Condividi su facebook
Condividi su twitter

Eraldo Affinati – Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango libri)

di

Data

Uno scrittore italiano che mette passione in quello che scrive. Una passione inesauribile, instancabile. Eraldo Affinati trasmette soprattutto questo nei reportage di viaggio e nelle recensioni letterarie che costituiscono...

Uno scrittore italiano che mette passione in quello che scrive. Una passione inesauribile, instancabile. Eraldo Affinati trasmette soprattutto questo nei reportage di viaggio e nelle recensioni letterarie che costituiscono lo splendido libro Compagni segreti – Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango libri, p.376, e.18,50). Quello di Affinati è anche un viaggio nel secolo appena trascorso, alla ricerca dei luoghi e degli uomini che hanno respirato, subito, modificato la Grande Storia. Uomini famosi e non. Scrittori, soldati, civili. Testimoni comunque di una civiltà che ha l’aspetto del canyonlands descritto da Affinati, le enormi fratture geologiche che si aprono nella terra americana e dentro le quali guardiamo noi viaggiatori, alla ricerca di un senso al misterioso percorso della nostra vita.

MOAB. DENTRO IL CANYON
I bambini mormoni, piccoli uomini in cravatta e cappello, ti salutano alzando la mano, mentre aspettano l’autobus sotto l’ombra delle pensiline accanto ai loro genitori, a Salt Lake City. Arrivavo da Twin Falls: guidavo ininterrottamente da molte ore seguendo la Interstate numero 84 verso il sud del Paese. Percorrevo un mio personale itinerario lungo il deserto esteso e superbo del grande lago salato che, a un certo punto, comincia ad animarsi di nuclei urbani sempre più fitti. La città mi piacque subito, coi templi, le guglie e quei tre, quattro grattacieli stagliati come sentinelle in mezzo al vuoto. Avvertivo una presenza rigorosa nell’aria: era la monade mormonica che entrò in contrasto con l’Unione degli Stati pur di riuscire a praticare i propri riti. Girai come un lupo solitario in queste vie geometriche a saliscendi. I negozi chiudono alle 17,30. Dopo non circola nessuno.
Salt Lake City è il perfetto contraltare di Las Vegas, aperta notte e giorno: tanto effervescente l’una, quanto austera l’altra. Sono le due anime dell’America: edonistica e puritana. Le case sprofondano nel caldo secco che non fa sudare ma sembra togliere il respiro da quanto è forte. Il tardo pomeriggio diventa il regno dei barboni che escono da cavità misteriose e chiedono l’elemosina: gli dai un quarto di dollaro e loro ti farebbero ponti d’oro. Gruppi di messicani passano ogni tanto dentro roulotte trainate da macchinoni come tribù famgliari: le ragazze hanno fiori tra i capelli. All’orizzonte le montagne assorbono la luce declinante. Il cielo ha un colore intenso che non assomiglia a quello mediterraneo: sembra solido come il marmo, intransigente, senza dolcezze, né mediazioni.
Perché mi trovavo lì? Tutto era cominciato un paio d’anni prima, quando conobbi Sandro Onofri. Lui aveva la mia età. Insegnava come me. Era scrittore. Nutriva una passione speciale per questa parte degli Stati Uniti: il sudovest, Utah, Arizona, New Mexico, dove la natura ha disegnato nei secoli formidabili architetture geologiche che sembrano essere nate dalla fantasia di uno stregone. Sandro dedicò un libro agli indiani vissuti fra queste rocce imparando il linguaggio di topi e serpenti, cervi e linci: s’intitolava Vite di riserva. Parlammo a lungo, seduti al tavolino di un bar, dei cunicoli di roccia che scendono nelle viscere del terreno nel Canyon de Chelly e lui mi raccontò la storia degli Anasazi, dei Pueblos, dei Navajos. I suoi occhi brillavano d’entusiasmo mentre mi spiegava le abitazioni di questi popoli scavate nelle pareti della roccia. Quando seppe che stavo partendo per il Nordamerica, consultò l’agenda, mi diede qualche consiglio. Poi Sandro si ammalò e non riuscimmo più a vederci. Ma, ancora adesso, se ripenso a quel viaggio e leggo le note del diario che scrissi, non posso fare a meno di ricordarlo.
L’avventura del Canyonlands, un vasto territorio compreso tra i fiumi Green e Colorado, comincia dal villaggio di Moab: oggi i numerosi motel lungo la Main Street e i cartelli pubblicitari fanno pensare a una località turistica che solo le condizioni climatiche contribuiscono a rendere estrema, ma negli anni Cinquanta qui furono scoperti giacimenti d’uranio, il che favorì un notevole flusso immigratorio. L’uranio serve a produrre la bomba atomica. Nel periodo della guerra fredda fra le due superpotenze Moab rappresentò quindi un centro occulto di notevole importanza. Poi decadde, come una precoce archeologia industriale, lasciando posto agli operatori alberghieri. Ci sarebbe da riflettere sulla tensione fra i tempi storici presente nel sottosuolo della regione, le cui cavità riportano l’uomo alla sua origine ancestrale e, nel mediamo istante, lo proiettano verso il futuro.
