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Mi scrive la Sonzogno da Milano. Presenteranno un loro libro a Roma: mi chiedono di tradurre le interviste con l’autore. Non specificano titolo né nazionalità, comunque è una casa editrice ed accetto al buio.

Mi scrive la Sonzogno da Milano. Presenteranno un loro libro a Roma: mi chiedono di tradurre le interviste con l’autore. Non specificano titolo né nazionalità, comunque è una casa editrice ed accetto al buio. Me ne dimentico fino a quando trovo il libro nella cassetta della posta: in copertina una donna con un giacchino rosso su uno sfondo nero. Titolo: Volevo diventare una ballerina, autore: Jin Xing
Tra le pagine è infilata una breve scheda biografica. La scorro velocemente: Jin Xing è una delle più grandi coreografe al mondo. Nata in piena rivoluzione culturale nel nord della Cina, iscritta alla scuola militare, fa carriera nella compagnia di ballo dell’Esercito Popolare di Liberazione raggiungendo il grado di colonnello. Ha vissuto e lavorato in America, Italia, Belgio, Francia. Nel 95 è tornata nel suo paese per sottoporsi al primo intervento ufficiale di riassegnazione del sesso. Ora vive a Shangai dove ha fondato una compagnia di ballo. È sposata ed ha tre figli.
Leggo velocemente, un po’ distratta, e devo scorrere la scheda più volte prima di capire che si tratta dell’autobiografia di un transessuale.
Il solito libro sensazionalista, penso, la giusta punizione per aver accettato così al buio. Ma oltre al sensazionalismo Jin Xing, scopro stupita appena inizio a leggere, possiede una malia di Sherahazade o, piuttosto, di Fenice dalle tante ceneri che mi avvince. Finito il libro d’un fiato muoio dalla voglia di conoscerla. Il primo giorno sono previste interviste televisive in diretta e, per colpa di una laringite, devo chiedere ad una collega di sostituirmi.
Il secondo giorno mi metto una sciarpa al collo e vado. L’appuntamento è all’Ambra Palace Hotel alle spalle di Piazza Vittorio, nel cuore della cineseria romana, tra negozi di facciata, sempre vuoti di clienti, con scatole di scarpe e abiti allineati sulla rastrelliera. L’albergo è piccolo, elegante, il personale italiano.
Nella hall trovo S. dell’ufficio stampa. La prima intervista è a Saxa Rubra, mi dice. Hanno mandato la macchina Rai a prenderci, sospira affranta, ma Jin Xing (pronuncia Gin Shing mi spiega) non si muove mai senza i suoi due assistenti al seguito. Quindi in macchina non entriamo e noi andremo avanti in taxi.
Ed ecco una voce roca profonda risuona alle mie spalle: “Vogliate scusarmi, ho fatto tardi a colazione, ma vi raggiungeremo subito.” Jin Xing si è fermata nel vano della porta: le gambe piantate a terra leggermente divaricate. Immagini facilmente una divisa su quelle gambe ed invece sono nude fino a metà coscia, con i muscoli torniti, ben disegnati da ballerina. Al posto degli stivali da colonnello un paio di sandali molto femminili di plastica trasparente, tagliati in punta, con piccoli dischi in rilievo azzurri, rossi, verdi. Il modello dell’abito è lo stesso che indossa la protagonista di In The Mood for Love di Wong Kar Wai. In versione minigonna, di seta stampata a fiori dai colori accesi come certe lacche cinesi. I capelli neri ricci le ricadono sulle spalle.
Ci lascia con un sorriso e un gesto sensuale della mano. E sulla soglia, da dove è scomparsa, aleggia ancora, a lungo, la sua immensa, smisurata gioia di essere donna. Una voluttà che traspare da ogni gesto, da ogni parola.

Jin Xing ci raggiunge a Saxa Rubra in compagnia di un solo assistente.
Un cinese alto e robusto, con una t-shirt celeste e scarpe sportive che gli conferiscono un passo molleggiato. Ha un ciuffo di capelli neri dritti in testa, non sembra l’effetto del gel, piuttosto di un vortice come succede ai bambini. Ha l’espressione trasognata e bonacciona. Non capisce l’inglese e ogni volta che i nostri sguardi si incrociano sorride e, impacciato, accenna anche un inchino. Così alla fine, perché si rilassi, evito di guardarlo.
