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Premio Arturo Loria a Carpi

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Arrivo di notte nella piccola stazione di Carpi. Attorno buio e silenzio, ma fuori sul viale alberato già si intravedono le luci del centro, e il vento leggero porta voci, bisbigli, il fitto conversare nelle strade di questo luogo antico dove ancora si pratica l’arte della conversazione,

Arrivo di notte nella piccola stazione di Carpi. Attorno buio e silenzio, ma fuori sul viale alberato già si intravedono le luci del centro, e il vento leggero porta voci, bisbigli, il fitto conversare nelle strade di questo luogo antico dove ancora si pratica l’arte della conversazione, dove ci si interroga e si discorre della vita, della morte, dell’amore, delle eterne questioni dell’uomo annaffiate da lambrusco nei bar affollati all’ora dell’aperitivo. Un luogo antico, dimora di filosofi.
Carpi è una delle tre sedi del Festival di Filosofia (insieme a Modena e Sassuolo) A Carpi e dintorni si svolge un festival di poesia. E a Carpi è nato Arturo Loria scrittore degli anni trenta, appartato e cosmopolita, surreale e malinconico, a cui è intitolato un premio letterario con una sezione per gli editi e una per gli inediti. Quest’anno, per festeggiare i dieci anni del premio, è stato organizzato un Festival del Racconto.

Non conoscevo Carpi e non avevo mai letto Arturo Loria, poi a casa di amici una sera qualcuno ha estratto un ciclostile con il bando del concorso. E’ un premio senza trucchi, con una giuria qualificata, si diceva. E così l’anno scorso avevo mandato un racconto e mesi dopo, al telefono, una voce calda e gentile mi informava che ero tra i dieci finalisti.
E’ finita che l’ho anche vinto il premio ma la vittoria in sé, pur con la sua gioia immensa, aveva potuto aggiungere ben poco all’incanto dei due giorni trascorsi lassù. Michelina Borsari, una filosofa dall’eloquio e il sorriso incantevoli, aveva presentato al pubblico i dieci racconti finalisti e cosa non ne era venuto fuori…: temi, spunti, tutto un parlare delle umane vicende. Vincenzo Cerami (vincitore della sezione editi) aveva tenuto una lezione sulla scrittura per il cinema. C’era stata una visita ai luoghi loriani e infine la sera la premiazione a cura di Stefano Loria nipote di Arturo: sguardo stralunato, capelli ricci e scomposti. Pittore, insegnante, filosofo posseduto di adorazione umilissima per lo zio. Anche lui sembrava averli sviscerati notte e giorno i racconti finalisti e ci rivolgeva domande incalzanti, accorate come se dalle nostre risposte dipendessero le sorti del mondo, della vita futura, come se le nostre parole potessero dare una soluzione inoppugnabile alle questioni della conoscenza e del rapporto con l’Altro.
Ci ascoltava attentissimo. “Ah, ah” annuiva contento, immensamente grato per il granello di sfocata saggezza che i nostri racconti avrebbero gettato nel caos universale.

Tornata a casa mi ero procurata i racconti, quasi irreperibili, di Arturo Loria. E nelle sue pagine avevo ritrovato le figure malinconiche, folli e irridenti che avevo incontrato lassù, come se scomparso lui, i suoi personaggi avessero continuato ad abitare nella sua città natale, da cui prestissimo si era trasferito a Firenze, ad animarla con la loro gentilezza, o garbata follia, d’altri tempi.
Credo sia stato il desiderio di rincontrare quei personaggi ad indurmi quest’anno a mandare un altro racconto. Ma se il premio già lo hai vinto, che senso ha, mi dicevano gli amici, riproporti? Comunque eccomi qui di nuovo finalista. Questa volta il programma è ben diverso. Il Festival del Racconto è fitto di eventi, letture e incontri con gli autori, le Poltrone le chiamano, dal venerdì pomeriggio alla domenica sera. Per noi finalisti dell’inedito sono previsti due incontri: la mattina del sabato con i ragazzi delle scuole superiori che hanno preparato recensioni, critiche e domande. E poi domenica sera la premiazione.
Sabato mattina c’è un cielo pieno di nuvoloni neri, si è alzato il vento e all’improvviso è finita l’estate ed è arrivato il freddo. “Ieri ci lamentavamo dell’afa padana” dicono gli avventori nei bar dove il tema dell’inverno che è arrivato ha soppiantato da qualche ora le conversazioni sul bene e sul male. Lara, la ragazza che ci accompagna, ci dice che anche per il festival della filosofia sono stati sfortunati: erano previste lezioni magistrali all’aperto, era estate piena e all’improvviso si è messo a piovere a dirotto e non c’è stato verso che smettesse. Poi finito il festival è tornato il sole, come se il tempo atmosferico avesse congiurato per ostacolare la ricerca di una risposta, di un antidoto al caos.

