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Notte bianca a Roma: Di bianco in bianco

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E’ bianca la notte dell’EUR, col cielo illuminato dalle fontane abbaglianti dei fuochi d’artificio. E bianca è la notte del Campidoglio, dove un Proietti in camicia bianca chiacchiera ridendo di sindaci e “cats”.

E’ bianca la notte dell’EUR, col cielo illuminato dalle fontane abbaglianti dei fuochi d’artificio. E bianca è la notte del Campidoglio, dove un Proietti in camicia bianca chiacchiera ridendo di sindaci e “cats”. Così com’è bianco l’alone luminoso che si spande intorno al teatro di Marcello, e quel tanto di taxi che sfreccia su una Colombo non del tutto congestionata, per raggiungere, chissà, la piazza in cui Morandi sta cantando Belinda.
Ma noi, in questa Notte Bianca romana, siamo usciti alla ricerca d’altro.

A Palasport è tutto un formicolare di gente: perlopiù ragazzi con lo zainetto e le scarpe da tennis; ma anche cinquantenni inguainati dentro l’immancabile jeans/giubbotto di jeans che fa tanto giovane. E poi famigliole, bimbi ficcati dentro passeggini (col lecca lecca in mano o la pistola cinese che spara bolle di sapone) che guardano con occhi pieni di sonno la massa euforica diretta al centro.
La nostra meta è piazza di Pietra, vicino piazza Colonna. Per raggiungerla dobbiamo attraversare mezza città. E lo facciamo aggrappati al sostegno blu di questo trenino che ci porta a Termini, e da qui, cambiando linea, a piazza di Spagna. E sono urti, spintoni: “Scusi”, “Potrebbe spostarsi?”, e una gomitata al fianco, un piede pestato, il faccia a faccia con uno che ha appena fumato un sigaro e ci avvelena col suo fiato cubano .

A piazza di Spagna, attorno alla Barcaccia del Bernini, qualcuno tenta l’azzardo d’infilare i piedi nudi nell’acqua gelida mentre una giapponesina in chimono, con la faccia bianca bianca e le labbra laccate di rosso, si diverte a fotografare. Sembra uscita da una Casa del tè, e restiamo a guardarla cercando di cogliere nella sua persona qualcosa di posticcio. Ma è autentica, rigorosamente, nella pettinatura e nei piedini, nelle pantofoline dello stesso colore del vestito, nella fascia che le gira tra vita e seno e la costringe a trattenere il fiato. Si guarda intorno e ride. I suoi occhi sorvolano la folla, vagano vagano fino a incontrare i nostri. E a fermarsi. Ed è lei, adesso, che fissa noi, che fa scivolare lo sguardo sui nostri pantaloni, sulla camicia, sul taglio corto dei capelli, sul viso privo di trucco che ci portiamo appresso senza troppe pretese. Ed ecco che solleva la digitale e comincia a fotografare… noi! E lo fa ridendo, come se qualcosa della nostra persona avesse scatenato la sua ilarità, come se fossimo ridicoli, davvero troppo ridicoli in questo nostro abbigliamento di pantaloni e camicia, scarpe senza tacco e borsa a tracolla. E fotografa ancora, due, tre scatti, senza pudore e senza ritegno, senza tenere conto dell’espressione del nostro viso, prima stupita e adesso francamente risentita. Ma come si permette? E ci guardiamo i pantaloni, semmai qualche macchia… Non ci sono macchie. Ci passiamo le mani sui capelli, chissà, qualche ciocca fuori posto… Ma i capelli sono in ordine. E stranamente cominciamo a sentirci a disagio in questo nostro abbigliamento di sempre, così uniformemente simile a quello della massa e dunque, fino a qualche istante fa, tranquillizzante. Un abbigliamento tanto più sobrio di questo suo chimono rosso, con piccolissimi aironi ricamati che sembrano in procinto di spiccare il volo. Altro scatto. E no, adesso basta! Stiamo per andarle incontro decisi a farle cancellare le ultime dieci pose quando è lei, d’un tratto, che abbassa la digitale e smette di fotografare. Anche il sorriso è sparito, scalzato da un’espressione perplessa, come se soltanto adesso si rendesse conto d’aver commesso una gaffe. E infatti s’inchina, una, due volte, e intanto indietreggia; e s’inchina di nuovo, e ancora, ancora una volta prima di essere inghiottita dalla folla e sparire dalla nostra vista.