Superato il controllo agli ingressi camminiamo fino alla palazzina che ci hanno indicato. Gli studi di Saxa Rubra, una serie di palazzine, e vialetti spogli, contrassegnate dalle lettere A, B, C, D… dove si fanno principalmente tele e radiogiornali, sono grigi e tetri. Nei vialetti gli uomini guardano JX. “Ammappa quanto sei bella”. Rantola uno ed io non so se scherza o se fa sul serio. Jin tira dritto impettita.
Lo studio del programma è in una grande sala buia. Su uno schermo che occupa un’intera parete c’è un fotogramma di JX che danza vestita di rosso: un’immagine tratta dallo spettacolo che ha appena presentato alla Biennale di Venezia. JX viene fatta accomodare su un alto sgabello in mezzo allo studio. È sola nello schermo: le gambe accavallate con molta classe e le mani incrociate sulle ginocchia. La regista-intervistatrice è seduta dietro la macchina da presa. Io accanto a lei tradurrò le domande. (È un’intervista registrata, hanno detto, e non si sa ancora quando andrà in onda)
JX risponde precisa e fulminea sebbene talvolta nella sua sintassi risuonino echi lontani, estranei all’inglese.
Con un gran sorriso spiega che in giro ci sono strane idee sulla Cina. E che, storicamente, è stato l’Occidente a fare di omosessuali, transessuali, ermafroditi un tutto unico. In Cina, invece, ogni cosa è separata e diversa e non si chiedono spiegazioni. Né dichiarazioni aperte. “Voi mettete tutte le carte sul tavolo. Noi no” dice e d’un tratto separa le mani inanellate e le muove nell’aria con grazia infinita. Più volte simula il gesto di aprirle e di nasconderle, rovesciando le palme, sopra e sotto un piano immaginario. Riempie la scena come una figura alata che in bilico su una roccia si prepari a spiccare il volo. Inavvertitamente lo sguardo di tutti ne è catturato.
Parla della danza contemporanea, che lei ha introdotto in Cina, e dell’emozione individuale che ne è alla base: un concetto impensabile fino a poco fa per i suoi compatrioti. Delle sue coreografie dove si fondono gli opposti, l’oriente e l’occidente. “Come il cheonsang che indosso oggi” dice maliziosa “è l’abito tradizionale in Cina, ma nessuna cinese si sognerebbe di mostrare le gambe…..”
Jin conosce i tempi, le pause, le scansioni del discorso. Fissa la macchina da presa e ne cattura l’attenzione.
Nella danza, spiega, non esiste un maschile ed un femminile, ma un travaso continuo dall’uno all’altro. Che lei ha appreso nell’esercito, a cui è molto grata, insieme ad altre cose: la disciplina ferrea e la conoscenza del mondo. “Ho avuto il privilegio di indossare l’uniforme e di vedere il potere che conferisce agli uomini deboli, agli animi fragili. La società è piena di uniformi. Ed è un gioco che io conosco bene.”

La giornalista le chiede se, dopo l’intervento, la sua vita interiore e la sua percezione del mondo siano cambiate (è uno dei quei casi in cui il pene è stato rovesciato e inserito all’interno del corpo come una vagina mantenendo le terminazioni dei nervi in modo da conservare l’orgasmo. Inoltre per una serie di ragioni spiegate nel libro durante l’intervento Jin ha corso il rischio di perdere una gamba) e Jin racconta della prima volta che è tornata in scena dopo l’operazione: “la sala era gremita ed io sapevo che erano venuti per vedere un uomo che era diventato donna, … ma poi quando si sono spente le luci hanno visto solo l’incantesimo di un corpo che danzava.
Sembra di vederlo, per un istante, il corpo di JX, sensualissimo e insieme asessuato, librarsi nell’aria e sbaragliare in volo ogni pettegolezzo, ogni curiosità.
La sua vita interiore, dice, è rimasta la stessa perché lei si è sempre sentita donna. Non le è importato nulla perdere i privilegi enormi di essere uomo e trovare, in cambio, un’armonia tra le sensazioni interne e l’apparenza esterna. “Perché non ci raccontiamo storie, io so bene come stanno le cose. Il mondo è fatto per gli uomini. E molti oggi si sorprendono che io abbia lo stesso coraggio e la stessa determinazione di prima. Ma il coraggio, rispondo io, non appartiene né agli uomini né alle donne. Qualcuno ce l’ha, altri no. E se qualcosa serve nella vita che importa che sia maschile o femminile? Come diceva Deng Xiaoping “non importa che il gatto sia bianco o nero? Ciò che importa è se acchiappa i topi.”

