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La segretaria lo guardò un attimo di più, poi tornò a sorridere e disse: – Mi scusi non ho capito signor Anderson che c’entra Chicago?

La segretaria lo guardò un attimo di più, poi tornò a sorridere e disse:
– Mi scusi non ho capito signor Anderson che c’entra Chicago?
Il signor Anderson stava in piedi nel mezzo della stanza, proprio a metà strada tra il divano e la scrivania. Aveva la camicia con un lembo fuori dei pantaloni.
– Come prego?
– Lei ha detto Chicago.
– Oh davvero?
– Insomma quante latte di vernice devo ordinare?
– Che latte?
– La vernice. Il rosso ventuno, quante latte. Lei in principio ne ha ordinate sei, poi si è corretto con seicento e poi mi ha parlato di Chicago – disse la segretaria togliendosi gli occhiali legati da una cordicella.
– Che cosa si impiccia lei delle mie latte?
– Come prego?
– Scriva che ne voglio due dozzine, due dozzine di rosso ventuno.
– Bene, poi?
– Dovrei scoparmela. Dovrei cavalcarla come una gran puttanona da monta. Ma devo andare nel Michigan.
– Oh Dio del cielo, signor Anderson lei perde sangue dal naso.
Sherwood Anderson si mise seduto con l’aria esausta sul divano. Poggiò la testa unta sulle doghe del muro verniciato pochi giorni prima.
La segretaria portò due fazzoletti bagnati e gli si mise seduta accanto. Con uno pulì via il sangue e l’altro glielo stese in testa. I denti del signor Anderson erano ricoperti di sangue. La segretaria gli mise una mano sulla fronte.
– Lei ha la febbre, sta sragionando. Mi lasci chiamare il signor Cooper.
– Da giovane avevo un cane. Rimase incinta un’estate.
La segretaria gli portò un bicchiere d’acqua. Lui la rifiutò e continuò con il cane, fissando un vaso di margherite di campo sopra la scrivania della segretaria.
– Era una gran figlia di puttana. Rimase incinta perché se l’era fatta con qualche randagio della zona. Lui non si fece mai vivo. Così un pomeriggio vidi mio padre che l’ammazzava di botte. Era tornato ubriaco.
– Signore mi lasci almeno chiamare il signore Cooper.
Il signor Anderson l’afferrò per un braccio e lo strinse forte. Poi disse con la bava che gli colava da un labbro:
– Sa che poi ammazzarono tutti i cuccioli, lo sa? Una banda di bastardi veniva a seccarli con la fionda. Noi li trovavamo col cranio aperto e mezzo cervello colato via dalla fessura. Erano così piccoli.
La segretaria riuscì a divincolarsi e corse per le scale.
Nella sala entrava una luce nitida. La signora Buchanan veniva ogni mattina a spolverare l’ufficio della Anderson Manufacturing Co. Il signor Anderson continuò a parlare di quel suo cane continuando a fissare le margherite di campo.
– Insomma quando una sera andai in cantina la ritrovai mezza arruffata sopra una balla di fieno. Perdeva sangue dalla bocca. Era il mio primo cane, la bestia a cui abbia più voluto bene. Era stata ferita a morte da qualche bastardo. Aveva una ferita da coltello all’altezza del cuore. Da quando aveva perso tutti i figli aveva iniziato a piangere e a qualcuno non doveva essere piaciuto perdere il sonno.
Dalle scale venne su la segretaria con un bicchiere in cui si scioglieva un’aspirina.
– Beva questo signor Anderson e si sentirà meglio.
– Non voglio niente stupida troia. Lo capisce eh?
– Dunque attesi che morisse – continuò – Gli tenni la zampa tutto il tempo e l’accarezzai. Quando chiuse gli occhi andai dietro il fienile e scavai una buca bella profonda. Quella ora è sepolta lì… dica lei lo sa?
La segretaria era rimasta paralizzata. Le lacrime le uscivano dagli occhi. Non gli era riuscito di trovare il signor Cooper.
– Certo che non lo sa… nessuno lo sa. Così come nessuno sa di un tizio di nome Arthur Preston, che investì i risparmi di una vita in calzature. Dica lo conosce?
Lei fece di no con la testa tremando.
– ”Andrà alla grande; le scarpe per signore oggi tirano, sarò miliardario prima di natale!” Mi diceva. A metà dicembre è stato buono solo a mettersi un cappio al collo per i debiti che aveva.
Il signor Anderson si alzò e entrò nel suo ufficio. Si mise la camicia nei pantaloni, si pettinò la ciocca di capelli e si mise la giacca. Quando rientrò la segretaria era alzata e stava paralizzata. Nella stanza si sentiva solo il rumore dell’aspirina sciogliersi.

– Senta, io ho deciso di farlo. È l’unica cosa che posso fare.
Le prese le braccia paffutelle con le dita ossute. Affondandole nella carne.
– E sa come lo farò?
– Mettendoci tutto. Ci metterò tutto. Lo giuro su Dio!
Il signor Anderson uscì dall’ufficio della sua piccola fabbrica. Fece a piedi il lungo viale fino alla piazza principale di Elyria, Ohio. Poi svoltò a destra verso la stazione.
Il tizio che vendeva i biglietti stava dietro una grata con un pacco di dollari in mano e li contava raschiandosi la gola dal catarro.
– Buongiorno.
– Desidera?
– Quand’è il primo treno per Chicago?
– Tra circa quindici minuti.
– Bene compro un biglietto di sola andata.
Il tizio lo guardò da dietro la grata in modo sinistro. Il signor Anderson allora lo fissò e disse:
– Senta questa idea di metterci tutto è la migliore che mi sia venuta e vado su nel Michigan proprio per farlo. Devo prima imparare bene il mestiere, poi ci metterò tutto. Anche lei…
– Beato lei che mi può mettere da qualche altra parte, io da qui fino alla fine del turno non mi posso muovere.
Il signor Anderson rimase altri quindici minuti a Elyria, seduto su una panchina, mentre pensava ai grandi romanzi che avrebbe scritto su nel Michigan.

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