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Per conoscere un paese bisogna ingoiarlo

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Giornata da bollino rosso: non è una partenza intelligente, nossignore, e la Salerno-Reggio Calabria non l’abbiamo mai percorsa in queste condizioni di traffico, anzi, neppure l’avremmo immaginato un traffico così

Giornata da bollino rosso: non è una partenza intelligente, nossignore, e la Salerno-Reggio Calabria non l’abbiamo mai percorsa in queste condizioni di traffico, anzi, neppure l’avremmo immaginato un traffico così, con gli incolonnamenti e i blocchi, accenni di partenza per avanzare d’un metro e poi la stasi, la noia che aizza sbadigli pericolosi e la mortificazione del dover restare comunque qui, dietro alla Nissan caricata come un mulo, con la retina per i pesci che spunta da una borsa e un paio di ciabatte che occhieggia da un sacchetto di plastica. Così ci rassegniamo ad andare al passo, a percorrere i nostri bravi novecento chilometri con l’esasperazione di chi sa che respirerà polvere e smog per le prossime otto ore (se andrà bene, perché i tempi di attesa a Villa San Giovanni, per l’imbarco sui traghetti, si aggirano attualmente intorno alle tre ore).
Un po’ piove, un po’ spunta un solicello da libro Cuore. E la strada arranca monotona verso un sud che ci sembra fin troppo lontano. Ogni tanto il cellulare vibra per il messaggio di rito: “Dove siete?”.
Dove siamo? In mezzo a una strada, anzi “ammenzu a ‘na strata” come si dice dalle nostre parti per intendere che siamo in alto mare. Ma no, non stiamo traghettando, macchè, siamo appena a Sala Consilina, dov’è impossibile fermarsi perché la coda per immettersi nell’area di servizio è cominciata due chilometri fa. E non si possono fare due chilometri di fila per soddisfare un ormai imprescindibile bisogno fisiologico. Allora via, avanti alla prossima (Galdo, ad appena 44.9 chilometri di distanza), maledicendo l’idea di essere partiti proprio oggi, giornata negra di intasamento che definire da “bollino rosso” è giusto un eufemismo. Soprattutto nelle condizioni attuali, in cui ci tormenta sempre di più l’insulto del bisogno e vorremmo che la macchina possedesse un paio d’ali, o almeno un’elica, un marchingegno qualunque che le consentisse di elevarsi sopra il serpentone di ferraglia e sfrecciare via, lontano dai cofani traboccanti di gabbiette, biciclettine, acchiappafarfalle e ombrelloni che la chiudono da ogni parte.
Invece si procede a stento. Anzi, adesso neppure si procede, e l’area di servizio diventa un miraggio coi suoi servizi che adesso ci sono indispensabili, perché è davvero impossibile resistere fino a Galdo (ma perché abbiamo bevuto tutta quell’acqua?), e allora bisogna sbrigarsi a trovare un’alternativa, guardare la cartina e memorizzare la prossima uscita, e intanto pazientare (non si può fare altrimenti), stringere i denti e pregare che il serpentone snodi con meno pigrizia le sue infinite vertebre.
Superiamo un tunnel e poi – lentissimamente – un cavalcavia che ci spaventa (crollasse adesso!), perché ci sembra troppo, troppo esiguo per sopportare il peso di tutto questo ferrame.
Ed ecco l’uscita per Lagonegro. Imbocchiamo la deviazione cercando spasmodicamente con gli occhi un’insegna che permetta la sosta.
Il bar-pizzeria Super è davvero l’oasi nel deserto. Nessuna fila, nessuna coda, odore di pizza appena sfornata, toilette impeccabile.
Ecco, adesso si comincia a ragionare.
La pizza è ottima, non ha la consistenza gommoso appiccicaticcia dei tranci d’autogrill, ed è buono anche il caffè. Con le gambe distese sotto al tavolo, la cartina aperta sulla tovaglia a quadri, e la meravigliosa rilassatezza che viene dal ritrovarsi improvvisamente molto leggeri, siamo incerti se tornare al bollino rosso autostradale o proseguire per la statale che va giù lungo la costa. L’incertezza, in verità, dura appena pochi istanti: l’idea di tornare nel budello rovente di smog e lamiere ci fa rabbrividire.