L’intervista è finita e tutti annuiscono soddisfatti. L’assistente se ne sta in piedi immobile nel buio dello studio, muovendo attorno lo sguardo trasognato. La regista ci invita a prendere un caffè. C’è un istante in cui nel bar affollato della Rai tutti noi siamo occupati in altro: chi a pagare, chi ad ordinare, chi al telefono e Jin aspetta da sola in mezzo al locale. Forse è in imbarazzo, ma non lo dà a vedere. Aspetta ieratica con un sorriso ambiguo sulle labbra simile ad una divinità orientale. O ad un animale che immobile veda avvicinarsi la sua preda.
Finite le nostre faccende ci stringiamo come calamite attorno a lei che adesso parla, sorridente, di suo marito che accompagna i bambini a scuola e poi va all’università a studiare cinese. Era un grosso dirigente di una società tedesca. Per sposarla ha lasciato il lavoro e ora si dedica alla famiglia. Si sono conosciuti in aereo di ritorno da Parigi. “Io viaggiavo in prima, lui in business, ma in business i posti erano finiti e gli hanno fatto l’upgrading. Io mi ero guardata attorno: in prima in tutto c’erano sei posti: due coppie ed io. Ed è arrivato lui e si è seduto vicino a me. E così abbiamo iniziato a parlare. Ed io gli ho detto che avevo tre figli, e lui che non conosceva il mondo della danza e non aveva mai sentito il mio nome, ha pensato ma come è possibile: in una società come quella cinese una donna single e per giunta con tre figli? All’epoca io avevo un fidanzato a Parigi e lui una fidanzata in Cina. E quando poi a Shangai ci siamo rivisti io gli ho detto che ormai, con tre figli adottati, volevo solo rapporti seri. Lui ha lasciato la sua fidanzata. E anche io con il tempo ho lasciato il mio uomo di Parigi, che era un ottimo amante…- ride – … Ma sarebbe stato un pessimo marito. E pensare che io adoravo gli italiani, i francesi… i tedeschi proprio non andavano… ed ho finito per sposare un tedesco…” L’eco della sua risata riverbera nel bar. Non è solo seduzione, o desiderio di piacere, ma anche innocente divertimento, leggera malizia, frivolezza squisita.
Il povero tedesco non deve avere vita facile. Pure, ad ascoltarla, JX ti ipnotizza. Come un narratore sulla piazza di Marrakech, come una diva americana degli anni 20, come il più scaltro degli imbonitori lei vende i suoi sogni impossibili, le sue favole bellissime da ascoltare, e Jin la transessuale è un affabulatrice perfetta. S e la regista del programma ascoltano: la bocca aperta, gli occhi sgranati.
Jin le osserva senza darlo a vedere. Nel libro ha scritto che è stato l’anno passato in Italia a darle ispirazione per il suo modello di donna. “Mai e poi mai avrei voluto assomigliare ad una donna americana. Non ne potevo più di New York. Ma alla fine ho dovuto lasciare anche Roma, perché va bene per lo stile, ma uccide la creatività”

È ora di andare. Usciamo dal bar (C’è sempre un po’ di esitazione: chi passa prima chi dopo alle porte e agli ascensori) Jin cammina con molta grazia, ma da dietro qualcosa nelle sue spalle, nei suoi polpacci stona. Non riesco a non pensare a Tony Curtis in A qualcuno piace caldo. Ma invece del ridicolo mi stupisco a provare tenerezza. Di fronte all’ingresso principale aspettiamo il taxi che ci porterà negli studi di SKY. Jin mormora: “che brutta la RAI!” e batte i piedi per terra quasi a scrollarsi di dosso lo squallore delle palazzine e delle occhiate ingorde dei vialetti. Le chiedo di ripetermi il nome del suo abito. Che sottolinea le forme e dà enorme risalto al corpo senza alcuna volgarità. Jin si dimentica della Rai e sorride deliziata. Si passa la mano sui fianchi. “Cheongsam” spiega seria, seria “viene fatto su misura, deve aderire perfettamente alle spalle e alla vita della donna. Il segreto del Cheongsam è che è fatto con due pezzi di stoffa. E la stoffa cambia a seconda della stagione, dell’umore e del ceto. Le donne che lavorano hanno spacchi laterali per muoversi meglio, e anche il colletto cambia. Basso per le classi povere e poi via, via sempre più alto fin quasi ad immobilizzare il collo. Li adoro… A casa ne ho un centinaio nell’armadio.” Dice con una leggera esitazione, come una bambina incerta se rivelare la sua passione segreta. “Oggi ho scelto questo che ha i colori del Mediterraneo: della luce, dei giardini, del cielo…” Dice con una felicità contagiosa, allargando le braccia e guardandosi attorno. Ed io mi accorgo d’un tratto che, da quando sono con lei, si è acuita in me la percezione del mio corpo e dei miei gesti, e di quelli di chi mi circonda. Come se il suo sguardo esaltasse la sensualità del mondo.
