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La tecnica della letteratura del mistero

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Mi sono divorato un incontro alla libreria universitaria “leggere” di Arezzo e un seminario di un giorno e mezzo, con tanto di attestato di partecipazione e sconto soci Coop e tessera Arci, presso la scuola di narrazioni “Arturo Bandini” di Arezzo.

Mi sono divorato un incontro alla libreria universitaria “leggere” di Arezzo e un seminario di un giorno e mezzo, con tanto di attestato di partecipazione e sconto soci Coop e tessera Arci, presso la scuola di narrazioni “Arturo Bandini” di Arezzo. Cinque partecipanti oltre il sottoscritto, di cui una scrittrice già affermata e ben tre insegnanti di lettere.
La docenza è affidata a due personalità. Uno è Carlo Lucarelli, il maestro. L’altro è Matteo Bortolotti, uno dei più quotati giovani autori di genere nonché personalità di spicco dell’associazione scrittori di Bologna.
Il mentore Lucarelli ribalta gli stereotipi, e subito elargisce con semplicità e chiarezza ogni suo segreto, ogni regola, ogni trucco, ogni astuzia appresa o inventata. Quel che ordina di fare è lapidario, essenziale. Posso provare a riassumerlo per grandi linee.
La tecnica della letteratura del mistero deve osservare poche e precise regole.
Con le dovute eccezioni e con infinite variazioni sul tema, che però non tutti possono permettersi, non devono mancare tre cose.
il mistero: il sig. A è sparito senza motivo.
il personaggio che cerca: la sig.ra B indaga.
il personaggio che nasconde: il sig. C l’ha rapito.
E siamo solo all’antipasto. Il mistero (il delitto o la tragedia, insomma l’oggetto della storia) deve rispondere ad alcune tipicità. Deve essere irrisolto, inquietante, coinvolgente, originale e imperdonabile.
Irrisolto, ma non irrisolvibile. Non impossibile da scoprire. Per esempio cosa c’è dopo la morte?
Inquietante. Una macchina che si mette in moto non è inquietante, una macchina che si mette in moto da sola lo è.
Coinvolgente. Una strada asfaltata non è coinvolgente, di solito. Ma se il personaggio la vede asfaltarsi da sotto, seppellito vivo in una cassa di vetro, si che lo diventa.
Originale, non banale. Ma la bravura dello scrittore consiste nel rendere originale anche una banalità. Un allevatore di vermi è banale, ma se insinuassimo il dubbio che i vermicelli si nutrono di persone vive?
Imperdonabile. Anche questo è difficile e fondamentale. Il lettore resta attaccato al mistero solo se la soluzione è urgente o imperiosa, una questione di vitale importanza.

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Ma tutto questo non è sufficiente. Il personaggio che cerca deve manifestare contraddizioni e ossessioni, altrimenti non si caccerà nei guai per risolvere il caso. Deve avere una sua efficacia e una sua direzione. Insomma deve essere interessante. E non finisce qui, l’antagonista anche se nascosto, deve sembrare forte e imprendibile.
Ah! Dimenticavo di dire che tutte le cose fondamentali e le suddette caratteristiche dovrebbero già essere contenute in poche righe, possibilmente nelle prime. Il classico esempio è il solito Stephen King. “L’unico uomo sopravvissuto alla guerra nucleare è rinchiuso nel suo rifugio antiatomico … ma sente bussare alla porta”. In queste poche parole sono presenti quasi tutti gli elementi.
Ora ci provo io. “Manca un’ora all’alba e la porta del rifugio è ostruita da un crocifisso. Il demone vampiro si porta una mano alla bocca e … non ha più i canini”. Può funzionare? Chissà se ho imparato qualcosa?