Nei giardini del teatro è disposta una fila di sedie a mezzaluna per i finalisti e davanti, a modo di plotone di esecuzione, sono allineate le sedie dei ragazzi. Mancano quattro finalisti che verranno domani sera direttamente per la premiazione. E così intirizziti ci sediamo, in cinque, nel bel giardino. Un uomo slanciato, dal viso sorridente e la lunga falcata, con una massa di capelli sale e pepe ravviati all’indietro viene a salutarci, ci dice che sarà il moderatore dell’incontro al posto di Michelina Borsari che dopo il Festival di Filosofia si è presa qualche giorno di vacanza. Giacca jeans, pantaloni e scarpe neri, sobrio e raffinato, Pietro Marmiroli è un altro dei personaggi di Arturo a zonzo per la città. Insegna filosofia, organizza rassegne di cinema e tra il pubblico ci sono i suoi allievi che ordinatamente e in rispettoso silenzio, in barba al freddo, prendono posto.
Lui brandisce il microfono e a grandi falcate percorre lo spazio che separa i finalisti dai ragazzi. Ci presenta a vicenda, dice che lui è uno di quelli a cui d’estate viene chiesto di leggere i quasi quattrocento racconti che arrivano per una prima scrematura, per arrivare ai trenta che verranno poi sottoposti all’attenzione dell’esimia giuria. “E così passo l’estate a leggere in una piscina pubblica, ma appartato per non offendere la vista di nessuno con le mie stanche e bianche membra” dice, strizzando un occhio, e poi via, su e giù per il giardino indifferente al freddo, parla dei grandi temi che emergono dagli “eccellenti” racconti finalisti di quest’anno. Eros e thanatos, l’amore ineluttabilmente legato alla morte, la morte all’amore. “Non c’è scampo, non c’è soluzione, non c’è salvezza per i finalisti di quest’anno” Dice brandendo il suo microfono. “L’amore è infelice se non violento. Violenza…l’eros talvolta sconfina nella violenza.” La sua voce si alza, tuona nelle conclusioni, si appiana si fa esile bisbiglio nelle digressioni. La sua mano si abbassa e si leva, traccia cerchi in aria a ripercorrere il difficile percorso dell’uomo, eppure tra tanta tragedia il suo sguardo manda dardi di allegria. Ammicchi costanti di volta in volta a ciascuno dei finalisti come se in tutto questo ci fosse un’intrinseca felicità. Come se la tragedia fosse solo una rappresentazione della vita, una maschera utile e necessaria, ma che all’occorrenza è possibile sfilare via e mostrare il viso nudo, i tratti essenziali che di certo qualcuno un giorno mostrerà e noi saremmo in grado di sostenerne la visione.
E noi, finalisti, intorpiditi sulle sedie, sotto lo sguardo incessante dei ragazzi, ci mandiamo occhiate di sottecchi. Ma guarda tu…ci siamo presentati poco fa davanti al municipio nella piazza principale, sembravano tutte brave persone, pensa ognuno, poveri diavoli intimiditi dal confronto con gli studenti: i ragazzi non hanno peli sulla lingua, la cosa peggiore è che ti dicano: ma che voleva dire? io non ho capito. Insomma ognuno in preda a comunissimi banalissimi rovelli e invece si scopre che siamo un gruppo di disperati. Gente violenta senza speranza. C’è chi si china, contorcendosi, in avanti, chi con la scusa del freddo si infila le mani in tasca e si contempla la punta dei piedi. Chi fruga nella borsa in cerca di un fazzoletto.
Per fortuna ci sono quegli sguardi, quelle occhiate del Marmiroli che più brandisce il microfono, più tuona che non c’è scampo, più sogghigna e sorride paterno.
“Ma uno no” si infervora d’un tratto “ uno di loro ha scritto un racconto ottimista” E il Marmiroli punta il microfono verso un ragazzo alto, alto che per la lunghezza e il freddo sembra starci assai scomodo sulla sedia, e ancora più adesso che tutti lo guardiamo un po’ colpevoli, un po’ sollevati, un po’ ammirati. Quasi in attesa che lui ci riveli il segreto di tanto ottimismo.

