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Maschere che contengono grida mute e urli e imprecazioni e preghiere e bestemmie e terrori

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“Ma non vi fanno impressione?”. La ragazza coi capelli neri risponde subito: “No, ci siamo abituati. Le nonne ci portavano a vederle quando eravamo piccoli

“Ma non vi fanno impressione?”.
La ragazza coi capelli neri risponde subito:
“No, ci siamo abituati. Le nonne ci portavano a vederle quando eravamo piccoli, a tre, quattro anni; ce le mostravano e ci raccontavano le loro storie, e così ci siamo abituati, non ci impressiona più niente, neanche quando muore qualcuno e andiamo a vedere il cadavere”.
Stiamo parlando delle mummie di Ferentillo, che abbiamo appena finito di visitare nella cripta che le contiene, esposte dentro teche di vetro, immobili come statue a cui un destino perverso ha riservato una mala morte e una impudica esposizione per un riposo senza pace.
Adesso siamo in nella stanzetta che funge da biglietteria e ufficio informazioni. Le ragazze sono due, una bruna e l’altra castana, non avranno più di vent’anni. Le mummie sono il loro orgoglio e la loro presenza nel mondo del turismo: sono in tanti che vengono qui, in questo paesino dell’Umbria, a vedere ciò che resta (molto) di alcuni soldati napoleonici, un paio di cinesi morti di colera, un campanaro caduto dal campanile mentre suonava le campane, due banditi, la vittima dei banditi, il pezzo inferiore (gambe/bacino) di un uomo alto più di due metri, una donna morta di parto, una cortigiana nel suo vestito delle feste…
Le ragazze continuano a sorridere mentre ci raccontano che il processo di mummificazione è assolutamente naturale, dovuto a un microfungo che distrugge i batteri della decomposizione.
“La mummificazione avviene in un anno, e i cadaveri conservano oltre alla pelle anche i denti, i capelli, la barba, i bulbi oculari, le orecchie”.
“Un professore che non ci credeva” precisa la bruna “ha seppellito un’aquila, e dopo sette mesi l’ha trovata mummificata” lo dice con orgoglio come a ribadire che in quest’epoca di mistificazioni e falsificazioni le mummie di Ferentillo godono del privilegio dell’autenticità. L’aquila sta lì, l’abbiamo vista, le ali mangiucchiate e il corpo comunque integro, sistemata accanto al lungo piano in cui sono adagiate compostamente decine e decine di teschi.
Le ragazze sorridono. A noi, invece, il senso di inquietudine è rimasto, soprattutto davanti a certe bocche spalancate: quella della sepolta viva, per esempio, con le mani e i piedi contratti nello sforzo di sbalzare la terra e scappare fuori, via da lì, da quella mancanza d’aria, da quel buio asfissiante, quella terra che colma la bocca e tiene il corpo compresso nel rettangolo che la pala e il piccone hanno scavato per accoglierla, lei che gli altri hanno creduto morta, ch’è stata scambiata per morta, essendo il suo, invece, solo sonno, solo un sonno più fondo, ingannevole agli occhi. O forse il cuore s’è fermato davvero, e poi, miracolosamente, ha ripreso a battere, ma del miracolo non s’è accorto nessuno perché il miracolo – chissà, qualcuno aveva implorato, supplicato per lei, e i tempi di Dio non sono i nostri tempi – s’è adempiuto all’oscuro di tutti, fuori dalla possibilità d’ognuno di contemplarlo e lodarne l’Altissimo. Un miracolo che s’è fatto tragedia, perché sì, è meglio cento volte, e cento e cento, essere morti davvero, nell’aria e nella luce, piuttosto che ritrovarsi vivi in una tomba. E la bocca si spalanca, lei cerca di urlare, di respirare, ma si riempie soltanto di fango e terra (così come la ragazza ferita qualche tempo fa dal suo amante e sepolta insieme al figlio che stava per partorire).

