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Il pizzico della taranta

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Guardo a sinistra, nell’uliveto secolare di lato alla statale che da Maglie corre a Otranto. Pregusto già questa notte della taranta, penso che stavolta Milena sarà mia, alla faccia di...

Guardo a sinistra, nell’uliveto secolare di lato alla statale che da Maglie corre a Otranto. Pregusto già questa notte della taranta, penso che stavolta Milena sarà mia, alla faccia di quel caprone ignorante di suo marito.
L’odore forte di bruciato mi colpisce alla sprovvista. Un ulivo, forse il più grande di tutti, cattura la mia attenzione. È un attimo, è un lampo di luce dentro la nuca indifesa. Sento il pizzico. Appena sotto il cuore, quattro dita sotto il capezzolo verso lo sterno, è questo è il pizzico della tarantola? Con le mani aggrappate al volante, come ipnotizzato, scruto tra i fuochi allineati. Ogni quattro ulivi un fuoco. Si alza un fumo leggero come una nebbia povera e irregolare. Non sto bene, forse il veleno comincia a viaggiare, perdo il controllo e sono dentro l’uliveto, batto la testa. Sono vivo, qualcuno mi parla.

Scalzo e sudato corro da un fuoco all’altro. Devo tenerli accesi perché Agatina ha paura del buio, non entrerebbe mai nel campo di notte. E io patirei mille tormenti, solo e pazzo. Ma io terrò i fuochi accesi e lei arriverà da Martano, e ballerà per me tutta la notte. Ardevo di desiderio quando ballava, con quello sguardo sfrontato e fisso davanti a sé. I capelli neri raccolti dietro, legati con un fazzoletto rosso. Il naso aquilino stretto con le narici frementi, le orecchie regolari con due grossi anelli d’oro ai lobi. Il suo corpo era parte della musica ossessiva, non aveva bisogno di seguirne il tempo. Il respiro affannato le gonfiava il petto maturo e le gambe agili si abbandonavano al ritmo dei fianchi morbidi. Era bellissima, tutti gli uomini presenti la guardavano. I più in gamba ed i più audaci la invitavano a ballare e lei qualche volta accettava. Ma non immaginavano, i tapini, cosa li aspettava. Come una falena impazzita, Agatina li avvolgeva nella sua sensualità sfrenata. Con gli occhi umidi e il corpo sinuoso, con le labbra socchiuse e la fronte imperlata di sudore, sembrava dire “prendimi, sono tua”. Ma il maschio di turno non sapeva che lei era proprietà inviolabile di don Angelo. Non sapeva che appena finito il ballo, egli sarebbe diventato meno importante di un granello di forfora e lei gli avrebbe voltato le spalle sprezzante. Agatina faceva sempre così, tutti lo sapevano in paese e nei paesi vicini, nessuno sperava in qualcosa di più. Anche perché nessuno avrebbe osato risvegliare le ire di don Angelo, che gode meritata fama di mafioso assassino. Eppure quella notte a Melpignano, con lo scirocco più caldo che avessi mai provato sulla pelle, la tarantola mi pizzicò proprio lì sotto al cuore.
Eravamo in mezzo a migliaia di persone urlanti. Il vino e la marijuana erano in circolo da ore ed io cercavo di ballare la pizzica con dignità. Era impossibile, mi allontanai dal palco e mi ritrovai in mezzo a un cerchio di giovani tamburellisti, con altri giovani ballerini. E la vidi, in mezzo a quella bolgia si notava solo lei, Agatina doveva essere sfuggita ai cani da guardia del mafioso e se la spassava alla grande. Era la mia grande occasione, non dovevo lasciarmela scappare, quei quattro coglioni drogati non potevano essere in grado di apprezzare. Mi gettai a testa bassa nella mischia e lei mi si buttò subito addosso. Ballava, mi provocava, mi sfiorava, mi eccitava. Poi beveva, fumava, si strusciava e ricominciava daccapo a ballare. Alle prime luci dell’alba, quando ormai sfinito stavo per lasciare ogni speranza, mi trascinò dentro una corte. Un’aiuola con l’erbetta morbida sotto un cielo di palme.
Non so quanto durò. Non so quante volte facemmo l’amore. Le sue unghie erano lunghe e robuste, i suoi denti affilati e le sue cosce forti e decise. Mi aveva fatto sentire finalmente uomo, mi soffiava nelle orecchie parole dolci e oscene. Ripeteva che ero unico, che mi aveva sempre amato, che voleva far l’amore solo con me e sempre con me. Io piangevo dalla felicità. Quando mi risvegliai lei era già in piedi e mi voltava le spalle per andarsene. In lontananza rimbalzavano le raffiche degli ultimi tamburelli e il fumo dei falò di sterpaglie alzava una nebbia leggera.
Non soffrì quando don Angelo le tagliò la gola, non se ne accorse nemmeno quando mi tagliarono i polsi e il suo ultimo sangue si mischiò col mio.
Da allora corro da un fuoco all’altro. Devo tenerli accesi perché Agatina ha paura del buio.

Esco dall’auto ribaltata e mi siedo in terra. Era solo una vespa, finita chissà come nel taschino della camicia. Accendo il telefono cellulare per chiamare soccorso, si illumina anche il tronco a cui sono appoggiato. Sulla corteccia c’è inciso “Pino e Agatina 2003”. Forse ho immaginato tutto, ma mi piace pensare che non è un caso. Milena può aspettare.
Il sibilo della taranta, lontano, mi attraversa la schiena con un brivido.

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