“E adesso” dice il Marmiroli “diamo la parola agli autori. Ognuno di loro ci dirà la sua professione perché la letteratura non basta a sfamare nessuno. Eh no signori miei non basta” Dice desolato, sconsolato. “Lo sapeva bene Arturo Loria però…” Tuona “lui ha avuto la fortuna di essere il figlio di una delle migliori famiglie della città. Erano i proprietari di quella fabbrica…” e indica un lungo edificio di mattoni su uno dei lati della piazza dove sono in corso dei lavori “che adesso diventerà la nuova biblioteca”. Così ognuno di noi dice la sua professione: un bibliotecario, un web master, un assessore (l’ottimista), una pittrice. Ognuno cerca di dire come ha scoperto la scrittura e da dove viene l’idea del racconto. Poi di volta in volta si alza un ragazzo, srotola un foglio che ha in tasca e legge la recensione del gruppo, talvolta un sunto della storia e le successive domande. Marmiroli guida l’incontro con vigoria e garbo. Frenando qua e là l’impulso dei ragazzi a parlare e quello dei finalisti a rispondere, perché una volta rotto il ghiaccio ognuno vorrebbe dire, aggiungere, precisare. La sottoscritta se la cava come può. Dico che il finale del racconto non mi convince del tutto, troppo ottimista. “A riscriverlo oggi lo cambierei” dico. “Strana storia” mormorano i ragazzi, contenti della stranezza, il finale, però, a loro era parso più che sufficientemente infelice.
Marmiroli che annuisce e strizza l’occhio di qua e di là, mette fine alla tenzone. “ A dire il vero ci era sembrata una conclusione decisamente malinconica la sua…, ma d’altronde potrebbe ben essere un finale felice.” I ragazzi annuiscono compunti, esile è la linea che separa il bene dal male, l’allegria dal dolore, lo sanno bene loro qui a Carpi.
Con frequenza, nell’insieme, i ragazzi criticano la mancanza di una trama, l’indefinitezza, il ritmo lento. E il professore alzandosi, muovendosi, riprendendo le sue falcate dice “Vedi… i ragazzi, cresciuti con la televisione, criticano ciò che noi adulti, (carpigiani verrebbe da aggiungere,) apprezziamo. Una verità sfuggente che viene scambiata per indefinitezza”
Ogni tanto qua e là, affiora, il commento tanto paventato: dalla lettura non è molto chiaro…attacca un ragazzo. . Ma questo bisogno di chiarezza, sembra lasciar intendere il Marmiroli, è un bisogno, un’urgenza squisitamente giovanile. Cose che passano con il tempo lascia intendere con i suoi ammicchi, e i suoi sorrisi, i dardi allegri che i suoi occhi scoccano all’intorno rischiarando la nuvolaglia grigia che incombe. Come se non ci fosse felicità maggiore di questa desolazione che trasuda dai testi, che prova forse se non proprio l’esistenza di Dio, almeno sì quella dell’uomo. Ma se i testi sono desolati, non così sembrano i loro autori che ridono e scherzano per quanto lo consenta il freddo. Il napoletano dice che inizialmente aveva pensato di venire con il colbacco ma che poi gli era sembrato che facesse troppo Totò e Peppone, e ora si pente molto di non averlo fatto. E via a parlare della scoperta tardiva della scrittura e del punto di svolta che ha segnato, per lui, iniziare a frequentare la scuola di scrittura creativa La linea scritta di Napoli con la sua impostazione maieutica. E parla, parla della scuola con grande ottimismo e fiducia negli scambi e nei progetti.
La pittrice ha scritto un racconto molto bello, dicono i ragazzi, che induce il lettore ad interrogarsi su quali siano i veri pilastri dell’esistenza. Ma hanno notato una disarmonia tra l’incipit ed il corpo del testo. “Uno dei racconti più cupi” commenta Marmiroli. E lei timidissima si lancia in un’analisi precisa e accurata che spiega la disarmonia evidenziata dai ragazzi e parla della ricerca frustrata della tenerezza di una madre. E quelle parole “tenerezza” e “madre” pronunciate da lei a quel modo diventano degli assoluti, il bisogno perenne che muove l’esistenza: il calore della madre. E pure se nel racconto questo bisogno sarà frustrato, così ci è stato detto, pure ora che lei ne parla quel bisogno e quella madre e quella tenerezza riempiono la piazza, muovono le foglie, sospingono di lato i nuvoloni, aprono un varco nel cielo, lasciando intravedere una fonte di luce tremula lontanissima all’orizzonte. Tanto che nessuno, rapito estasiato, sembra più badare al freddo.
E Marmiroli ammicca deliziato. Le sue falcate lo portano di qua e di là. E per un istante anche a me sembra di cogliere l’essenza del suo ammiccare, l’essenza delle voci e del fitto conversare: questa luce che si apre, che si intravede a tratti, c’è, anche se per poco, è la luce negli occhi di questa donna che ha esordito dicendo: “per me è difficile essere qui, io vivo come un’eremita e non parlo quasi mai con nessuno.”
Ed è poi la volta dell’assessore che lo è da ben undici anni e quest’anno ha pubblicato un saggio e un romanzo. Quando i ragazzi gli chiedono perché i suoi personaggi si imbattano in tante difficoltà lui alto, alto si affloscia sulla sedia e dice che così è la vita, che lui non crede nei finali felici, non crede che le cose possano mai finire bene e si ostina, è un’ostinazione tenace la sua, a mettere mille ostacoli nella via dei suoi personaggi come fossero figli da crescere: che meglio si abituino a non aspettarsi niente dalla vita. E’ quasi un singhiozzo quello che gli sfugge alla fine, scende il silenzio sulla piazza. Marmiroli, che una delle sue falcate ha portato ad uno degli estremi della piazza, riconverge verso il centro, interviene a salvare il salvabile, parla di “pessimismo dell’ottimismo” e i ragazzi prima confusissimi e spiazzati, ma come l’assessore non era quello ottimista?, ora ridono sollevati e l’assessore risolleva il capo pensieroso: che ridano pure, dice il suo sguardo, purché sia un riso pieno di sventura.

