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In morte di una giornalista, Anna Politkovskaya

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È stata assassinata a Mosca con quattro colpi di pistola, era una giornalista. Una donna di 48 anni. Fine, colta e ben curata.

È stata assassinata a Mosca con quattro colpi di pistola, era una giornalista. Una donna di 48 anni. Fine, colta e ben curata. Una donna con un coraggio fuori del comune. Molti giornalisti abbandonarono la Russia prima che qualcosa accadesse loro. Anna Politkovskaya non era fra questi. Anna Politkovskaya ha continuato a raccontare del presidente Putin, della sua guerra contro la Cecenia e delle oscure viscere della nuova Russia. Ha pubblicato in Italia: La Russia di Putin (Adelphi) e Cecenia. Il disonore russo (Fandango).

… In Russia, la differenza esistente tra le statistiche ufficiali e la vita reale e’ grande almeno quanto quella sussistente tra Putin e le libertà democratiche. E’ bene tener conto di ciò, allorché si consideri Putin un alleato nella famigerata “guerra contro il terrorismo”. La differenza e’ evidente per tutti coloro i quali si chiedano quale sia la realtà della Cecenia oggi. …

… Così, America, Europa e Putin, tutti felici e contenti l’uno dell’altro, affondano nel fango di compromessi che appare un tradimento. Questo tradimento diventerà sempre più profondo mano a mano che Bush e Putin si sosterranno reciprocamente nelle loro rispettive campagne contro il terrorismo internazionale. Nei suoi incontri con Putin, Bush dovrebbe ricordare tutto ciò: i compromessi continui non faranno altro che rafforzare il Putinismo, e chiuderanno sempre più i ceceni nella trappola di questo ghetto del XXI secolo. …

” … Putin è una persona che non si ferma davanti alle belle parole, quando vuole distruggere qualcuno, va fino in fondo”

Indagò sullo sconosciuto Ovchinnikov (l’uomo che avrebbe debellato la mafia russa) e scoprì il suo passato di poliziotto negli Urali, distintosi in losche trattative per l’ascesa di Pavel Fedulev, vecchio delinquente contrabbandiere, lasciando sul suo cammino una scia di vittime nella sua scalata tra i ranghi dell’oligarchia.

“Non penso si possa parlare di crescita economica. Perdurano prezzi troppo alti di petrolio e gas, e finché sarà così le persone realmente agiate adoreranno Putin”.

È stata rapita, è stata persino avvelenata per impedirle di recarsi a Beslan.
È stata nominata tra i cinquanta eroi del nostro tempo dal giornale britannico New Stateman, al fianco della birmana Aung San Suu Kyl, del cantante rock Bono e del Dalai Lama.
Non saprei cosa dire di fronte a un eroe, mi sento piccolo e Le lascio la parola.

Da “La Repubblica delle Donne” – novembre 2003:

Zejnap è una contadina, qualche volta ha dato da mangiare ai combattenti. Non tanto perché fosse dalla loro parte, ma perché nel Caucaso si usa fare così: dare da mangiare a chiunque bussa alla porta e chiede del pane. Alla fine è arrivata la resa dei conti: l’hanno portata nel “collegio”. Si tratta di un luogo ricavato nel maggior centro della sua regione, Urus-Martan. Da una parte è effettivamente l’edificio della ex scuola-collegio “per fanciulle di montagna”, e dall’altra un vero e proprio simbolo di orrore, sofferenza e morte, nato durante la seconda guerra cecena. Nel “collegio” ha infatti sede la direzione regionale dell’Fsb di Urus-Martan, una delle più terribili della Cecenia. Qui vengono utilizzati anche gli uomini dell’esercito di Kadyrov, ora anche loro hanno il diritto di torturare qui i loro nemici. “Lì dentro ci sono stata due giorni”, racconta Zejnap. “Sono stati i russi a torturarmi. Non i ceceni. Ma c’erano anche loro, li ho sentiti parlare, hanno visto e sentito che mi torturavano. Quando sono stata portata dentro il collegio mi hanno detto che dovevo testimoniare contro i responsabili dell’uccisione di quattro poliziotti assassinati la scorsa primavera nel villaggio di Komsomol’skoe. Dicevano che potevo indicare con il dito chi volevo, e che questo sarebbe stato sufficiente. Io mi sono rifiutata. Mi hanno torturata con la corrente: prima mi hanno chiuso la bocca con il nastro adesivo, poi mi hanno legato delle corde e del filo metallico alle dita dei piedi. Quando hanno fatto passare la corrente ho avuto l’impressione che me le stessero strappando. Poi mi hanno messa su una sedia e mi hanno legato le mani e i piedi molto stretti. Mi dimenavo tutta, per via della corrente, ma non mi potevo muovere perché ero legata… Ho ancora male ai reni, alla colonna vertebrale… ogni notte sogno tutto quell’orrore…”. Zejnap è riuscita a sopravvivere. Naturalmente per miracolo. Quelli dell’Fsb avevano bisogno di lei viva, per poterla condannare. Capita spesso in Cecenia: ogni tanto bisogna dichiarare che è stato condannato un certo numero di terroristi. E quando Zejnap venne portata nel collegio era proprio il periodo della guerra alle cosiddette “donne-kamikaze”, e l’Fsb aveva un dannato bisogno di catturarne un po’. “Mi hanno dato calci terribili, nello stomaco, nelle reni, dappertutto. Non mi facevano riposare né dormire. Facevano i turni. “Andate a dormire, noi continueremo a darle una bella lezione”.

Per ore e ore mi hanno torturata diversi soldati. Poi mi hanno spogliata e violentata da dietro. Con una bottiglia. Ho perso conoscenza. I miei occhi erano sempre bendati, li potevo aprire solo ogni tanto, quando dovevano farmi vedere delle fotografie: “Questo lo conosci?”, Sono riuscita  a guardare negli occhi uno dei soldati. Gli ho chiesto: “Sei musulmano?”, e lui ha risposto: “Sì, baskiro”. L’ho pregato in nome di Allah di non spogliarmi più, di non violentarmi. Mi ha risposto che mi avrebbe aiutata, ma che dovevo almeno dichiarare di tenere nascoste delle armi…”. Zejnap ha acconsentito, l’hanno portata a casa e qui, davanti ai suoi occhi, hanno scaricato una cassa di patate al cui interno c’erano anche una granata F-1 e due batterie per un razzo. Dopo pochi giorni ci fu il processo. Lo presiedeva il giudice del tribunale cittadino di Urus-Martan, tale Jandarov. L’avvocato difensore nominato dall’Fsb consigliò a Zejnap di “assumersi ogni responsabilità”. Oggi il testo della sentenza dà l’impressione di un giallo fantastico, surreale, perché non ha la minima relazione con il diritto, dato che non vi può essere una sentenza senza una prova – naturalmente eccezion fatta per le sentenze ai tempi delle repressioni staliniane. Zejnap oggi ha 35 anni, sembra quasi una vecchia. Parlando di se stessa dice: “Mi sarei sparata da tempo se fossi riuscita a mettere le mani su un’arma. La mia vita è finita. Non mi resta che morire. E vendicarmi”.
Questo ho imparato in Cecenia. L’”operazione antiterrorismo” porta agli attentati terroristici. Di che morte sceglierà di morire Zejnap? Non ho risposte a questa domanda. Perché a questa domanda ho troppa paura di rispondere.

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