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Alla ricerca della tartaruga perduta

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Mi è venuto un colpo quando una sera, passeggiando tra le stradine del ghetto, dietro largo Argentina, mi si è stagliata davanti ripulita, rilucente di zampilli.

Mi è venuto un colpo quando una sera, passeggiando tra le stradine del ghetto, dietro largo Argentina, mi si è stagliata davanti ripulita, rilucente di zampilli. Mi è sempre piaciuta la fontana delle tartarughe. È al centro di piazza Mattei, una piazzetta minuscola, quadrata, incorniciata da palazzi sobri. Non è presa di mira dai turisti, rimane abbastanza appartata. Le tartarughe che si arrampicano sulla conca superiore, aiutate da quattro efebi, mi hanno sempre trasmesso l’idea della celebrazione della lentezza e della calma, che viene sospinta dalla grazia. La mia idea romantica della fontana si è trascinata per anni e il fatto che fosse coperta dal calcare la rendeva paradossalmente più affascinante. Siamo abituati a Roma a dare giustificazione alla decadenza e allo stato malandato di quanto vediamo, in una illusione di ricostruzione mentale fascinosa della bellezza originaria. Adesso invece non ci sono scuse. Il recente restauro, costato al comune di Roma quasi trecentomila euro, ha reso la piccola fontana cinquecentesca chiaramente apprezzabile, dando a chiunque ci passi davanti la stessa visione. Ho capito dunque che era arrivato il momento di conoscerla davvero la fontana, nella sua storia. Perché poi è solo la storia che può restituire il fascino alle cose. E nella storia mi sono imbattuta in una leggenda. La cosa si faceva interessante. Il giorno dopo sono tornata nella piazza, stavolta illuminata dal sole, con il mio libro La grande guida dei monumenti di Roma di Rendina. È un libro che tiro fuori ogni volta in cui voglio sentirmi turista nella città, una sensazione che rende leggeri e pronti sempre a partire, anche se non si parte mai, forse la stessa sensazione di chi decide di convivere piuttosto che sposarsi. Mi sono seduta su uno dei vasi che attorniano la fontana e, con i rametti delle piante che mi punzecchiavano la schiena, ho letto:
“È stata realizzata su disegno di Giacomo della Porta, tra il 1581 e il 1584 con sculture di bronzo di Taddeo Landini raffiguranti quattro efebi; questi si ergono da quattro conchiglie di marmo africano e mettono il piede su altrettanti delfini anch’essi di bronzo; con la mano avrebbero dovuto sostenere altri quattro delfini, che non furono mai eseguiti. Solo nel 1658 vi furono collocate, al loro posto, quattro tartarughe, probabilmente realizzate da G.L. Bernini in un lavoro di restauro. Le tartarughe sono state rubate il 10 dicembre 1906 e poi recuperate; il furto si ripetè diverse volte e vennero sempre recuperate e rimontate; l’ultima volta, nel 1981, ne fu rubata solo una, ma non venne recuperata. Allora le tre superstiti vennero tolte e riposte nei Musei Capitolini e, al loro posto, vennero sistemate quattro copie. Alla fontana è legata la leggenda che fa capo ad un duca Mattei che abitava nel palazzo di Giacomo Mattei. Giocatore incallito, una notte perse al gioco tutti i suoi denari e quando il suocero lo seppe, gli mandò a dire che il matrimonio con sua figlia non si sarebbe più fatto. Il duca, furente per l’insulto, volle far capire al futuro suocero che, anche senza soldi, restava sempre un potente e nobile signore, capace di ottenere quel che voleva. Così, in una sola notte, fece realizzare proprio davanti casa sua la splendida fontana e il mattino seguente invitò a palazzo padre e figlia; li fece affacciare a una finestra dalla quale potessero godere la vista del capolavoro dicendo: “ecco cosa è capace di fare in poche ore uno squattrinato Mattei!”. In questo modo riebbe la mano della ragazza, ma in memoria di quel giorno straordinario ordinò di murare la finestra del palazzo, come oggi appare. E c’è un’aggiunta della storiella, per conciliare la data della leggenda con quella della costruzione della fontana; questa sarebbe stata realizzata effettivamente negli ultimi anni del Cinquecento, ma per il giardino privato di un palazzo principesco, rimanendo sconosciuta. Il duca si sarebbe limitato a chiederla in prestito al nobile amico, finché il trasferimento provvisorio divenne misteriosamente definitivo”.
Dunque da questa storia si possono trarre una serie di considerazioni: le tartarughe dovevano essere in realtà delfini nell’intento originario, cosa che avrebbe tolto forse la bellezza e l’originalità dei piccoli lenti animali. I delfini ci sono, ma servono come base sulla quale gli efebi si appoggiano. L’intelligenza dunque è uno strumento per poter godere in modo libero del tempo. E questo lo dimostra anche il fatto che le tartarughe sono scomparse innumerevoli volte. Certo si è trattato di furti, ma mi piace pensare che invece le tartarughette abbiano voluto andare in giro, dopo essersi abbeverate, per guardare cosa succedesse attorno. Solo una continua a farlo indisturbata. Tra l’altro pare che una volta le tartarughe trafugate vennero ritrovate e riconsegnate da uno straccivendolo. Cosa ci facevano da uno straccivendolo?
E poi la leggenda del vizioso giocatore Mattei offre un ulteriore pensiero: se non fosse stato per il suo vizio e per la caparbietà nel voler sposare una donna (probabilmente anche per via della sua dote) la fontana sarebbe stata chiusa in un qualche giardino privato. E invece sta lì, bellissima adesso, in un elegante gioco cromatico di marmi chiari e scuri e di acqua che in raffinati zampilli si riversa chiara di giorno e celeste di sera nella sobria vasca di travertino.
L’unico peccato è non poter entrare liberamente all’interno del quattrocentesco palazzo Mattei, il palazzo dove c’è la finestra murata. Pare abbia all’interno un meraviglioso cortile con arcate e logge. Purtroppo alcune bellezze rimangono ancora borghesemente chiuse.

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