La statale 18 è trafficata, certo, ma fruibilissima. Intorno a noi il verde delle montagne e un paesaggio che risveglia il piacere di guardarsi intorno con interesse.
Fragoline di bosco? La frenata ci inchioda pochi metri più avanti del banchetto posto sul ciglio della strada che attira lo sguardo con un cartello che reclamizza, appunto, le fragoline. La donna che le vende sta contrattando con un’altra vacanziera in deviazione obbligata (la riconosciamo dalla tenuta da viaggio) il prezzo di una vaschetta:
“Cinque euro”.
L’altra chiede sconti.
“No, sconti no. E’ frutta delicata. Ci vuole tempo e pazienza. Ci va mio marito a raccoglierle sulle montagne di Lagonegro, la mattina presto, e poi io le vengo a vendere. Va signo’, pigliatevele. Volete pure i funghi? L’origano?” e intanto traffica, cerca un sacchetto sotto la bilancia, ride e racconta che stamattina faceva freddo lì sulla montagna, perciò le fragoline sono così belle – non le vediamo? – manco una col verme o con la muffa.
“Resisteranno fino a stasera?” chiediamo noi.
“Ma sì, se state accorti e non le tenete troppo chiuse nella plastica”.
Staremo accorti e non le terremo troppo chiuse. Ne prendiamo quattro di vaschette (a noi, però, una la regala).
Sono una delizia, sode e succose, dolcissime, con una punta d’aspro che ci ricorda certi giorni da universitari a Catania, quando il cono alla fragola, da Savia, era rigorosamente arricchito da una cucchiaiata di fragoline dell’Etna e un tocco di panna.
Eh sì, adesso sì che comincia la vacanza. Il malumore da stress l’abbiamo scaricato nella toilette impeccabile del bar-pizzeria di Lagonegro e adesso ridiamo mangiando fragoline.
“Ma non sono lavate”.
“E chissenefrega!”.

Sopra le nostre teste volano deltaplani e Praia a Mare ci sembra bellissima. Intorno allo scoglio che la fronteggia, è tutto un aggregarsi di barchette, e il castello in bilico sulla roccia proietta sull’acqua l’ombra dei suoi smerli.
La sosta per la foto è d’obbligo. E anche il caffè in un bar che s’affaccia su un panorama da cartolina.
Proseguiamo.
Tra i rami degli alberi posti lungo la strada, appaiono d’un tratto ghirlande di peperoncini. Stavolta le vediamo in tempo, e non c’è bisogno d’inchiodare con una frenata davanti al banchetto che le vende.
I peperoncini sono vermigli, turgidi, appuntiti come la lingua di una “mala sòggira” (cattiva suocera) e piccantissimi, dotati della prerogativa unica di diventare ancora più piccanti mano a mano che si seccheranno. Li abbiamo qui, in una busta ai nostri piedi, accanto alle fragoline e al libro della Munro che non abbiamo avuto voglia di aprire.
E mentre la macchina continua a costeggiare il mare, invidiamo i bagnanti che saltano l’onda, che si tuffano dagli scogli, che si allungano sopra le stuoie di cannuccia e riverberano – visti da quassù – delle goccioline d’acqua che fanno specchio sul loro corpo. Certo, infilarci il costume e correre alla spiaggia sarebbe possibile in ogni momento, ma sono quelle tre ore di attesa a Villa San Giovanni che ci impensieriscono oltremisura, e poiché vorremmo comunque traghettare col giorno, rinviamo a domani l’ebbrezza di una nuotata.
Ma si può resistere all’invito violetto di una montagna di cipolle di Tropea che occhieggia da un banco sotto una pergola? No, a questo decisamente no. Così ci fermiamo per l’ennesima volta e compriamo “i veri cipolle di Tropea” come dice l’uomo che ce le vende: un tizio alto, magro, con i capelli brizzolati e una barba di due giorni sul viso tostato dal sole. “Se trovate qualcuno che ve le dà a meno di un euro e cinquanta al chilo, tornate indietro e mi svergognate” dice mettendosi la mano sul cuore. Ne compriamo quindici chili. Ma per farne che?

