Le treccine della giovane Oriana

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Che inutile spreco di inchiostro i “coccodrilli”. Patetici, noiosi, irritanti epitaffi che hanno la pretesa di restituire al lettore l’immagine – secondo l’autore veritiera – del defunto.

Che inutile spreco di inchiostro i “coccodrilli”. Patetici, noiosi, irritanti epitaffi che hanno la pretesa di restituire al lettore l’immagine – secondo l’autore veritiera – del defunto. E invece il più delle volte si tratta solo di buonismo forzato, una sorta di scarico della coscienza che peraltro non sempre rende giustizia al – fu – diretto interessato.
A questo si è assistito nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Oriana Fallaci, icona di battaglie ideologiche da un lato, odiata e dileggiata dal fronte opposto. “Personaggio scomodo” veniva definita in vita, eppure nessuno ha esitato a strumentalizzare le sue parole. Né chi l’ha eletta messia del nuovo millennio – o meglio, una Cassandra dei giorni nostri, come ora ama chiamarla il “Corriere della Sera” -, né chi ha attribuito alla sua persona tutte le colpe per la situazione poco invidiabile nella quale vivono i musulmani occidentali. Si parla dei cosiddetti ‘moderati’, chiaramente. In entrambi i casi si è perso di vista l’ essere umano-Oriana. Non pensava a lei in quanto persona Vittorio Feltri, quando dalle colonne di “Libero” propose una raccolta di firme per concederle la carica di senatore a vita. E – qui c’è da sperarlo – non pensava a Oriana in quanto Oriana la Guzzanti, quando si prendeva gioco di lei e della sua malattia in mezzo ad una folla festante di giovani.
Non era più considerata una persona da un pezzo, era diventata solo un simbolo. Proprio lei, che di personalità ne aveva da vendere. Eppure, nella sua morte, è proprio questo suo caratteraccio che l’ha salvata, e ha fatto in modo che i “coccodrilli” a lei indirizzati avessero un sapore diverso rispetto a tanti altri. Accade sovente che importanti personaggi diventino icone ideologiche una volta lasciato questo mondo. Bisogna solo aspettare qualche tempo – poco in realtà – perchè la gente dimentichi la loro umanità corredata di tutti i difetti, dunque si può ricostruire o costruire ex novo l’immagine del defunto che più fa comodo al momento. Con la Fallaci è avvenuto il procedimento inverso. Già simbolo in vita, nelle parole dei colleghi che l’hanno conosciuta è emersa la sua umanità. È vero, nessuno ha potuto fare a meno di ricordarla autoritaria, iraconda, vanitosa. Insomma, decisamente antipatica. Ma allo stesso tempo nessuno si è potuto esimere dal definirla una grande giornalista. È questo che si è finito per dimenticare negli ultimi anni in cui ha interrotto il silenzio durato undici anni, mantenuto “per non mischiarsi alle cicale”. Ciò che lei era stata, una giornalista e una scrittrice, che mai quanto per lei sono state due facce della stessa medaglia. In America hanno addirittura inventato un termine per definire il suo stile personale di raccontare le storie: ‘it’s-all-about-me-journalism’. È questo che tiene incollati i lettori alle pagine dei suoi scritti.
Bernardo Valli ricorda su “La Repubblica” che almeno un paio di dipartimenti di giornalismo – come la Michigan State University – usano le sue interviste, registrazioni e testi a fronte, come modello. Tutto ciò che usciva dalla sua penna parlava di lei, compresa l’intervista a Henry Kissinger o quella a Gheddafi. Per non parlare poi dell’incontro con Khomeini, durante il quale racconta di essersi strappata di dosso il velo che la avvolgeva, di fronte ad un ayatollah sbigottito.
Ma c’è un altro elemento che sarebbe dovuto emergere con più forza, ed è invece rimasto sullo sfondo. Nei vari aneddoti raccolti sulle colonne dei giornali si è riscoperta la Fallaci giornalista, ma si è appena intravista la Fallaci donna. E non è certo un aspetto che si può ignorare. O, peggio ancora, camuffare; Giuliano Ferrara scrive su “Il Foglio”, con il tatto di un elefantino (rosso), che la Fallaci era una furia armata “in un mondo che lei ha percorso, bisogna dirlo, nel segno della sua virilità”. Ora, è vero che la giornalista ha avuto delle affinità con i leghisti – che, è noto, hanno una certa caratteristica fisica – ma se la Fallaci avesse potuto leggere questo editoriale, probabilmente qualcosa da obiettare l’avrebbe avuta. “Essere donna – scriveva – è così affascinante. È un’avventura che richiede un tale coraggio, una sfida che non finisce mai”. E può ben parlare di coraggio e di sfide lei, che è stata fra le prime ad imporsi prima a livello nazionale, poi internazionale in un mestiere prevalentemente maschile. Era perfettamente cosciente della necessità di combattere più strenuamente per ottenere i propri scopi. Eppure era incapace di dividere la scena con altre presenze femminili, come ha dimostrato lo scontro con Camilla Cederna, altra autorevole firma, ai tempi in cui entrambe scrivevano per il settimanale “Europeo”.
Amava essere una prima donna, e nonostante la sua spinta femminista, fu “contro le donne contro”, quando quest’ultime cominciarono le loro lotte di emancipazione. Aveva scritto “Il sesso inutile” e il romanzo “Penelope alla guerra” in cui emergeva la durezza alla quale andavano incontro le donne desiderose di farsi strada. Ma poi, in piena battaglia italiana per rendere legale l’interruzione di gravidanza, scrisse “Lettera a un bambino mai nato”, che certo non aiutò la causa femminile.
Di colpi di testa, sfuriate e incoerenze è costellato il “Fallaci-pensiero”, che negli anni de “La rabbia e l’orgoglio” ha raggiunto l’apice di estremismo e, talvolta di isteria. Ma si tratta pur sempre di inquadrarlo nella vita e nella persona della scrittrice. È legittimo inorridire di fronte alle sue parole, che possono apparire dettate da odio cieco piuttosto che dalla ragione. Eppure una certa sinistra non dovrebbe concentrare la sua attenzione sul fatto che un’anziana, bisbetica signora si sia avvalsa del suo diritto alla libertà di pensiero, per quanto strampalato possa essere. Dovrebbe piuttosto domandarsi perchè queste teorie abbiano avuto tanto successo tra le masse. Se questo fosse accaduto, la Fallaci sarebbe ora ricordata per la grande giornalista che è stata, e per l’aver aperto la strada ad aspiranti tali. Scrive Lucia Annunziata: “in ogni giovane giornalista di questi ultimi trent’anni, e forse in ogni giovane donna emancipata, c’è qualcosa delle treccine di Oriana che inseguita dalle fucilate vietcong corre a testa bassa sul ponte di Kien-Hoa”.

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