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Il bianchetto di Leopardi e una sillaba di troppo

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Che il Comune di Visso fosse proprietario di ben cento manoscritti leopardiani (tra cui L’Infinito), ebbene sì, dobbiamo confessarlo, non lo sapevamo.

Che il Comune di Visso fosse proprietario di ben cento manoscritti leopardiani (tra cui L’Infinito), ebbene sì, dobbiamo confessarlo, non lo sapevamo. Perciò ci coglie di sorpresa l’invito a visitare l’esposizione dell’intera collezione (dal 29 luglio al 18 settembre 2006, presso il Palazzo dei Governatori) che spicca da una bacheca dell’agriturismo in cui alloggiamo. “Esposizione” appunto, e non “mostra”, come sottolineano gli organizzatori dell’evento, perché manca quel corredo di notazioni scientifiche che una mostra deve possedere.
Sotto una pioggerella fastidiosa e un freddo che pizzica la nuca aspettiamo che si decidano a farci entrare. E intanto contempliamo il totem pubblicitario che guarda la piazza con gli occhi di Leopardi. Un Leopardi giovane, in abito e cravattone scuri, la camicia bianca con le punte sollevate, il ciuffo all’indietro e il viso delicato – che poi, in una foto più vecchia, apparirà scavato, spigoloso, con le narici frementi e una gran malinconia negli occhi bassi. Accanto al totem chiacchiera una piccola folla che, come noi, attende di entrare. C’è curiosità e impazienza.
“Com’è che il Comune possiede ‘sti manoscritti?” chiede uno.
“Li ha comprati” risponde un altro.