D’estate il caldo impedisce di uscire. Le temperature sono tali che, in certe ore della giornata, si potrebbero friggere le classiche due uova sul cofano delle automobili. In questi casi, bisogna stare attenti a non compiere gesti azzardati o cadere in disattenzioni, come accadde a me, qualche anno fa, quando in un posto chiamato Gila Blend uscii dall’automobile, incuriosito da un vecchio relitto d’aereo capitato là chissà come. La portiera si chiuse automaticamente lasciandomi fuori, con le chiavi nel cruscotto, senza alcuna copertura. A vista d’occhio non c’era altro che deserto. Il sole stava cominciando la sua lenta opera demolitrice. Fui costretto a spaccare il vetro del finestrino per rientrare in auto a proteggermi con l’aria condizionata. Quando riconsegnai la macchina a Phoenix, il negro del garage mi guardò come un miracolato.
È difficile spiegare cosa sia il paesaggio meridionale dello Utah: solo un uomo senza cuore potrebbe restare indifferente di fronte alle cattedrali di pietra che si stagliano all’orizzonte, in mezzo agli archi levigati dal vento millenario. Io raggiunsi una delle zone più selvagge della grande area poco prima del tramonto, nel momento in cui gli ultimi visitatori stavano tornando indietro. Nello stereo avevo inserito una cassetta: la nona sinfonia di Beethoven. Mentre procedevo all’interno del parco, mi resi conto della sintonia che andavo scoprendo fra due forme del titanismo, entrambe solenni e misteriose: quella del grande musicista tedesco e quella che stava sfilando di là dal finestrino. I blocchi calcarei creavano figure bizzarre: pupazzi, aquile, orchi, draghi, giganti. Non era stato l’uomo a formarli, ma l’acqua e il vento. Le montagne sacre degli indiani svettavano come castelli abbandonati perfino dai loro fantasmi. Intorno lo spazio possedeva un’intensità lancinante perché era privo di qualsiasi orpello: ti faceva pensare a come poteva essere apparso agli occhi degli individui che per primi lo attraversarono, secoli fa. Probabilmente le avanguardie delle tribù destinate a popolare questa zona si sentirono obbligate alla pratica di numerosi riti propiziatori prima di permettersi di scavare una buca nelle gallerie sotterranee. Ancora oggi, infatti, il sentimento che invade il viaggiatore è quello del rispetto. Gli alpinisti, i navigatori e chiunque percorra i sentieri della propria esistenza con l’animo dell’esploratore sanno a cosa intendo alludere.
Quando uscii dall’auto avrei voluto mettermi in ginocchio di fronte allo spettacolo della foresta pietrificata. Vidi altri come me, con lo sguardo fisso, incantati: accanto a loro, provai la fraternità degli astanti, riuniti di fronte a quella che, a parer mio, sarebbe assai riduttivo definire “una Disneyland della natura”. Ciò che ci rendeva contigui non era la bellezza in sé, ma il senso della nostra insufficienza: avevamo l’impressione di essere una ciurma sballottata dalle onde, anche se poggiavamo i piedi a terra. Ci sentivamo preda degli elementi, incapaci di testimoniare in modo adeguato il tumulto interiore nel quale eravamo immersi. M’allontanai dal piazzale camminando per circa un’ora sul ciglio del precipizio sabbioso, mentre i raggi del sole cominciavano a frantumarsi da una cima all’altra della parete di roccia, quasi fossero manovrati, nel silenzio stupefacente che regnava intorno, da un compasso il cui meccanismo era identico a quello che, nella preistoria, dava luce alla medesima zona. Ma ciò che veramente conta, quando arrivi in un posto così, è la vista dall’alto verso il basso, dove c’è il canyon.
Seduto sul picco, mani a terra, busto rigido, osservi la profonda fenditura che procede a zig zag per centinaia di chilometri fino a perdersi in lontananza, fra terra e cielo. In quell’istante ti senti necessario e ininfluente: ovviamente non c’è bisogno di venire qui per prendere atto, ma il conforto che la spaccatura sottostante ti comunica, una deflagrazione geologica, assomiglia proprio alla sconclusionata, inafferrabile maestà del nostro mondo. Avverti l’oscurità della materia, la sua imprendibile entità. In certi punti panoramici, Island in the Sky o White Rim, capisci la clamorosa impotenza del linguaggio, la sua angustia spirituale: per chi è abituato ad affidare alle parole le proprie idee, si tratta di una sensazione mortificante e, nello stesso tempo, molto istruttiva. Dopo tutte le cose che puoi aver detto e scritto, ti ritrovi a considerare il baratro che si estende sotto di te come potrebbe fare, nell’immaginazione umana, un uccello impagliato con gli occhi di vetro.
Il canyon è una materia opaca che rimanda a se stessa, un muro cieco, invalicabile che vanifica i nostri sforzi interpretativi e riduce l’intelletto a un fuoco artificiale che esaurisce in un breve attimo la sua convulsione luminosa e, immediatamente dopo, mostra solo il filo bruciato che resta. Ogni uomo reagisce come sa a questa sensazione. A me quel gigantesco crepaccio fece pensare al genoma del pianeta. Osservandolo a lungo m’illusi di poter intuire il luogo originario. L’indiano che viveva qui discuteva a tu per tu con questa ferita primordiale: al contrario, l’uomo moderno deve darle del lei. Era un po’ quello che mi aveva detto Sandro Onofri, un giorno lontano, quando cominciammo a parlare di Canyonlands.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'