Le chiedo quanti giorni può stare senza allenarsi. E subito un’ombra le scende sul viso. “Vengo da Venezia e domani torno in Cina. Se non ballo per due giorni non succede niente…” Mormora imbronciata. Poi mi fissa un istante in silenzio, abbassa la voce e, come una scolaretta che al momento di andare a letto riconosca che no, i compiti, in realtà, lei non gli ha fatti, confessa: “Sono più di due giorni… È così faticoso allenarsi: faticosissimo…” Si avvicina con un passo di danza, fa una piroetta e, roteando, mi sussurra all’orecchio: “Ho 39 anni ormai…” Continua a roteare e mi fissa per studiare la mia reazione. Io sorrido sorpresa e dico: “Sono niente…” Lei atterra con un sospiro “Sapessi come pesano quando si balla”

Gli studi di Sky sulla Salaria sono pieni di giovani che sorridono. Ci fanno accomodare in una saletta con divani neri di pelle. La regista, una signora bassina e molto garbata, ci raggiunge subito dopo. Ci informa che l’intervista sarà in diretta: una conversazione molto informale. Io bevo tè per sciogliere la tosse e accompagno Jin al trucco: una stanza dove due ragazze, una per il make up l’altra per i capelli, preparano gli ospiti per le dirette. “Che bei capelli ha la signora…” dicono in coro e Jin spiega in inglese che tipo di ritocco vorrebbe per gli occhi e quanto volume dare ai capelli. Le ragazze si mordono le labbra assorte, cercano di fare del loro meglio per accontentare questa signora così competente e dai modi così sofisticati. Una delle due si rivolge a me “…e di cosa parlerà la signora?”. “Di danza contemporanea, della Cina e di come era la sua vita da uomo”. Ripeto quanto ci ha detto la regista poco fa. La ragazza mi fissa imbambolata, rimane con la spazzola in aria, non è sicura di aver capito bene. Poi l’altra timidamente mi chiede “…la signora è… un uomo?” “Era” dico io e loro annuiscono in silenzio. Borbottano complimenti, poi nell’incertezza tacciono e sorridono e si concentrano su spazzole e ombretti.
Quando torniamo nella saletta l’assistente si allontana, tra sorrisi e riverenze, “I… smoke…” “I… bathroom”.

Ci vengono a chiamare: prepararsi, tra pochi minuti si va in onda. Io mi precipito nel gabbiotto della traduzione, una stanza insonorizzata in fondo ad un corridoio, con due schermi. Su uno scorre il TG 24, l’altro stringe su un primo piano di Jin Xing che entra in studio e sorride, ipotizzo, ai due intervistatori invisibili. Dalle espressioni sul volto di Jin, leggermente teso, capisco che stanno scambiando qualche battuta per stemperare la tensione prima della diretta. Ma in cuffia il suono ancora non arriva Il volto di Jin sembra sempre più teso. Mi concentro per controllare la tosse. La prova audio dura un istante, il tempo di uno stacco pubblicitario, e poi via si è in onda. Il tecnico gentile mi ha spiegato tutto: quale pulsante premere per parlare con lei, quale per far sentire la mia voce in studio. Ma non mi ha detto che oltre alle loro voci avrei sentito mille altri suoni: una specie di bagdad bombardata nelle orecchie. Penso ai tanti che si lamentano della qualità della traduzione in televisione, ma bisognerebbe esserci qui e vedere cosa si prova. Chiudo gli occhi, stringo i denti e traduco ciò che sento, se non sento traduco lo stesso. Il tecnico mi apre la porta alla fine tutto sorridente: “brava” ed io lo guardo allibita gli dico che non sentivo niente.
