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Il silenzio del serpente

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Molti sono i vantaggi della fotografia rispetto ad altre forme di comunicazione. Il silenzio che l’accompagna, prima di tutto.

Molti sono i vantaggi della fotografia rispetto ad altre forme di comunicazione. Il silenzio che l’accompagna, prima di tutto. Nessun dibattito chiassoso intorno alla questione, nessun noioso sfoggio di cultura, nessun “sono stato frainteso”. L’immagine, solo questo. Poi si tratta solo di fare i conti con le emozioni che suscita. La decodifica del messaggio è una questione privata tra lo spettatore e la foto. Ci sono casi in cui una testimonianza visiva integra testi, giustifica discussioni. E altri in cui basta a se stessa: la sua forza emotiva è più eloquente di qualunque parola. “È questa consapevolezza che mi ha convinto a non accompagnare le immagini con didascalie”, spiega Giorgio Palmera. Autore di reportages fotografici in diverse parti del mondo – dal Nicaragua, all’Angola, alla Siria -, Palmera presenta una selezione di fotografie relative al muro in Palestina alla Galleria Santa Cecilia, nel cuore di Trastevere. “Al Jidar” è il nome della mostra, che sarà possibile visitare fino al 28 ottobre.
È il silenzio – apparente – che in genere avvolge le foto. Ma non in questo caso, non per il tema scelto. Le foto del muro più che altro rompono il silenzio. Quello che caratterizza la cosiddetta “questione palestinese” e, in particolare, la costruzione della barriera. Da quattro anni ormai cresce questo serpente di cemento che si snoda tra Israele e Cisgiordania, che dovrebbe mettere al riparo lo stato ebraico da attacchi terroristici. Questa la motivazione ufficiale. Ma se le cose stanno così, al di là del legittimo dubbio sulla garanzia di sicurezza delegata ad un netto confine fisico, viene spontaneo chiedersi come mai il percorso che segue il muro sia del tutto arbitrario, invadendo vaste aree di territorio palestinese. Ciò che ne consegue è la divisione delle fonti d’acqua dai campi coltivabili o di una parte di villaggio dall’altra. “L’oppressione che si sente nelle zone a ridosso del muro – racconta il fotografo – è tangibile. Impossibile non raccontare questi stati d’animo”. E lo fa a suo modo, con sedici immagini panoramiche di grande formato che si sviluppano in verticale, “per restituire la sensazione che si prova di fronte alla costruzione”. In bianco e nero, perché non è l’estetica che deve colpire. L’angoscia è la protagonista. “È il sentirsi in trappola, senza possibilità di riscatto, privati della libertà esterna, e soprattutto interiore”. È facile intuire perché Palmera insista tanto su questo punto. Lui che ha girato il mondo con una macchina fotografica. Lui che è arrivato alla Galleria per illustrare il suo lavoro su una roboante moto, con capelli selvaggi e scoprendo nel gesticolare un paio di gechi sulla mano destra e disegni tribali nell’altro braccio. “L’idea della mostra in realtà – specifica – me l’hanno data proprio i ragazzi palestinesi, nell’osservare le loro foto”. Si, perché Palmera è anche il presidente di una ONLUS – Fotografi Senza Frontiere – che allestisce laboratori di fotografia in vari paesi coinvolgendo ragazzi del posto, e offrendo loro la possibilità di imparare una professione. O, al limite, di scoprire una passione. “Ciò che viene chiesto ai ragazzi – continua il fotografo – è di raccontare se stessi e la realtà che li circonda. Nel caso dei palestinesi, quasi ogni foto raffigurava il muro”. Non saranno queste foto anche una denuncia contro l’indifferenza occidentale? “Certo, è naturale che sia così”.
La fotografia che fa da manifesto alla mostra è esemplare. Un “NO” scritto in grande sul muro, e sopra, due occhi e una bocca spalancata. Un grido senza voce.

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