A piazza San Silvestro, una mezza baruffa tra un responsabile delle linee urbane e un gruppo di persone che attende impaziente l’arrivo di un autobus.
“Da qui non partono autobus prima di mezzanotte” dice l’uomo in blu.
“Che? A piazza San Silvestro niente autobus prima di mezzanotte?” e gli fanno ressa intorno, borbottano.
“Inaudito” dice un vecchio, e tira fuori un taccuino come ad annotare qualcosa.
Noi sgusciamo via felici, consapevoli del fatto che nessun gas di scarico inquinerà – almeno fino a mezzanotte – la nostra passeggiata per il centro storico.
Stiamo pensando ancora alla geisha e al modo di intercettarla per farle cancellare le foto, quando la nostra attenzione viene distolta da altro: accanto a una guardiola dei vigili urbani c’è una donna che sta urlando. E’ grassa, anziana, vestita d’un abito a fiori verdi e gialli. Dice che vuole tagliare la gola a qualcuno. E’ furibonda, va su e giù senza un attimo di pace, si ferma, gesticola in maniera concitata, si avvicina ai vigili alzando i pugni, ripetendo ancora il gesto – col taglio della mano – di sgozzare qualcuno.
“E’ pazza” mormora una ragazza.
“Pericolosa?” le chiede quella che le sta accanto.
L’altra scrolla le spalle. Ma dalla rassegnata pazienza dei tre vigili, che fingono di non vederla e di non sentirla, capiamo che è innocua e la nostra gola, per oggi, può ritenersi in salvo.

Ed eccoci a piazza di Pietra.
Gli stand della Coldiretti sembrano corolle assembrate d’api. Gli agricoltori approfittano della confusione di questa notte per promuovere i prodotti tipici del Lazio e i mercati rionali in cui vi si possono acquistare.
Nel primo stand si distribuiscono opuscoli e omaggi floreali; nel secondo, pane intinto nell’olio e pizza (bianca, naturalmente); nel terzo troneggiano barocche composizioni di frutta e ortaggi.
Il furgoncino che dispensa il latte crudo è parcheggiato nell’angolo accanto alla fontanella. Al banco due signori: uno addetto alle pubbliche relazioni e alla sponsorizzazione del prodotto (“E’ buono, fa bene; poiché non è pastorizzato, conserva tutte le proprietà organolettiche del latte appena munto”); l’altro, invece, si occupa della mescita.
“Io non lo voglio” dice un bambino rifiutando il mezzo bicchiere offerto in assaggio.
“E mo’ perché?”.
“Perché io lo mangio solo caldo, con lo zucchero e il Nesquik”.
“E bravo a te! E mica lo sai, tu, quello che te perdi!”.
E infatti non lo sa, pensiamo noi, mentre lasciamo che il latte denso, dolce e gelato scenda in lunghi sorsi golosi, piano piano, giù per la nostra gola. Che è soddisfatta, sì, d’aver attraversato mezza città – ignara di Proietti, di Morandi e di tutti gli altri eventi che fanno Bianca questa notte – solo per…
“…Solo per comprare una bottiglia di latte?” urla sconvolta al telefono l’amica siciliana che avrebbe voluto avere un paio d’ali per volare qui a Roma e godersi, di questa notte, tutto.
“TUTTO!” scandisce.
“Ma è latte crudo” balbettiamo “non pastorizzato… te lo danno come fosse birra alla spina… porti la bottiglia da casa…”.
“…Per una bottiglia di latte…” continua a ripetere lei senza capacitarsi.
Bah, forse ha ragione. Solleviamo la bottiglia, sfioriamo col dito il vetro appannato, l’avviciniamo alla bocca e con gli occhi chiusi beviamo un altro lungo, lungo sorso.
Già, potrebbe avere ha ragione lei. Ma a noi, francamente, di tutto quel TUTTO, non ce ne frega proprio niente!
E lentamente percorriamo a ritroso la strada, di piazza in piazza, fino alla metro, e dalla metro a casa, con l’unico rammarico di ritrovarci d’un tratto con la bottiglia vuota.

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