Quando l’incontro finisce, i ragazzi ci consegnano i fogli che hanno preparato. Hanno occhi luminosi, splendenti, vivi. Sono pieni di rispetto e di curiosità.
Poi ci ritroviamo, noi finalisti, attorno al tavolo di un ristorante dove sono invitati tutti gli ospiti del festival. Quando Lara me lo aveva detto al telefono “avrete un tavolo tutto vostro così potrete conoscervi meglio” ero rimasta un po’ perplessa. Come credo lo fossero anche gli altri. E se non ne avessimo voglia? Se non avessimo nulla da dirci? Allora i finalisti erano solo dei nomi, ora invece sono contenta all’idea di dividere lambrusco e tigelle con disperati di tal sorta. A tavola il discorso torna sulle scuole di scrittura: chi è a favore, chi è contro. Io, l’assessore e il napoletano siamo entusiasti sostenitori. La pittrice scuote la testa e dice che questo bisogno di corsi in realtà non è altro che un bisogno di non essere soli, ma che poi inevitabilmente finisce per prevalere la competizione.
“Io sono abituata a leggere le cose a mio marito” Suo marito è seduto accanto a lei e annuisce. “Io non ce la faccio a stare con la gente” continua “ mica glielo posso dire alla gente che scrivo, no, non posso. Non ho neanche un lavoro vero. Cosa posso dire? Che scrivo, scrivo e poi magari non viene fuori niente?” Ci guarda e, improvvisamente, sorride.
Forse è stato il freddo di stamattina, il coraggio racimolato per parlare in pubblico, il lambrusco che scende giù leggero, si sente che queste cose le stanno a cuore e che, in genere, è abituata a tenerle per sé.
O forse è questo l’effetto Loria: il desiderio che ti prende anche con degli sconosciuti di parlare del Tedio e della Vita. O forse è perché ha letto, come mi dice, il mio racconto dell’anno scorso. Allora sei tu… Forse le sembra di conoscermi un po’.
Il napoletano e l’assessore lo dicono a tutti che scrivono, invece, e non si vergognano affatto. Il bibliotecario che è anche il più giovane si è defilato, forse perché abita qui vicino, forse perché i ragazzi con lui hanno calcato un po’ la mano. I ragazzi carpigiani che, diciamo tutti, sembrano coltivati in serra: intelligentissimi, vivaci, pieni di passione.