Riprendiamo il viaggio. L’odore di cipolla satura la macchina mischiandosi a quello delle fragole in un cocktail da capogiro. Il subdolo, però, viene dai peperoncini, che non odorano particolarmente ma che d’un tratto cominciano a strapparci qualche starnuto. Con gli occhi che lacrimano, ci chiediamo quali di essi siano i più micidiali: questi a cornetto inghirlandati ai miei piedi o la manciata di diaboliche ciliegine che il venditore di cipolle ci ha regalato in un atto estremo di orgoglio e felicità. Felicità? Sì, perché è riuscito a venderci “le migliori cipolle di Tropea” in circolazione; e che sono le migliori ce l’ha giurato sul suo onore di uomo del sud, che ha una parola sola e su quella ci si gioca la pelle e l’anima.

Amantea è dominata dal cilindro mangiucchiato di una torre posta in cima a una montagna.
Fa caldo. Ci fermiamo a un semaforo. Alcune ragazze (scarpe con la zeppa, minigonna, capelli e ombelico al vento) passeggiano lungo un marciapiede. Nei balconi di qualche palazzo sventola ancora il tricolore della notte in cui l’Italia ha vinto i mondiali. Un bambino s’infila tra le labbra una sigaretta. Non dimostra più di tredici anni.
La macchina percorre lentamente il lungomare. Da lontano giunge il fischio di un treno. Ci fa ricordare altri viaggi, altre lentezze dentro paesaggi di limoni e pistacchi, con la littorina che s’arrampica per le sciare dell’Etna gialle di profumatissime ginestre. Ma qui, adesso, è l’odore di salmastro che si mescola a quello delle cipolle e delle fragoline. “Per conoscere un paese bisogna ingoiarlo”, dice Calvino. Noi mangiamo fragoline e, da oggi in poi, pensando alla Calabria avremo in bocca appunto questo sapore.

A Vibo Valentia compriamo il pane. Una pagnotta di grano duro con la crosta croccante e la mollica morbida, più salato e gustoso di quello che siamo abituati a mangiare in città. Il companatico non l’abbiamo. Potremmo addentare una cipolla, o forse, chissà, un peperoncino… Certo, ci vuole coraggio a farlo. Un coraggio che, ridendo e scherzando, diventa sfida. E infatti – più per sfida che per coraggio – addentiamo la punta maligna di uno di questi cornetti che sembra innocuo e invece è mortale. E non basta l’acqua a spegnere il fuoco che ci divora la lingua e le labbra, che dal palato arde giù per la gola infiammando le tonsille, la laringe e l’esofago che brama ghiaccio e vendetta.
Cos’è che avevamo detto? Che pensando alla Calabria ci sarebbe venuto in bocca il gusto delizioso delle fragoline di bosco? Balle. La Calabria è fuoco, bomba di peperoncino che arrostisce la bocca e ammazza i vermi e fa piangere lacrime senza sconforto (e che veleno saranno quelle ciliegine che il venditore di cipolle ha ficcato nella busta insieme alle violette di Tropea?).

Ai traghetti siamo arrivati a mezzanotte. Le inevitabili brutture che abbiamo incontrato strada facendo, però, non le abbiamo scritte. Della Calabria ci resta negli occhi lo splendore di Bagnara Calabra e di Scilla.
La Sicilia la racconteremo un’altra volta.

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