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Il compagno Renko

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Questa è una faccenda di neve sporca, freddo e di una grande amicizia. Di fronte a me c’è un uomo. Il suo nome non ha importanza. E’ in ginocchio, piange.

Questa è una faccenda di neve sporca, freddo e di una grande amicizia.
Di fronte a me c’è un uomo. Il suo nome non ha importanza. E’ in ginocchio, piange. Siamo a venti sotto zero, le lacrime sono come ghiaccioli. Mi tengo saldo sulle gambe, il mio braccio è teso, la pistola a mezzo metro dalla sua fronte.
Questa è una storia di vendetta. E’ una storia che conosco molto bene ma ripasso in testa ogni fotogramma per decidere se stanotte io, ispettore Vassilji Karkov della polizia russa, diventerò un assassino.
Il mio compagno si chiamava Renko. Era solo un vagabondo malnutrito, lo incontrai quando ero in servizio nella regione di Stavrapol, sul Mar Caspio.
All’inizio ci fu diffidenza. Era orgoglioso Renko, e pareva che con gli sbirri non volesse avere nulla a che fare.
Lo convincemmo con pazienza ad accettare un pasto. Renko era ghiotto di pesce. Andava matto per lo storione. Era quello il nostro lavoro sul Mar Caspio; bloccare i trafficanti di uova di storione.
Detto così sembra una stupidaggine, ma quella merce è preziosa in Russia, come la droga. Dalla regione di Stavropol arriva il 95 per cento del caviale che si commercia all’estero.
Intercettare un carico di storione di contrabbando era una questione di fortuna e di soffiate; a volte ci riuscivamo, altre no.
Poi è arrivato Renko, ed è cambiato tutto. L’ho capito che era uno di noi la prima volta che si è avventato su una cassa di caffè. I cani poliziotto non avevano sentito nulla; lui sì. Sotto il caffè c’era lo storione.
Renko è diventato uno sbirro di frontiera. Dal nostro posto di controllo sul Mar Caspio non passava più nessuno. Avevano paura.
Spesso in mezzo alla neve alta ci spingevamo di pattuglia e se non accadeva nulla c’era da godersi la giornata, con il cielo color cobalto ed il rumore dei rami secchi che si spezzavano sotto gli scarponi.
I contrabbandieri cercavano ogni volta di trovare un trucco nuovo: portavano radice di zenzero, spezie afgane, peperoncino o carne salata di Vladivostok.
A Renko bastava avvicinarsi alle auto o ai camion ed il gioco era fatto.
Un giorno localizzammo un deposito, era nascosto sotto terra. Avevano lasciato a guardia tre molossi; dai loro latrati si capiva che non mangiavano spesso. Di inoltrarsi in uno spazio aperto, nessuno se la sentiva. Appostati, su una collina, non sapevamo come muoverci. Renko è schizzato in avanti, e nello spazio di un minuto si ruzzolava in mezzo ai cani, li colpiva e si allontanava; avrebbe fatto una brutta fine. Ci siamo lanciati pure noi di corsa, e con i calci dei fucili abbiamo neutralizzato quelle belve. Renko ci mise sei mesi per guarire dalle ferite. Non era tipo da menzioni d’onore, ed a lui sarebbe importato pure poco, ma quella volta una medaglia se la sarebbe meritata.
Abbiamo realizzato centinaia di sequestri. Eravamo una leggenda che ai contrabbandieri non piaceva.
Io stavo sempre alla frontiera e a casa tornavo poco. Ricevetti una lettera, mia moglie chiedeva la separazione. Non lo raccontai a nessuno e cercai di restare lucido, non volevo che gli altri si accorgessero di qualcosa; un poliziotto distratto dalle emozioni è un pericolo per i compagni.
Quella sera stessa, in caserma, bevevo la mia vodka di fronte al camino. Immerso nei miei pensieri, mi ritrovai Renko accanto. Non fece nulla di particolare. Ogni tanto mi osservava e poi voltava lo sguardo sul fuoco: solo lui aveva sentito il mio dolore.
Notte di fine luglio, conclusione del turno. Renko aveva deciso di restare fuori ancora; ero appena rientrato in caserma quando ci fu uno stridìo di gomme sull’asfalto. Feci appena in tempo a correr fuori, l’auto si stava allontanando a fari spenti. Solo un attimo dopo mi accorsi che Renko era in mezzo alla strada e non si muoveva.
Il cuore lo avevo in gola; mi inginocchiai, allungai la mano ma non riuscivo a toccarlo. Una macchia di sangue si allungava sotto il suo corpo.
Alzai gli occhi e gli altri poliziotti mi guardarono rassegnati: “Non puoi fare più nulla ispettore…Renko è morto”.
Passati i primi giorni presi una decisione: basta con la frontiera. Chiesi il trasferimento alla Squadra Criminale, sezione omicidi. Ho trascorso questi mesi cercando i contatti giusti, ho pagato informatori, sono sceso a patti con i mafiosi georgiani e qualche terrorista ceceno. Finalmente ho avuto un numero di targa. La targa di quell’automobile che aveva travolto Renko. Ho seguito la pista, proprio come facevo sui sentieri ghiacciati. Ho trovato il killer. Ha confessato. Era stato pagato dai boss del contrabbando.
L’ho portato in questo parco di periferia, a 20 sotto zero; lui è in ginocchio e piagnucola, mi offre del denaro e possibilità di carriera. La sua faccia è a mezzo metro dalla mia pistola, non riesco a premere il grilletto. Sono un poliziotto: posso diventare un assassino a sangue freddo?
I miei pensieri si spezzano, vanno in frantumi dentro la testa e come pezzi di vetro mi trapassano il cranio quando sento brandelli di una frase che arriva come da un altro pianeta. Non sono sicuro di averla udita, e mi ritrovo a parlare, me ne accorgo solo per la nuvola di fiato che si condensa.
“Cosa hai detto?”. Il killer, in ginocchio, continua a biascicare. Lo ripeto ancora: “Cosa hai detto?”
E lui sempre piagnucolando: “Era solo un gatto…era solo un bastardo di gatto”.
BANG!. Il suo cervello ora è in mezzo alla neve. Metto la Sig Sauer che ho comprato al mercato nero dentro la fondina. Raccolgo il bossolo e lo infilo in tasca. Mi allontano, lentamente, cancellando le impronte degli stivali.

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