E’ spalancata, anche, la bocca della donna morta di parto: una doglia che non finisce mai, che le lascia la vagina dilatata per l’eternità, come ci ha detto la ragazza castana facendoci notare il bacino allargato dal quale, volutamente, avevamo distolto lo sguardo.
Il soldato impiccato, invece, ha la testa rovesciata sull’omero destro, le labbra storte a destra, gli occhi che sembrano socchiusi. Il suo viso è una smorfia di dolorosissima rabbia. Perché l’hanno impiccato? Chi l’ha deciso che doveva morire? Che i suoi giorni dovevano finire per mezzo di una corda e di un salto nel vuoto? A quale comando ha disubbido, quale regola disatteso? Ha rubato, stuprato, ucciso? Oppure ha soltanto raggiunto un luogo non dovuto (lui, francese) in un tempo non dovuto?
La cortigiana è l’unica che indossa i vestiti. Sembra una bambola di paglia adagiata nell’angolo di una vetrina; l’interno della “imbottitura” è come rosicchiato dai topi. Eppure conserva un vezzo, qualcosa di un’antica civetteria. O forse no, forse è solo l’impressione che la parola “cortigiana” buttata là dalla guida, ha suscitato. Una cortigiana che, a differenza degli altri, conserva il privilegio dei vestiti. Perché gli altri sono stati interrati nudi, avvolti in un lenzuolo e buttati nella fossa. Solo i nobili e i preti venivano sepolti con i vestiti, indice di ricchezza e di distinzione sociale.
C’è pure un uomo grasso tra i morti, un ingordo, il viso stravolto da una paresi. La leggenda dice che morì a causa della sua ingordigia. In realtà, pare sia stato un ictus ad ucciderlo.
Poi c’è l’uomo torturato.

“Tortura con la corda” ha precisato la guida mostrando le incisioni sui polsi e le ginocchia. Anche questo è un soldato napoleonico, come l’impiccato e un terzo uomo al quale è stato scoperchiato il cranio (visibile la cicatrice che gira intorno alla calotta cranica).
Un brivido lungo ci corre per la schiena, inorriditi dalla esposizione di questi morti, da questa specie di catalogo in cui viene mostrato ciò che non si dovrebbe. Perché è meglio lasciarla alla morte, la morte. Meglio non doversi specchiare in questi legni scolpiti nella posizione grottesca che in vita non hanno avuto mai; perché la vita (in genere) ti rispetta: nel pudore e nella dignità, nel tuo modo d’essere, nella maniera di porgerti agli altri offrendo la migliore delle tue facce. Nella cripta, invece, tutto è storto, rosicato (impressionanti i bubboni che il colera ha lasciato sul corpo di alcuni), masticato, macerato, ridotto a ossa e brandelli: di abiti, di pelle, di peli unghie capelli che certe volte si sono conservati intatti, come i denti dello sposo cinese venuto fino a Roma per celebrare il Giubileo e morto di colera insieme a sua moglie, anche lei giovanissima, che sta lì, con le mani giunte sulla spalla e un’espressione di stupore nella bocca contratta in una “o” tonda tonda, il naso mangiato, gli occhi che sembrano chiusi, una treccia lunghissima che adesso non c’è più, rubata dal vandalo di turno quando le mummie non erano ancora custodite dalle teche. Uno stupore che dà la misura di quanto fosse inaspettata per lei la morte. Perché sì, è così, la morte arriva quando meno te l’aspetti. Se l’aspettava forse la cortigiana amante del conte? O il conte che fu accoltellato ventisette volte da tre aggressori che lo indussero a uscire dal palazzo, di notte, per poi ucciderlo nel buio? O uno di quegli aggressori, che fu ucciso proprio dal conte, nell’estremo tentativo di costui di salvarsi? Se l’aspettava la morte il campanaro, che cadde dal campanile mordendosi la lingua e perdendo un dito, il cui petto fu squarciato a “x” da coloro che vollero indagare in esso l’effettiva causa del decesso? O l’uomo alto due metri, quel gigante in mezzo a un popolo di uomini mediamente alti un metro e cinquanta? Un gigante – forse un soldato svizzero – venuto anche lui per il Giubileo, per guadagnarsi l’indulgenza, o forse per seguire una bella ragazza, o per soddisfare un bisogno d’avventura, il desiderio di andare a Roma e sfilare per il Papa nel fasto di processioni grandiose, come in Svizzera non se ne vedono mai, e riempirsi gli occhi, riempirsi le orecchie, fare incetta di storie da raccontare al ritorno, all’osteria o davanti al fuoco, descrivendo i piccoli uomini in paramenti sfolgoranti che fanno la ruota al seguito del Papa Re?

Quel brivido lungo ci corre ancora giù per la schiena. Uno spavento che mantiene alta l’inquietudine anche adesso che nell’ufficio informazioni le ragazze parlano allegramente ascoltando in sottofondo musica rock. Un’inquietudine che ci dà il senso, forse, della nostra “disabitudine” alla morte, alla percezione della fine, a queste maschere che contengono grida mute e urli e imprecazioni e preghiere e bestemmie e terrori.
Ecco, forse è questo che di più ci sconvolge nelle mummie appena viste e che difficilmente – molto difficilmente – riusciremo a dimenticare: il fatto che per loro è stato terrorizzante l’attimo del trapasso, e quel terrore si è coagulato nel loro viso, si è stampato in esso come un’ultima, atroce, istantanea della vita che poi, varcata la soglia, ha preso placidamente a scorrere nel fiume lungo dell’eternità.

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