Intanto nel corridoio risuona la voce grave di Jin insieme al ticchettio dei suoi passi. “Che puttana!… a bitch, what a bitch…” dice avanzando veloce verso l’uscita a metà tra il riso e il furore. E poi un parlottio sincopato in cinese con il suo assistente. In taxi continua a scuotere la testa, si batte una mano sul ginocchio, ride. Capisco che gli intervistatori erano un uomo ed una donna. E la donna è la grande incriminata. “Hai presente?” mi dice Jin infervorata “Appena entrata mi ha squadrato dalla testa ai piedi. E subito si è adombrata. Si è messa a gridare “Ma questa parlerà cinese, chi la capisce?” E noi dai a dirgli che c’era la traduzione… L’ho capita subito. Era invidiosa. Le conosco le donne così.”
Jin guarda fuori del finestrino. Poi riprende con foga: “sul video sembra più giovane, ma da vicino… le rughe si vedono…” Ride come se le tornassero alla mente frammenti di quanto è successo e si sporge in avanti sul sedile eccitata dal combattimento appena concluso. Per un istante sembra aver perso il suo aplomb.
“Ma con me non funziona. Se sei stronza io lo sono ancora di più… non l’ho degnata di uno sguardo ho parlato sempre e solo con lui.”
“Ma, Jin, te ne eri accorta tu che le donne sono anche così?… o l’hai scoperto dopo…?” le chiedo.
“Beh …un po’ l’avevo capito anche prima, però …ti dico a me non mi preoccupa, anzi mi diverte. ”
“Tutto qui? Già finito lo scontro?” sembra di leggere sul suo viso “datemene altre da mettere in riga. Vi farò vedere di cosa sono capace…”
“In Cina le donne non sono aggressive…” dice S.
“Uhi” fa lei riassumendo la sua postura composta “le cinesi sono tremende. Le giapponesi, le coreane no… sono molto sottomesse” e le imita piegando il busto in avanti con le braccia incrociate sul petto “ma le cinesi sono treeeemende…”

Jin ci chiede di passare in centro prima di iniziare le interviste in albergo. Il primo giorno a Roma ha mandato i suoi assistenti a visitare il Vaticano e lei ne ha approfittato per fare acquisti. Alcuni capi avevano bisogno di un ritocco e devono essere ritirati oggi. Il taxi ci lascia a Piazza di Spagna che Jin attraversa con passo sbarazzino stile Audrey Hepburn . “Aspettatemi qui, torno subito” dice indicando un bar di via Frattina e agitando gli occhiali da sole in aria. L’assistente la guarda allontanarsi con la sua espressione imbambolata, sopraffatto, sembra, dalla sola vista dell’energia di lei che corre deliziata da un negozio all’altro a ritirare i suoi pacchi.
Le conosce bene, Jin, le vie del centro. Ed io penso al capitolo del libro dove parla dell’anno e mezzo trascorso a Roma. Dello psichiatra canadese che aveva perso la testa per lei, o meglio per lui all’epoca. Il canadese aveva tanto di moglie in patria, ma era disposto, come molti altri, ad abbandonare tutto per Jin. È una storia d’amore raccontata con delicatezza, come tutte le storie d’amore del libro. E mentre le leggevo non potevo non chiedermi cosa, di JX, attraesse tanto gli uomini. E ora che JX è davanti ai miei occhi, cerco di decifrare il suo indiscutibile fascino, di trovare parole per definirlo. Ambiguità forse eppure non basterebbe a spiegare la sensazione di quiete, di strana fragilissima ricomposizione degli opposti che si avverte, a tratti, accanto a lei. Come se, per un istante, le nostre contraddizioni interne, le tensioni che ci abitano, trovassero un possibile equilibrio, o, forse, una momentanea sospensione.
Ci sediamo al bar ad aspettarla e dal nulla si materializza l’assistente n.2. È una donna e nel poco tempo che è con noi ci chiarisce il senso della dichiarazione di JX sulle cinesi di oggi. Bassina, capelli alla maschietta, labbra sensuali, grandi occhiali da sole, risponde con sufficienza alle nostre domande. Jin ci raggiunge: è seccata perché aveva comprato un abito e le avevano assicurato che oggi le avrebbero fatto trovare in negozio la sua taglia. E ora le hanno detto che la sua taglia non riescono a trovarla e perché non prende un altro capo. “Credevano di avere a che fare con la solita cinese stupida e danarosa, ma li ho rimessi in riga. Gliel’ho detto: voglio il vestito entro le sette in albergo” Consegna il bigliettino del negozio a S che nel pomeriggio chiamerà per sollecitare.