Attorno a noi mangiano gli scrittori che il Premio Loria ha insignito negli anni, editi e inediti. Qualcuno poi è anche diventato famoso, con la fama che danno queste cose. Si scambiano saluti, occhiate curiose. Parleranno oggi pomeriggio e domani, nei vari punti della città: incontreranno il pubblico, leggeranno brani. E noi, finito il secondo giro di lambrusco, ci precipitiamo in strada ad ascoltarli: io, il webmaster napoletano e la pittrice modenese che sembra non aver più tanta paura della folla. L’assessore torna alle sue funzioni di assessore. (Durante il pranzo a me è sfuggito che la cerimonia della premiazione l’anno prima era stata bellissima non fosse stato per un tale assessore che non la finiva più di parlare senza dire nulla. E lui di nuovo lungo, lungo è sembrato starci strettissimo sulla sedia.)
Passiamo da un incontro all’altro, tutti rigorosamente all’aperto, da un lambrusco all’altro offerto dai negozianti del luogo, per scaldarci. I carpigiani hanno estratto i loro cappotti dagli armadi, ma noi abbiamo gli stessi abiti leggeri di stamani.
Ogni tanto uno degli organizzatori “filosofi” si siede tra gli autori per presentare, commentare, moderare. La poltrona partenopea è composta da Antonio Pascale (Premio Loria 2003 con “La manutenzione degli affetti “ nella sezione editi) e Antonella Del Giudice che ha vinto la sezione inediti nel 2001. Alla fine scambiamo qualche commento con i compagni di lambrusco: a me Pascale è sembrato inutilmente sofferto, con quei suoi sorrisi e gli strabuzzamenti d’occhi anche se le cose che ha letto erano belle, ma il web master lo ammira molto, dice che è uno dei pochi, veri, ultimi intellettuali italiani. E così passiamo alla Poltrona siciliana: Roberto Alajmo (che ha coltivato per un po’ il progetto di scrivere una Enciclopedia dei matti italiani) e Nicolò La Rocca. e giù un altro vinello. E poi al Teatro comunale un incontro registrato con Alberto Bevilacqua.

Gli organizzatori filosofi, alcuni anche membri della giuria, scivolano leggeri per le strade, controllano che tutto proceda per il meglio, presenze invisibili e assorte, e se li guardi bene ti sembra di vederlo il fiume della vita che scorre nei loro occhi pieni di domande. Ma non è questo il momento di porle. I filosofi procedono assorti per la via, dipanando la loro intricata matassa. Come tessitori angelici che si aggirassero tra gli uomini, per sbrogliare le questioni per cui rimane sempre così poco tempo. Per ricordare, e più che un ricordo è una sensazione impalpabile e sfuggente, che dietro ogni desiderio, dietro ogni parola, dietro le presentazioni degli autori seduti sulle poltrone, dietro il freddo e il bicchiere di vino stretto tra le dita, dietro la logorrea fastidiosa di certi autori gigioni, dietro ogni cosa la morte e la vita, eros e thanatos continuano a tirare le loro fila a tessere la loro trama infinita.
Una rapida occhiata e i filosofi subito si allontanano, si confondono tra la gente ferma davanti alle bancarelle che espongono i libri degli autori del Festival. O forse sono io che li incrocio, è a me che sembra di vedere il loro sguardo tra la gente, e quello del Marmiroli che svetta altissimo con la sua chioma bianca. Da sopra una spalla, all’angolo di una strada dove la folla si accalca, vedo il suo ammiccare, il suo sorriso da milord inglese, ingenuo e amarissimo e sapiente. Strizza l’occhio come a dire di non prenderci troppo sul serio, né noi né loro.