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Un accenno ai “segreti” dell’accademico Bortolotti.
– La gabbia. E’ la molla dello scrittore di genere. Costruirne una, e che sia con le pareti alte, robusta e inattaccabile. La domanda è “ce la farà a uscirne?” Tutto qui, semplice ed essenziale. Poi se la storia è noir finirà male, se è un giallo finirà bene e così via di genere in sottogenere.
– Autostima e Tecnica. Cosa occorre allo scrittore di genere? Facile. Autostima (tanta) e Tecnica (tantissima) perché esiste sempre un modo migliore (di un altro) per raccontare la storia nata da quella idea che hai avuto. NON FARSI RUBARE L’IDEA.
– Schema e archeologia. Sono i due modi principali di stendere una trama, e si intrecciano. Puoi scavare quanto vuoi nel torbido dell’idea, prima o poi dovrai usare uno schema o ne verrai risucchiato. Quando si scava puoi trovare tre cose: un tesoro, niente, un tubo del gas. Cambiare storia quando si trova un tubo del gas.
– Patto col lettore, coerenza, plausibilità. Tutto ciò fa parte del classico repertorio.
Fine del seminario, i soliti esercizi e test commentati, le solite ramanzine e consigli. Ma anche grande disponibilità e solidarietà verso chi, come noi omeristi, sta tentando di entrare nell’olimpo degli autori di qualcosa.

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Un rapido accenno all’incontro con Lucarelli.
– La confusione (voluta) tra mistero e segreto è lo spunto per trattare in modo noir molte scomode verità. Piazza Fontana, strage di Bologna, Portella della Ginestra. Quando non c’è più interesse a punire i colpevoli, si può indagare sui perché.
– Lo scrittore Lucarelli incontra per strada delle suggestioni. Si fa delle domande. Allora si racconta una storia che dia le risposte.
– I suoi personaggi cambiano in continuazione. Non si può raccontare la Bologna della Uno Bianca con un commissario del 1920. Allora nasce lo strano e discutibile Coliandro. Poi se compare l’iguana di Almost Blu non potrà affrontarlo né l’uno né l’altro, e così via.
– Non inquadrare mai uno scrittore sull’ultima cosa pubblicata. Magari l’ha scritta due o tre anni prima e sta lavorando a tutt’altro. Il tempo dello scrittore non viaggia in linea retta. È una nebulosa
– Non crede a quelli che dicono “avevo una storia che mi bruciava dentro e ho dovuto scriverla”. Tutte le storie le ho già dentro, poi una matura e allora scrivi di lei e dei suoi personaggi.
– Non crede che lo scrittore diventi un esperto dell’argomento trattato nei suoi libri. Quel che impari è limitato nel tempo e sai solo quello che ti serve. È come fare un bagno dentro una sostanza, ti rimane addosso solo quel che ti occorre e il resto lo dimentichi. Lo scrittore butta via tutto quello che è noioso e superficiale. Per questo non è vita vera.

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Ora, se me lo concedete, vorrei dire io qualcosa ai maestri, ai vati ai professori. No, per favore non cambiate canale. Vorrei solo dire la mia sul “genere” e sulle “storie” che ci raccontiamo.

Oggi ho sentito il mio fraterno amico. Pensate a quello con cui hai diviso o condiviso giornaletti, vacanze, disagi, idee, soldi, ragazze, dubbi, tormenti e tutto quello che vi può venire in mente. Persino i suoi figli sono stati anche un po’ miei e mia figlia un po’ sua.
Gli ho telefonato perché mi hanno avvisato che l’altro ieri ha iniziato lo sciopero della fame.
Lo fa perché chiede attenzione. Lo fa perché è border. Lo fa perché vuole dall’Inps i soldi che vuole regalare a sua nipotina che sta per nascere. Lo fa perché è affetto da sclerosi multipla e ha sentito parlare di eutanasia, e vorrebbe avere il diritto di crepare quando sarà il momento. Lo fa perché è stanco di glaucomi e trombosi. Lo fa perché non lo sa neanche lui.
Questa storia non farà notizia sui media, comunque vada a finire. Questa è solo una triste storia di cronaca. Eppure se ci penso bene ha tutti i requisiti del genere. Può essere un giallo, oppure un noir. Anche Hard Boiler se finisse in un certo modo. Se trovi poi un ottimo scrittore disposto a raccontarla, sarà letteratura Main Stream.
Questa storia è buona, mi graffia dentro. Ma sarà perché non sono uno scrittore Main Stream e neanche di genere, a me non va di raccontarla e mi piacerebbe il lieto fine. C’è qualcuno disposto a tanto?

Per dirla alla Lucarelli “ma questa … è un’altra storia”.

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