I camerieri del bar di via Frattina sono lentissimi. Io ed S. li incalziamo, li preghiamo, alla fine li insultiamo. I tre cinesi tacciono immobili dietro i loro grandi occhiali da sole. Non ordinano nulla da mangiare, solo il cappuccino di ordinanza. Il mio prosecco arriva accompagnato da olive e patatine. JX in silenzio si mangia tutte le patatine, la sua assistente tutte le olive. Le sembrano molto gustose, credo di capire dalla mimica della loro conversazione in cinese.
C’è molto silenzio da quando è arrivata la seconda assistente così, in attesa dei panini, mi distraggo a guardare il passeggio a Via Frattina all’ora di pranzo in un giorno di sole.
Jin siede impettita, di nuovo ieratica e distante e ambigua. Ma d’un tratto la sua voce grave profonda rompe il silenzio del tavolo “Adoro guardare il passeggio. Puoi capire tutto di una persona: se è stanca di vivere, dove stanno le sue energie…tutto, tutto…
Mi piacerebbe qualche dimostrazione pratica: mi piacerebbe sapere ad esempio se le sembra felice una donna bionda magra abbronzantissima che scende la strada verso di noi, ancheggiando sui tacchi, due buste di grandi firme al braccio. Io sento la sua immensa tristezza, ma forse Jin potrebbe raccontarmi un’altra storia. E vorrei sapere cosa pensa dell’uomo grasso che la segue con lo sguardo.
Ma siamo in ritardo: ci aspettano in albergo per le interviste. Gli assistenti, con sollievo mio e di S, rimangono seduti al tavolo a godersi il passeggio e gli insulti dei camerieri e noi ci infiliamo in un taxi al parcheggio di P.zza di Spagna Il milk shake di S rimane intonso sul tavolo. Io afferro il mio panino con la frittata e lo divoro in macchina sotto lo sguardo truce del tassista (Che è un ragazzo giovane. Appeso al sedile c’è un cartello Vendesi. S salendo ha dato l’indirizzo e ha detto “alla velocità della luce” e lui con flemma triste ha chiuso il libro che stava leggendo e ha ribattuto con tono aspro: “e allora poteva prendere l’aereo.” Guida stanco, teso, triste. Mi chiedo se è triste perché vende il tassì. O se invece ora che lo vende comincia a non sopportarli più gli infiniti capricci dei suoi clienti. Jin ha avvertito l’astio del tassista, ma rimane in silenzio e guarda fuori del finestrino.)

In albergo le interviste si susseguono una dietro l’altra nei salottini accanto al bar. Jin ha una resistenza di acciaio: ascolta ogni domanda con attenzione, con attenzione risponde. Non si lamenta, non chiede pause aggiuntive, beve solo acqua. Deve essere la disciplina appresa nell’esercito. Solo a tratti, tra un giornalista e l’altro, il suo viso rimane immobile, lo sguardo per un istante spento. E ho l’impressione di una creatura svuotata, di un manichino poggiato nell’angolo.
Arriva il turno di un giornalista di una radio collegata a Il Sole 24 Ore. Le spiego che è il giornale della Confindustria. Le spiego cosa è la Confindustria. “Ovviamente la Cina interessa moltissimo al mio editore” spiega il giornalista e Jin annuisce seria. Il suo inglese si fa leggermente più confuso: sono domande che la interessano meno, a cui risponde con lunghe frasi che non dicono nulla. Ogni paese ha i suoi problemi con i diritti umani, anche gli Stati Uniti, anche l’Italia e anche la Germania. E non bisogna dimenticare che la Cina ha un numero immenso di abitanti. È importante che la Cina si apra al mondo, che sia una potenza finanziaria, ma le giovani generazioni sembrano avere perso memoria delle loro origini. “È al passato, alla tradizione ricchissima, alla cultura vastissima della Cina, che i mercati finanziari ignorano, a cui io invece attingo a piene mani”
Arriva il fotografo per la sessione di foto. Allestiscono un angolo del salotto con pannelli e luci. E Jin con disinvoltura, ma anche senza allegria, automaticamente si sdraia sul divano, solleva le gambe, le incrocia, il suo corpo le ubbidisce in un susseguirsi di gesti puliti, perfetti, controllatissimi, leggeri come l’aria.