All’uscita del teatro è scesa la sera ormai a P. zza dei Martiri. Immensa, bellissima, sconfinata. I passanti la attraversano stringendo al petto i libri acquistati e la luce dei lampioni rifulge sul selciato quasi avesse piovuto. Alle 19.30 al Caffè Martini, all’angolo della Piazza, c’è la Poltrona americana.
William Lee legge Kurt Vonnegut con interventi musicali jazz di Ivan Bacchi. William Lee è un signore gallese che ama Kurt Vonnegut e tutta la letteratura americana. Si butta con foga nella lettura di un racconto tratto da Welcome to monkey house, legge una traduzione italiana e per quanto la sua pronuncia sia ineccepibile pure il suo accento duro, è reso ancora più duro dalla foga e dalla passione della lettura. Un piccolo uomo posseduto e tutti pendono dalle sue labbra, anche negli intermezzi musicali, non c’era più posto a sedere e noi ascoltiamo aggrappati ai divisori di legno nel bar. E alla fine quando la storia, dell’uomo che preferisce ignorare la ricchezza che possiede pur di continuare a suonare tre volte la settimana in un bar di infimo ordine, si chiude pensi che era giusto leggerla così in quell’italiano appassionato e sgraziato. Perché la storia non te la scorderai più, ti accompagnerà nei giorni a venire e si unirà alle voci che ti porti dentro.
Ci sarebbero altri eventi, ma non è più possibile seguire nulla. La testa esplode e la pittrice modenese, l’eremita che rifugge dalla folla, è diventata anche lei un personaggio loriano e in mezzo alla piazza battendo i piedi parla e parla del senso della vita e del senso delle cose e di un libro bellissimo che casualmente anche io ho a casa ancora avvolto nel nylon strana coincidenza. “Non mi lasciare” di Kazuo Ishiguro che molto l’ha ispirata. Anche noi come il Marmiroli percorriamo la piazza, su e giù, a lunghe falcate. Sento un discorrere fitto e pacato, voci che parlano di eterne questioni, e mi accorgo d’un tratto che dentro c’è anche la mia. Deve essere per il lambrusco, il freddo e la stanchezza se le questioni che riposano nei recessi profondi del cuore ora affiorano alle labbra senza urgenza e senza pena.

La domenica mattina continua la lettura di autori americani. Poi nell’ex Sinagoga inizia la Poltrona ebraica, bella e affollatissima. Brunetto Salvarani, carpigiano doc, teologo e scrittore, siede accanto ad una poltrona vuota. Secondo la tradizione è la poltrona del profeta Isaia, l’ultimo dei profeti, che potrebbe arrivare in qualunque momento. “E quando arriverà” dice sorridendo Salvarani “sarà la fine di ogni cosa”. Pure la presenza della sedia vuota sembra rendere la vita e il dibattito attorno più intensi, più preziosi. E sembra a me che di certo a sera qualcuno dei filosofi verrà a sedersi qui, verrà a riposare su questa sedia. Gerusalemme è il tema dell’incontro, quella celeste e quella terrena. Come indica il genere duale del nome, che in italiano non esiste. Della Gerusalemme quasi celeste, piene di promesse parlano i racconti di Agnon e di Martin Buber . Poi nella seconda tornata Gerusalemme viene raccontata da Yehoshua, Amoz Oz, Grossman: gli autori israeliani che, sulle tracce di Svevo, riprendono il mito dell’inetto. Una Gerusalemme senza più promesse.

Per me è arrivata, purtroppo, l’ora di andare. Nel pomeriggio ci saranno la Poltrona Mistero, la Poltrona multietnica, la Poltrona dell’Umorismo. E da ultimo alle 18 la premiazione. Quest’anno il premio per gli editi è andato a Marco Lodoli con il suo libro Bolle, impilato in tante copie sugli stand, di cui verranno letti degli estratti.
Mi dispiace, penso incamminandomi lungo il viale verso la stazione, non rivedere Stefano Loria il nipote di Arturo, che stasera consegnerà i premi. Mi piacerebbe che a vincere fosse la pittrice modenese o il web master napoletano, ma ci sono quattro finalisti che arrivano stasera e di cui non saprò mai che faccia hanno né se amino anche loro il lambrusco e le eterne questioni. Le quali, partita da qui, temo torneranno ad inabissarsi silenziose nei recessi del cuore. E intanto sento un tepore sciogliere il freddo di ieri, un vento leggero tra le fronde e quando alzo gli occhi tra la gente a passeggio, tra i rami degli alberi che si piegano verso l’asfalto, mi sembra di scorgere il sorriso squisitissimo del Marmiroli. Si affretta giù per il viale, ora si è voltato a guardarmi e indica ammiccando il cielo terso, la luce che oggi risplende tanto che è difficile ricordarsi dell’inverno di ieri.
Ammicca e sorride il Marmiroli quasi mi mostrasse l’ennesima prova della felicità intrinseca e della assoluta futilità nascosta in ogni cosa.

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