Quasi a modo di…

di

Data

Non parleremo, qui, degli amori di Salvatore Quasimodo, e neppure delle sue vanterie di gallo siculo

Non parleremo, qui, degli amori di Salvatore Quasimodo, e neppure delle sue vanterie di gallo siculo che, a differenza dei galletti di brancatiana memoria, metteva concretamente in atto i suoi propositi, essendo uomo di poco fumo e molta sostanza.
Ma c’è un letto di cui ci pare doveroso parlare: questo di ferro, con pannelli di legno scuro, in cui sicuramente egli giacque e di cui noi, a tanti anni di distanza dai suoi ardori, possiamo constatare e certificare la presenza. E’ il letto in cui “Totò” venne alla luce, qui a Modica, nella casa di via Posterla n. 84 dove vissero per pochi mesi i suoi genitori (il padre capostazione, originario di Roccalumera, veniva continuamente trasferito per ragioni di servizio) e dove egli, nella sua vita, ebbe modo più volte di tornare (lo attestano le numerose fotografie alle pareti dello studio e della saletta d’ingresso di questa casa museo che oggi siamo venuti a visitare).
Dunque un letto, due comodini, un arazzo con la bordura di velluto rosso in cui un Sant’Antonio da Padova tiene amorosamente tra le braccia un bambinello paffuto. A sinistra del letto, un angolo di preghiera con l’inginocchiatoio posto sotto un quadro che raffigura la Madonna di Pompei. Poi una poltrona, uno specchio, il balcone che si apre su un ballatoio rigoglioso di gelsomini. Questa dunque la camera in cui il 20 agosto 1901 nacque Salvatore Quasimòdo. Proprio così: Quasimòdo, con l’accento sulla penultima sillaba, perché Quasimodo, all’inizio, non era il Quasimodo che poi sarà insignito del Nobel, ma un uomo qualunque, un geometra, un impiegato, uno che fu mandato dal padre a studiare ingegneria a Roma e che però non ebbe voglia di studiare (la matematica era pane troppo amaro per i suoi denti che s’allenavano a sbriciolare i tozzi duri della versificazione latina e greca); un uomo qualunque, con quel cognome troppo modesto (“Quasi a modo…”, suonerebbe) che toglieva alla sua persona un tanto di essenziale, col rischio di tirargli addosso la futura ilarità dei nemici poeti, quei poeti per davvero (e non quasi…) che gli contesero il Nobel e gli mortificarono la gioia (comunque GIOIA) d’averlo ricevuto. E allora di quel cognome bisognava sbarazzarsi. Ma come farlo senza offendere un padre comunque venerato, uno di quelli che ancora, in uno dei versi più belli, saluterà nella maniera antica: “Baciamu li mani”?
E dunque il dilemma: un cognomino che smezza la fatica dell’essere, o un cognome come si deve, che ben si attagli alla futura gloria di una testa cinta di lauro? E così l’idea di togliere il cappello a quella “o” di Quasimòdo, e il ricorso alle pratiche legali necessarie perché quel cappello finisse in un cestino e vi restasse per sempre.
E così avvenne. Il signor Quasimodo poeta era adesso pronto per tentare l’agone letterario con un cognome di tutto rispetto. Ma che ne potevano sapere di tutto questo garbuglio i poveri modicani che, palpitando di felicità, scoprirono sotto i suoi occhi, all’indomani del Nobel, quella lapide che declamava:

“Qui è nato il 20 agosto 1901
Salvatore Quasimòdo
Premio Nobel per la poesia 1959”.

Dovette sobbalzare per ben due volte il poeta: la prima nel ritrovarsi davanti quella “o” incappellata che metteva in luce – e offriva al mondo intero – lo spettacolo dei suoi traffici per liberarsi di essa; la seconda nel constatare la scarsa preparazione dei suoi concittadini che non sapevano che non esiste un Nobel per la poesia ma per la letteratura. Pretesto, quest’ultimo, che forse gli offrì il destro per sollecitare la rimozione della lapide tanto amorosamente affissa, visto che ora, la medesima, si trova poggiata a una parete della saletta d’ingresso. Ed è davanti ad essa che la guida (una brunetta spigliata) ci illustra il particolare del doppio errore: del nome (che poi non è un errore ma la sacrosanta verità) e della motivazione del premio.

