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Acquerelli di città invisibili

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Per farla semplice, Le città invisibili di Italo Calvino sono 55 città che Marco Polo narra al Kublai Kan. Ogni città è un testo breve e denso.

Per farla semplice, Le città invisibili di Italo Calvino sono 55 città che Marco Polo narra al Kublai Kan. Ogni città è un testo breve e denso. Le 55 descrizioni si susseguono intervallate da parti in cui c’è un dialogo diretto tra Marco Polo e l’imperatore (la parte decisamente più ricca di riflessioni, che in ogni caso abbondano ovunque). Ma non è proprio così semplice. Senza addentrarsi sull’importanza dell’indice del testo, costruito come una scacchiera degradante, che mette in luce proprio la tendenza razionalizzatrice, geometrizzante o algebrizzante della quale lo stesso Calvino parla, Le città invisibili continua a rimanere un testo dotato di una rara leggerezza di linguaggio, che non esclude la complessità dell’argomento che tratta. Parlando di città, Calvino parla di relazioni, pur non citandone nessuna reale. È come essere in un non luogo, si avverte il bisogno di cogliere un senso che pare di pagina in pagina affiorare per poi fuggire di nuovo e ogni possibile chiave di lettura viene ribadita per poi essere confutata in un gioco, è vero, di riflessioni e di tentativi di arrivare a un senso ultimo, che sfugge proprio quando si ha la sensazione di averlo scovato. Ho riletto il libro prima di visitare la mostra di Pedro Cano a Castel del Monte. Cano (e mi si perdoni che mi faccia sorridere la somiglianza con Kan) rende omaggio a Le città invisibili attraverso 55 acquerelli, uno per ogni città col nome esotico di donna raccontata nel libro. La mostra del pittore di origini spagnole che ora vive a Roma è in giro già da tempo. Mi sembrava però un’occasione felice il fatto che si trovasse in Puglia, proprio in un castello su un’altura, isolato.

Quasi ossessionata dalla convinzione che il centro del libro, la città di Bauci, contenga tutta la spiegazione, o per lo meno il punto di vista di Calvino sulla scrittura, la curiosità era vedere come il pittore Cano avesse raffigurato questa città. Mi aspettavo chissà che. E invece mi sono trovata di fronte a un minuscolo acquarello con disegnati i pali e nient’altro, con sotto solo una parte della meravigliosa descrizione. E d’altronde, ogni quadro riporta in basso solo una citazione, il passo che ha ispirato Cano, il dettaglio attraverso il quale gli si è agganciata al pennello l’immagine da ritrarre. Avevo deciso che la mostra non mi piaceva. Ho cambiato idea osservandoli tutti quanti gli acquerelli e accorgendomi invece di quanto rispetto ci fosse per il testo. E il rispetto è nello stile. Cano ha infatti scelto la tecnica dell’acquerello (splendido, raffinato e difficilissimo, richiede davvero grande maestria) non a caso: per via della leggerezza del testo della quale si parlava prima. E il testo lo ha interiorizzato a tal punto da trarre da ogni descrizione, di volta in volta, o dettagli piccolissimi o metafore più ampie, reinventandole attraverso pennellate evanescenti, eteree e allo stesso tempo nette come squarci di luce. E ancora, il rispetto si trova nella scelta della dimensione: piccole pergamene realizzate a mano con una linea centrale impercettibile, come una pagina stesa. Credo che la ragione che ha spinto Cano a questo complesso e lungo lavoro, oltre alla chiara passione per il libro – regalatogli dalla moglie di Calvino, Cichita – sia da rintracciare nelle parole che descrivono la città di Rissa, raffigurata con due piume solitarie che si intrecciano su uno sfondo bianco, forse la piuma del pennello e quella simbolica della penna: “… felice uccello liberato dalla gabbia da un pittore felice d’averlo dipinto piuma per piuma picchiettato di rosso e di giallo nella miniatura di quella pagina del libro in cui il filosofo dice: anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicché a ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d’esistere”.
Vagando tra le ampissime e vuote stanze di Castel del Monte, imbattendomi nel significato simbolico della costruzione ottagonale che pare fosse stata studiata da Federico II di Svevia per precisi calcoli astronomici, osservando la strana similitudine della consistenza e del colore della pietra con l’effetto degli sfondi degli acquarelli di Cano, ho iniziato a credere in strani ed oscuri nessi. Però, come dice Daniele Silvestri in una sua canzone dedicata alla Puglia, “Me fec mel a chep”.

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