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Little miss sunshine, ovvero il claim di Nietzsche: diventa quello che sei.

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“Drogarsi da giovani è da pazzi. Ma non drogarsi da vecchi lo è ancora di più”. È una delle battute più divertenti di Little miss sunshine, film indipendente pluripremiato

“Drogarsi da giovani è da pazzi. Ma non drogarsi da vecchi lo è ancora di più”. È una delle battute più divertenti di Little miss sunshine, film indipendente pluripremiato che sta riscuotendo un bel successo di pubblico. È una pura, semplice, ben scritta commedia. Se non si legge come commedia, il film non è pregnante come potrebbe sembrare. Come commedia invece il giudizio si attesta su livelli più che dignitosi. Inizia con una gran sniffata di un vecchietto con tanto di camicia hawaiana e la faccia furba. Lo stesso vecchietto si svela da subito sboccato e ossessionato dal sesso. È lui il nonno, molto simile nel carattere al nostro Franco Califano, in una famiglia non tanto ben messa: il figlio vive nella speranza di pubblicare un manuale delle nove mosse vincenti (e già che siano nove e non dieci la dice lunga sul non riuscire a raggiungere il numero tondo) e si comporta di conseguenza con il desiderio costante di risultare egli stesso un vincente nella vita, ammorbando tutti sull’importanza di crederci e non apparire mai deboli. Incarna dunque lo stereotipo dello yuppismo americano, mortalmente noioso e antipatico, caricaturale. Ma è su di lui che si regge tutta la baracca: è sulla speranza della pubblicazione del manuale che la moglie conta per campare. La moglie è una donna solida (l’attrice Toni Collette è la stessa che impersonava la mamma depressa del ragazzino del film About a boy e qui sembra essere quella stessa donna che ha superato il momento depressivo), l’unico personaggio che non cambia dall’inizio alla fine. Da spettatori ci si identifica in lei, che si diverte, forse rimanendo fin troppo “normale” mentre osserva da dentro tutta la situazione paradossale in cui vive. È lei che recupera il fratello fallito suicida dall’ospedale, impersonato da Steve Carell, bravissimo nel raccontare uno stereotipo dell’intellettuale: il primo studioso d’America di Proust, sprofondato nell’abisso per amore non corrisposto di un suo studente che lo ha mollato per seguire il secondo studioso d’America di Proust. L’infelice viene dunque accolto in casa dalla sorella. Qui si ritrova a dover socializzare con il nipote adolescente, muto da nove mesi, che legge Nietzsche, odia tutti e ha un unico sogno: diventare pilota di jet e finché non lo realizzerà, decide per fioretto di non parlare. L’ultimo, ma principale, personaggio è Oliv, splendidamente doppiata, una bambina simpatica e tonda che sogna di diventare la piccola miss California. Ed è grazie a lei che tutta la famiglia si trova a compiere un lungo viaggio in furgoncino per giungere in tempo all’agognata competizione. Gli ingredienti ci sono tutti: personaggi ben caratterizzati, strambi e bizzarri, ognuno con una storia che li sorregge, conosciamo le loro aspirazioni e difficoltà, assistiamo alle alleanze interne, con binomi facili: zio-aspirante-intellettuale-suicida-gay / nipote-adolescente-introverso-ispido-sognatore; nonno-erotomane-sboccato / nipote-innocente-entusiasta; padre-di-famiglia-finto-rampante-vincente / madre-di-famiglia-permissiva-intelligente-affidabile. Scoppiettante di dialoghi con un ritmo serrato di battute, il viaggio reale e simbolico procede con intoppi che rendono la narrazione sempre più piacevole: la frizione del furgoncino si rompe costringendo tutta la famiglia a spingere il mezzo per metterlo in moto e a salirci a turno in corsa, la stessa corsa che piano piano sembra liberare i personaggi dalle loro paure e illusioni; durante il viaggio le delusioni si succedono a turno per ognuno ma vengono superate grazie all’ironia dello stare insieme; a sorpresa il personaggio che pare reggere tutto il ritmo, il nonno, esce di scena, morendo probabilmente per overdose. Qui il film poteva calare di ritmo, invece continua a reggere, in quanto il nonno, seppur morto, continua a essere presente fino alla fine del film e fa ridere persino come salma. E poi la chiusura arriva a sorpresa, una bella sorpresa, una trovata intelligente, la migliore del film, per criticare la pornografia della borghesia benpensante che alimenta i concorsi di bellezza delle piccole orribili miss. Il film si chiude con un balletto liberatorio, al quale tutta la platea vorrebbe partecipare. E infatti nel cinema si applaude, come alla fine di ogni commedia che si rispetti. Ma attenzione, non pensate sia una storia drammatica, un film vero. A rifletterci più a fondo, ribaltando tutti gli stereotipi, la pellicola risulta paradossalmente stereotipata: la famosa frase di Nietzsche “Diventa quello che sei” (che sembra un abusato claim pubblicitario), potrebbe riassumere la morale del film. Ma come sempre, quando un claim riassume tutto, quando c’è un’unica morale, qualcosa di vero inesorabilmente sfugge. Credo ne siano consapevoli i due registi del film Jonathan Dayton e Valerie Faris, coppia anche nella vita, con alle spalle esperienze di cortometraggi, video clip musicali e spot pubblicitari, appunto. Loro i bisogni collettivi della gente li conoscono di certo e conoscono i meccanismi per crearli e soddisfarli, facendo prima di tutto divertire.

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