Poi di nuovo interviste. Jin continua senza sosta. Chiamano dal negozio quasi in chiusura per dire che hanno trovato l’abito della taglia giusta.
Le chiedono dei suoi rapporti con i genitori. E della loro reazione al suo intervento. “La grande sorpresa è stata la reazione di mio padre: un militare di carriera, eppure mi ha assecondato, mi ha dato il suo pieno appoggio. A volte nascondiamo i nostri desideri più intimi per paura della reazione degli altri, e talvolta quando ci decidiamo a rivelarvi abbiamo delle belle sorprese. È stata mia madre a trovare i bambini che ho adottato e che sono diventati i suoi nipoti.”
“E i suoi figli sanno di lei?” “Qualcosa, non tutto. Ma il libro è nel salotto di casa e loro hanno visto le foto e hanno detto uh guarda qui c’è mamma ed è un uomo. Ognuno ha un’idea diversa di cosa voglia dire essere una buona madre. Soltanto il tempo potrà dire se ci sono riuscita…”
Le chiedono se pensa che il suo libro potrà insegnare qualcosa. “No. Però può succedere anche, leggendo un libro, che uno si senta ispirato dall’esperienza altrui per realizzare i propri sogni. (Non quelli degli altri che è un errore che fanno in tanti.) Io conoscevo i miei sogni, ho fatto di tutto per realizzarli, e la vita è stata gentile con me. E se poi servisse anche a dare un’immagine meno distorta della Cina allora sarò contenta.”

Jin continua a rispondere con lo stesso garbo, la stessa classe. Ma qualcosa, una leggerissima sfumatura, dentro di lei sembra essersi spenta, appannata. Il suo corpo adesso è quello di un uccello intrappolato a terra. Come se risentisse della mancanza di stimoli: lontana dalla scena, con i giornalisti che arrivano dimessi e affaticati. Prostrati dal caldo, con domande poco interessanti.
È l’ora dell’aperitivo e al bancone del bar si avvicendano coppie di turisti tedeschi, americani, sudati e discinti dopo una giornata a zonzo sotto il sole implacabile di Roma. Le loro risate risuonano alte sgraziate. E Jin si ritrae. Di nuovo accanto alla volgare normalità del mondo, la sua figura mitologica e antica, metà dio, metà animale, si aggronda.
In coda alle interviste si è aggiunta una signora. È venuta a prendere contatti per un servizio futuro. È dimessa, affannata, fa domande a casaccio, e mi ostacola nella traduzione (le due non potrebbero essere più lontane, né più diverse). Dice “bisognerà farci un film con la sua storia” E Jin sorride sorniona. Dice che anche Almodovar ne è rimasto colpito. E che la settimana prossima sarà a Pechino per il Festival Internazionale di Cinema e le ha chiesto di incontrarla. La signora continua con domande da rotocalco. Jin risponde paziente, lapidaria.
Da ultimo le chiede cosa voglia dire il suo nome. Glielo hanno già chiesto in molti: vuol dire Stella d’Oro. Questa volta Jin risponde assorta, come rivolta a se stessa, dietro la maschera perfetta del suo viso una smorfia appena accennata di malinconia. “La nostra Stella d’Oro non è altro che la vostra Venere.” “Possibile… ?” mi interrompe la signora divorata dall’ansia. “…Venere?” Jin non le presta caso, sembra non vederla, non sentirla. Ai suoi occhi non esistono più né lei né i turisti volgari che ignorano il tempio della sua bellezza.
“I genitori ti danno un nome seguendo un istinto profondo” continua la sua voce malinconica “ Venere è la prima stella a sorgere in cielo. ..la più luminosa,… la più solitaria”
“Ma è sicura che è Venere… ?” mi chiede la signora afferrandomi il polso. Jin solleva le mani in aria.
“…l’unica stella che ruota nel verso contrario alle altre”
“E perché? …” si affanna la signora.
“E questo la fa diversa e ancora più sola…” mormora Jin
Le sue mani compongono una danza nell’aria. La signora accanto a me è ammutolita. Deve sentirla tutta anche lei, deve sentirla addosso nel corpo, la fatica dolorosa del moto perenne e contrario, e la solitudine immensa dell’astro lassù.

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