Torniamo nella camera da letto, che conserva gli stessi mobili del giorno in cui Totò vide la luce:
“Solo la poltrona e lo specchio non sono autentici. Il resto è intatto. I vecchi proprietari, infatti, non hanno mai più affittato questa casa che è quindi rimasta come l’avevano lasciata i Quasimodo” dice la guida.
Quasimòdo, vorremmo correggerla. Ma già pensiamo ad altro immaginando la scena della nascita avvenuta ben centocinque anni fa in questa stanza. E, chissà perché, l’immaginiamo congestionato questo figlio appena estratto dal ventre di sua madre, un marmocchio violaceo che urla a più non posso. In realtà non c’è nulla di urlato nei suoi versi, forse picchi di retorica, forse un eccessivo adagiarsi sulla morfologia del mito. Ma ci è sempre piaciuto, Quasimodo, per quel suo modo di tirar dritto, di dire la sua a modo suo, che poi è stato anche un modo d’altri, ma che in lui ha conservato certe tinte, certe sfumature, certi singhiozzi e certe risate che ce lo rendono caro.

A sinistra della saletta c’è lo studio, arredato coi mobili dello studio di Milano che il figlio Alessandro ha donato alla casa museo nel 1996.
“Il figlio ha venduto tutto” dice la brunetta con una punta di rimpianto, o forse di rimprovero, perché non le sembra certo possibile che un figlio di cotanto padre abbia potuto svendere con simile leggerezza le memorie paterne. Ma il suo è l’abbandono di un attimo, lesta riprende a mostrarci il mobilio: la “lettera 32” su cui il poeta dattiloscriveva i suoi versi, la stilografica, le boccette d’inchiostro, la lampada con la base argentata e la coppa bianca. E poi la bacheca in cui sono esposti libri e fotografie (una di queste ritrae Quasimodo mentre è insignito ad Oxford, nel 1967, della laurea ad honorem; l’altra laurea, sempre ad honorem, gli era stata conferita nel 1960 a Messina). E il divano di velluto azzurro, ormai stinto, sul quale ci piacerebbe sapere quante donne ebbero modo d’intrattenersi a chiacchierare. Chiacchiere che non sempre svaporarono in parole, visto che il poeta non disdegnava le donne. Anzi! Racconta di lui Giancarlo Vigorelli (nella sua prefazione a Salvatore Quasimodo, A Sibilla, Rizzoli 1983):

“(…) quel treno che andava e veniva da Milano a Sondrio, con fermate impreviste, ma subito proposte e accettate (…) era un luogo d’incontri innocenti e no, che Quasimodo, raccontando compiaciuto ai tavoli del Savini, delle Tre Marie, del Kraja, aureolava di aneddoti: Invito le maestrine – diceva – a liquidare Carducci…, passo qualche poesia mia ma anche di Ungaretti, Montale, Gatto, Sinisgalli…, le istruisco, e poi le premio…. Le donne entravano sempre nei suoi discorsi, nelle sue battute, dal taglio della bocca, dalla sigaretta in bilico, e seguiva la immancabile risata”.

E ancora:

“Certo fu un amatore, alcuni amici superstiti ricordano che passeggiava a volte tenendo a distanza, come un sultano, la sua donna di turno, o l’una o l’altra che in rari casi riusciva a mettere pazientemente insieme, voltandosi ogni tanto dal gruppo degli amici a sorvegliarle: “Dopo prendiamo un gelato – scandiva, – dopo potete andare al cinema”, e tirava avanti”.
Ma quelle sono storie d’altri letti, ben diversi da questo così ordinato, con la coperta bianca lavorata all’uncinetto, che siamo tornati a guardare e nel quale immaginiamo il fagotto che urla convulso la percezione, chissà, della sua futura grandezza, e fa chiamo di donne, perché lo vengano a vedere, perché vengano a compiacersi di lui e a fare le congratulazioni alla mamma, al papà ferroviere che, se fosse vivo, oggi leggerebbe sul muro di via Posterla la seguente lapide:

“In questa casa nacque, il 20 agosto 1901
Salvatore Quasimodo
Esule involontario
Premio Nobel Per La Letteratura 1959
Modica 18 settembre 1996”.

E, poco distante:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera”

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'