E così veniamo a sapere che nel 1868 il sindaco ricevette la proposta di acquistare un numero consistente di manoscritti autografi di Giacomo Leopardi, facenti parte della collezione del professore bolognese Prospero Viani, il quale aveva deciso di cederli per impedirne la dispersione. Notizie che ci verranno confermate più tardi, quando – in un angolo della sala dedicato a coloro che permisero l’acquisizione della raccolta – leggeremo del modo in cui i manoscritti giunsero qui.
Con grave dolore abbandono altrui queste preziose carte e mi sarà solo in parte attenuato se passeranno nelle mani di persone che le sappiano pregiare e conservare…” scrive il professore in una lettera del 29 marzo 1869. Desiderio ampiamente esaudito visto che la collezione oggi si presenta nella stessa integrità di allora e in ottimo stato di conservazione.
Anche il poeta ha particolarmente a cuore le sue carte: “(…) le raccomando a mani giunte – scrive al suo editore milanese il 12 marzo 1826 – quei miei cari e poveri manoscritti, acciò non vadano perduti: il che mi darebbe una pena indicibile”.
La lettera, come quasi tutte le altre dirette ad Antonio Fortunato Stella, è compita e affettuosa, si apre alla confidenza, al racconto di quelle situazioni personali che oggi difficilmente un editore sarebbe disposto ad ascoltare: “(…) con questi primi tepori della primavera ho ricuperato un poco di attitudine di stare al tavolino…”, gli comunica infatti qualche riga dopo, facendo riferimento a quel tanto di forze che gli permetterà di lavorare ancora, fino a quando gli occhi non si oscureranno di nuovo e la debolezza fisica non lo costringerà a smettere quasi del tutto. Ma adesso è primavera, il sole scalda le stanze, rende vividi e luminosi anche gli ambienti più angusti, e allora diventa meno faticoso compulsare i tomi della biblioteca, attendere a quelle traduzioni che gli hanno permesso di uscire – metaforicamente – dalla solitudine in cui è immerso e verso le quali nutre un’intransigenza assoluta: “Quanto al tradurre – scrive infatti – avendo il vizio e la debolezza di non voler pubblicare sotto il mio nome se non cose che mi soddisfacciano pienamente e mirar sempre a una certa perfezione nello scrivere (…) diffido assai di me stesso e perciò non le dico per ora altro, se non che io per servirla, mi proverò a tradurre una Orazione delle più brevi (…) tradotta che io l’avrò, se non ne sarò malcontento, la manderò a Lei, e sentitone il suo giudizio mi determinerò circa il tradurre o no delle altre…”.
Mirar sempre a una certa perfezione nello scrivere. E’ questa la frase su cui ci incagliamo, e anche la precedente, quella che considera “vizio e debolezza” il bisogno di pubblicare solo cose che soddisfacciano pienamente. Col taccuino in mano e lo sguardo sulla pagina che la contiene, passiamo e ripassiamo con gli occhi su ogni riga di questa lettera, ci accorgiamo che è scritta per circa un terzo con un inchiostro quasi nero e per i due terzi successivi con una tinta più diluita, labile e acquosa come umore di seppia. Guardiamo il foglio che il tempo ha colorato d’avorio e picchiettato qua e là di macchie come lentiggini, o forse nei, o – in certi punti – tondini dalle dimensioni di una moneta da cinque centesimi, come se un dito capriccioso intinto nel caffè si fosse divertito a lasciare la sua impronta. E intanto condividiamo perfettamente il pensiero del poeta, quella sua necessità di dedicarsi a una scrittura che tenda alla perfezione, che non si accontenti del banale, del luogo comune, della frase logorata dagli abusi logorroici di chi si serve delle parole per propalare messaggi pubblicitari o notizie che sbandierino scoop a ogni istante.
Una perfezione nello scrivere che in Leopardi è anche, e prima di tutto, perfezione ortografica, quindi grafia nitida, elegante, rispettosa della pagina e del lettore, con le “O” aperte e le “d” che assomigliano al “delta” greco e il gambo delle “g”… oh, il gambo delle “g” è, tra tutti i segni grafici, quello che ci affascina di più! Perché è lungo fino al rigo sottostante (tanto da incunearsi tra le parole che si allineano in esso) ed è affusolato come l’ala di una libellula. Così la parola “aggiunge” sembra poggiare lievissimamente su quelle tre gambe di velo ed essere in procinto di spiccare il volo.
Tutti i manoscritti (i Sei Idilli, La Epistola al Conte Carlo Pepoli, i Cinque sonetti “in persona di ser Pecora fiorentino beccaio”, la Prefazione al Petrarca, e le Quattordici lettere all’editore Stella) sono custoditi dentro teche di vetro; accanto ad ognuno di essi c’è un cartoncino azzurro con la trascrizione dattiloscritta del testo. I fogli sono sottili, diversi per dimensione: gli Idilli, per esempio, sono composti su paginette come di taccuino, le lettere, invece, su fogli più grandi. Le pagine sono ricoperte interamente di scrittura, talvolta le parole vengono cassate con uno o due tratti di penna, altre, invece, sembrano cancellate con la gomma; non ci sono sprechi, né di spazio né d’inchiostro, in obbedienza, forse, a quelle regole generali sul governo della casa imposte dall’arcigna contessa Adelaide che non tollerava alcuno spreco, e meno che mai d’investire le sue – non cospicue – risorse, nel sostenere il genio del figlio, anche solo per permettergli un viaggio a Milano per incontrare il suo editore: “Mio Gentilissimo Signore ed Amico” scrive infatti da Recanati il 18 maggio 1825 “le dirò che il venire a Milano e il rivederla e abbracciarla non dipenderebbe se non da me solo e niuna opposizione vi si troverebbe, se dipendesse similmente da me l’avere il bisognevole pel viaggio e per la dimora, il che, finché io sarò quello che noi chiamiamo figlio di famiglia, non debbo mai sperare, per piccola cosa che sia quello che io sono assuefatto a contentarmi…”. Un figlio di famiglia privo non solo del “bisognevole pel viaggio e la dimora” ma anche di quella tenerezza che in genere le madri dispensano ai figli o di quell’amore che sembrò divertirsi ad accenderlo e a lasciarlo bruciare in solitudine, marchiandolo col disincanto: “Amore, amore, assai lungi volasti/ Dal petto mio che fu sì caldo un giorno/ Anzi rovente. Con la sua fredda mano/ Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto/ Nel fior degli anni. Mi sovviene il tempo/ Che mi scendesti in seno. Era quel dolce/ E irrevocabil tempo allor che s’apre/ Al guardo giovanil questa infelice/ Scena del mondo, e gli sorride in vista/ Di paradiso”.
Ed ecco L’Infinito. Abbiamo aspettato a lungo prima di accostarci a esso. Forse perché è uno di quei testi su cui abbiamo studiato, che ci hanno dato emozioni diverse: il batticuore dell’interrogazione quando il prof. ci aspettava al varco con la matita sul nostro nome, la noia del dover imparare a memoria – ma eravamo ancora alle medie – quei versi di cui capivamo ben poco, e poi – e per sempre – il piacere di quelle parole che ci si sono scolpite dentro, col loro ritmo, le assonanze, il richiamo a luoghi che sono limite e superamento del limite, confine e trasgressione. Anche quest’Idillio è scritto su una pagina che sembra di taccuino, un foglietto dai bordi leggermente sollevati in cui spicca, al penultimo rigo, la sostituzione di una parola: “Immensità” con “Infinità”, per cui l’idillio si conclude: “(…) così tra questa/ Infinità s’annega il pensier mio:/ E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare”.
Mentre guardiamo assorti, irrompe la voce di una ragazzina che trascina una signora anziana verso di noi e, piazzandosi davanti alla teca: “Vedi?” le dice “Qui, dove c’è scritto Vo comparando…, vedi che accanto a Vo c’è uno spazio sbiadito?”. La nonna non vede nulla. La bimba si spazientisce: “Qui” insiste, e dopo un attimo di pausa in cui conta i versi: “all’undicesimo rigo”. Noi, più svelta della nonna, troviamo subito il Vo in questione, e aspettiamo con pazienza che anche l’altra riesca a individuarlo. E quando lo fa: “Embe’?” chiede senza capire. Gli occhi della ragazzina si accendono: “Aveva scritto Voglio invece che Vo, capisci? E poi, siccome non gli piaceva, ha preso il bianchetto e l’ha cancellato”. E subito se ne va, contenta di aver reso sua nonna partecipe dell’eccezionale scoperta.
“Il bianchetto?” ci ritroviamo a mormorare… Ma quale bianchetto avrebbe usato Leopardi per eliminare una sillaba di troppo?

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