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Una e-mail dalla terra dei cedri

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Tra il 13 e il 14 luglio scorso, un bombardamento da parte della marina israeliana ha fatto saltare la centrale elettrica di Jieh a 28 chilometri da Beirut, provocando...

Tra il 13 e il 14 luglio scorso, un bombardamento da parte della marina israeliana ha fatto saltare la centrale elettrica di Jieh a 28 chilometri da Beirut, provocando uno sversamento in mare di “olio combustibile pesante” per una quantità compresa tra le 10 mila e le 15 mila tonnellate.
Forse qualcuno si ricorda questa notizia, come tante a margine della guerra tra Israele e Libano, ormai trascurata dai media italiani con la fine delle ostilità e nonostante la missione Unifil a cui partecipa anche l’esercito italiano. Eppure il disastro ambientale di Jieh in Libano, sommato ad altri tre quest’estate in Alaska, Filippine ed India, provocherà molti più danni della petroliera Prestige andata a fondo nel novembre del 2002 davanti alle coste della Galizia, ed oltrettutto si è verificato nel Mediterraneo, il mare nostrum, oltretuttto a causa della guerra. Nessuno parla più del Libano dopo la risoluzione Onu, e men che mai del disastro di Jieh, e quindi mi sono industriato per trovare informazioni da solo.

Guarda caso un mio conoscente, Vittorio Alessandro (nella foto davanti alla bandiera), capitano di vascello della Marina Militare Italiana, è responsabile della missione per conto del Ministero dell’Ambiente ed è partito alla volta di Beirut, una settimana fa. Il capitano Alessandro l’ho conosciuto nel porto di La Spezia durante gli ultimi famigerati “tre giorni” di visite mediche militari a cui i nati nel mio anno sono stati costretti (un anno dopo i miei diciotto anni c’è stata la sanatoria). All’epoca aveva un cerchietto con due sbarre d’oro sulla spalla: i gradi. Quando lo rincontrai, casualmente sull’isola d’Elba qualche anno dopo, aveva sul petto una bandierina verde-bianco-verde simile alla bandiera della Nigeria: un omaggio alla carriera, forse. Assomiglia vagamente al chitarrista dei ColdPlay, perché siciliano di origini normanne, e questa è la sua prima missione di post-guerra difficile e pericolosa, comunque importantissima per la salvaguardia dell’eco-sistema marino. Credo di avere lo scoop tra le mani, già mi immagino l’intervista, e mi industrio per contattarlo nel suo albergo di Beirut, il Bay View Hotel. Impossibile: le linee telefoniche sono state tagliate dai massicci bombardamenti israeliani. Chiamo allora il ministero dell’Ambiente e dopo aver implorato mi danno il numero di un telefono satellitare di un ambientalista spagnolo che sta lavorando sulla costa. Nonostante la barriera linguistica lo spagnolo mi dice che conosce il capitano Alessandro (“Claro que si eso che se asemejaal al guitarrista do los ColdPlay”), ma che ora è a Beirut. L’ambientalista spagnolo mi informa che la marea nera si è estesa per 150 chilometri a nord verso la Siria, ricoprendo completamente il mare del Libano anche per molti chilometri a largo. La telefonata costa troppo e lo spagnolo non può darmi maggiori informazioni. Finalmente, alla fine della settimana, trovo l’indirizzo elettronico del capitano. Gli scrivo una decina di domande sulla sua missione, ma anche un’altra decina su Beirut. Quello che mi interessa sapere è la situazione della città, gli effetti dei bombardamenti, quello che dice la gente. Dopo venti ore arriva la risposta: l’e-mail dalla terra dei cedri.
Eccola qua:

purtroppo la situazione dei collegamenti – anche di internet – e’ molto precaria, e dunque leggo la posta raramente, e velocemente.
non ho molto tempo per risponderti, ma ti dico che la nostra missione e’
collegata con quella onu, ma non ne fa parte.
la centrale termoelettrica era – come molte altre da noi – vicina al mare
perche’ cosi’ e’ piu’ facile ed economico approvvigionarla di olio combustibile
(il carburante della centrale) con le navi.
l’olio e’ finito in mare quando due missili hanno colpito i depositi e li
hanno distrutti.
Un effetto collaterale della guerra, come si direbbe.

La mail è deludente. Non ci sono particolari su come verrà bonificato il mare. Per cause di forza maggiore, nessuna delle mie domande ha avuto una risposta, neanche quelle su Beirut, sul Libano in generale. Devo quindi lavorare di immaginazione, con l’aiuto dei Rolling Stones parafrasando un testo dell’ultimo loro disco (Il più grande botto, quello che ha colpito il Libano), tento di immedesimarmi nel capitano Alessandro che cammina per Beirut inciampando nella terribile verità della guerra, nascondendo il suo dolore, quando la luna se ne è andata e le lampade fanno giorno e pensa di aver attraversato il Rubicone.

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