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Dentro la rota

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No, non abbiamo fatto la fila. Né ai caselli della Catania Messina, né ai traghetti. Strano vero? Noi del centro Sicilia facciamo prima ad arrivare in Calabria che a Trapani.

No, non abbiamo fatto la fila. Né ai caselli della Catania Messina, né ai traghetti. Strano vero? Noi del centro Sicilia facciamo prima ad arrivare in Calabria che a Trapani. Per questo siamo andati. Ci sarà sempre il mare se non ci troviamo bene. Un brevissimo assaggio della Salerno-Reggio e poi su per le montagne.
Non spunta neanche sulla carta geografica Cataforìo, ma non significa niente. Da queste parti forse solo Pentadattilo ha avuto la fortuna di mantenersi intatto, perché paese fantasma, abbandonato in tempo per il pericolo che franassero le case e l’ultima possibilità di rimanere bellissimo. C’è una quantità di cemento eccessiva a Cataforìo: costruzioni senza prospetto, intonaci scrostati, coperture dubbie su terrazze posticce di mattoni grezzi. Lo sguardo deve scappare, cercare conforto tra le montagne attorno, anche quando bruciano su in cima, per due giorni, senza un Canadair che porti acqua, e qualcuno che se ne occupi, così pare. Forse perché ancora qui c’è tanto verde e una natura vergine e fiumare che ti fanno pensare a percorsi navigabili in Sicilia prima che arrivassero i Romani.
Arriviamo in centro, e dove ci sembra sia maggiore il movimento chiediamo della Taranta. Ci guardano con condiscendenza, perché sì, nel sud d’Italia è tutta una tarantella, ma la Pizzica devi andare nel Salento per conoscerla, e la Tammurriata la puoi veder ballare a qualcuno, durante la Pasqua nei paesini alle falde del Vesuvio. Qui capisci subito che se accenni coi piedi o col tamburello un motivo diverso dalla Viddanedda, loro ci restano male. Sono orgogliosi, e a ragione, che il loro non è un fenomeno festivaliero, come in Puglia, col palco e la gente sotto che si lascia andare. Ma nessuno certo si augura che da quelle parti ci siano ancora donne costrette a tarantolarsi per uscire da situazioni familiari e sociali insostenibili, e i distinguo comunque li fanno anche in casa: drabbanna a fiumara non sanno ballare,cabbanna a fiumara e tutta un’altra storia. Una cosa comunque è certa e straordinaria in quest’angolo di Calabria e non sappiamo altrove: la memoria di un rito antico è stata strappata all’oblio giusto in tempo prima che scomparisse e restituita alla comunità di appartenenza e trasmessa ai giovani nella sua forma più intatta. C’è un’atmosfera speciale a Cataforìo, perché la sera, il ballo in un casolare dimesso non è la messinscena per i turisti, è lo spirito di una comunità che si rinnova; e il Maestro di ballo non è quello che t’insegna a ballare, ”è il più dritto o il più storto del paese”, colui che deve comporre mano a mano le coppie all’interno del cerchio senza sbagliare e mettere in imbarazzo le famiglie offendere i fidanzati dimenticare che tua moglie deve ballare con me se la mia ha già fatto un giro di danza con te. E se qualcuno gli chiede di poter ballare con la tal ragazza è lui a stabilire il prezzo: un litro o mezzo litro di vino, a seconda dei casi. Sì perché è così che si annaffia il tutto, e anche il tamburellista sparge sul suo strumento qualche goccia, che anche lui deve bere. Esiste una e una sola rota dentro alla quale ballare, chi è lì sta al centro dell’universo. “Ieri sera qualcuno di voi ha ballato fuori la rota”. Gli stagisti si guardano un po’ interdetti, in fondo sono lì per imparare e divertirsi, ma il maestro non scherza: esiste una e una sola rota, e un solo Maestro di ballo per ogni paese.

Il cavaliere accolto nella danza si porta le dita al capo in cenno di saluto e riverenza. Si rivolge alla dama, ai musicisti: il suonatore di tamburello, di zampogna, d’organetto. Inizia saltando a incrociare le gambe, allarga le braccia la schiena curva un colpo d’ali, è il falco prima di piombare sulla preda. Il passo di lei è grazioso, sono ancora lontani si porgono il fianco un cenno e partono, i più bravi sembrano sulla giostra. Lui la insegue, l’assedia, la circonda. Lei scappa, gira su se stessa, si rifiuta. Conquistano tutto lo spazio del cerchio, si muovono anche loro descrivendo dei cerchi, degli ovali col corpo. È lui con un colpo mastro a costringerla ad alzare le braccia. Iniziano il ballo allacciato, si tengono le mani cioè, niente di più, ma se lui non è stato bravo a conquistarle dovrà ricorrere all’inchino, piegarsi col ginocchio a terra prima di averle. Tutto ciò mentre la terzina aumenta il suo ritmo e fiumi di vino, e il ricordo struggente di una zia che preparava quelle stesse melanzane e la roba fatta in casa arrangiata sui tavoloni, le balle di fieno. Resistenza alla globalizzazione? Indubbiamente sì. Di meditazione in meditazione si va dritti ai riti dionisiaci della Magna Grecia, che anche oggi c’è un certo santuario in cui si va ballando, e quelli propiziatori, e il corteggiamento. Ma la cosa davvero straniante è stata l’aver dovuto provare e imparare qualche passo di danza, con uno di Modena o del Lago di Garda, di Torino o del Veneto, i più numerosi del corso, quelli che tornano lì da diversi anni; più normale quanto meno avere un cavaliere toscano, ma David è americano, vive a Firenze da poco, e gli unici terroni possibili tra gli allievi, che i siciliani siamo davvero sparuti e disorientati, sono i romani della Snia (?), il centro sociale a Largo Preneste, buono per andare il giovedì sera, senza nulla dare e nulla pretendere, a suonare ognuno il proprio strumento, e anche la lira che a Siderno qualcuno la compra da un vecchio costruttore. Ritorneremo? Ma certo! Per la bravura dei ragazzi, gli stessi che hanno reso accogliente l’alloggio nelle scuole, la mensa. Per l’autenticità di quel vecchio che dice al Maestro di ballo: ”Dite per favore alla dama che non mi conceda le mani subito!”. Ritorneremo, magari passando poi per il festival jazz di Roccella Jonica, e perché no, partire all’inizio dalla rassegna cinematografica di Marzamemi, senza farlo sapere troppo in giro però. Il motto è: resistere resistere resistere.

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