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Omero avvistato al Colosseo

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Un faccia a faccia con Omero? Si può ottenerlo alla mostra Iliade al Colosseo. Omero barbuto, arcigno, cieco. L’immagine che di solito viene in mente pensando al poeta è...

Un faccia a faccia con Omero? Si può ottenerlo alla mostra Iliade al Colosseo. Omero barbuto, arcigno, cieco. L’immagine che di solito viene in mente pensando al poeta è all’inizio del percorso della mostra. Viene ritratto cieco poiché si riteneva che un uomo senza vista avesse in compenso una memoria più potente.
Una domanda viene esplicitata proprio nel pannello espositivo iniziale: “perché Omero nell’VIII secolo a.C. avrebbe composto un poema di circa sedicimila versi che non poteva essere eseguito in un’unica recita, che avrebbe richiesto ben 22 ore?” Premesso che il contemporaneo Ronconi potrebbe arrivare a una simile durata in teatro, in effetti il dubbio si insinua. Ma si dimentica la domanda non appena, prendendo fiato, ci si immerge nel percorso espositivo, nella narrazione che paradossalmente impegna proprio la vista, in quanto si ripercorre l’Iliade attraverso le opere d’arte. Non è una mostra facile. Ci vuole una buona dose di impegno, a meno di non essere storici dell’arte antica. Il consiglio è quello di approfittare dei ricchi pannelli esplicativi, che guidano la sistemazione dei reperti. Per ogni passo omerico, c’è la corrispettiva raffigurazione, esplicitata di volta in volta in bellissimi vasi, crateri, statue, bassorilievi, specchi, dipinti pompeiani, o addirittura in un pettine d’osso. Ogni reperto appartiene a epoche diverse, provenienti da svariati musei e ritrovamenti archeologici italiani e stranieri e mostra quanto l’Iliade sia stata generosa fonte di miti, utilizzati e interpretati a seconda del periodo storico.

 

Due i curatori della mostra: Angelo Bottini e Mario Torelli. Ed è quest’ultimo che accoglie la stampa e ammutolisce tutti per la conoscenza di ogni minimo dettaglio sia dell’Iliade sia di tutti i reperti. Le sue spiegazioni sono alternate da “Vi ricordate, vero, questo evento?”, con assensi a volte smarriti che riportano a banchi di scuola. Assistendo alla spiegazione di Torelli, che per la foga e l’impeto passionario fa suonare ripetutamente il sistema d’allarme nel vivace gesticolare a ridosso delle opere, viene davvero voglia di rileggersi l’Iliade, infatti si fa fatica a seguire le varie interpretazioni storiche senza ricordarsi con precisione l’evento narrato. Fiero della mostra (promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza archeologica di Roma, inaugurata l’otto settembre, durerà fino al 18 febbraio 2007), Torelli dice che “Se un episodio dell’Iliade non è presente qui, di sicuro non è stato rappresentato”, a conferma della teoria che venissero raffigurate solo le scene significative per la società, specialmente come funzione educatrice o simbolica. La mostra narra e raffigura le divinità, gli eroi, i personaggi, i fatti, gli antefatti e la fortuna dell’Iliade. È una sorta di empatia quella che avviene. L’empatia su come gli antichi immaginassero le parole omeriche e le raffigurassero, che è l’esatto opposto di quanto spontaneamente si è portati a fare, cercando similitudini contemporanee con narrazioni di altre epoche. Nel passato probabilmente il simbolo aveva una funzione molto più profonda, pregnante. Tant’è che, nonostante l’indiscutibile ricchezza dell’esposizione e l’attenta ricostruzione filologica, non si è potuto fare a meno di inserire un simbolo tramandato nell’immaginario collettivo moderno, un simbolo che non è narrato nell’Iliade: il Cavallo di Troia. È lì, in modernissimo legno scurito, alla fine del percorso, e pare esaltare l’astuzia, l’ingegno e il trucco. Spazza via in un sol colpo i sentimenti di onore, passione, vendetta, furia, dolore, amore fraterno che nell’Iliade ancora adesso emozionano. Alla domanda su come mai il cavallo sia lì, Torelli dice, quasi sottovoce: “È un simbolo che la gente si attende”.

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