo averci salutato “ci vuole pure una bella manciata di pecorino romano. E il peperoncino… quello rosso… molto piccante…”.

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