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Gita sul Corno d’oro

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All’inizio pensavamo che fossero italiani. Sulla poppa del battello che porta fino a Eyup, a nord di Istanbul, giravano i camerieri che ti vendono il cay (il thè) nei tradizionali...

All’inizio pensavamo che fossero italiani. Sulla poppa del battello che porta fino a Eyup, a nord di Istanbul, giravano i camerieri che ti vendono il cay (il thè) nei tradizionali bicchieri di vetro turchi. Quel giorno ci eravamo decisi per una gita sul Bosforo, poi all’attracco di Eminonu, sotto il ponte di Galata, avevamo comprato i biglietti sbagliati, quelli per il Corno d’Oro. La città è attraversata da questo spicchio di mare, quasi un fiume, forse più bello e familiare del Bosforo. Qualcuno di noi aveva gridato, col dito verso una sponda: sottomarino. Nero, imponente, attraccato come una balena morta, forse di fabbricazione russa, forse a propulsione nucleare. Poi avevamo notato questo gruppo di cinque ragazzi con gli occhiali da sole simil-Gucci e l’espressione annoiata da tipici connazionali in vacanza. Dopo due o tre cay, facciamo conoscenza, scoprendo che sono invece macedoni. Gli dico testualmente: I have always dremt to meet some macedonian guy to say to them that in Italy the “Macedonia” is a kind of salad made with fruit. Loro, come risposta, ci rivelano che pensavano che fossimo ungheresi e non italiani. Il mio amico Fabio mi rinnova la sua convinzione all’orecchio: ma a me questi mi sembrano proprio italiani. I nostri nuovi amici macedoni di Skopije, di cui abbiamo prontamente scordato i nomi, si parlano tra loro in cirillico e forse si dicono: comunque sembrano proprio ungheresi. Continuiamo la gita amabilmente, superando le mura di Costantino e propiziandoci un bel tramonto alle spalle. I ragazzi macedoni sono più esperti di noi della città e a Eyup, il villaggetto alla fine del Corno d’Oro, ci invitano a seguirli fino alla cima di un cimitero su una collina dove c’è il Caffè Pierre Lotì. Qui bisogna aprire due parentesi: (dopo la riforma laica di Ataturk, in Turchia, oltre alla poligamia, è stata vietata la tumulazione dei propri cari di fronte casa e sono nati i cimiteri. Uno di questi sorse sulla collina dove Pierre Lotì si era fatto costruire la casa. [Pierre Lotì era uno scrittore francese minore di cui nessuno conosce il titolo delle opere, né l’esatto periodo in cui ha abitato ad Istambul. In una Petit Larousse, rinvenuta in una libreria di Beyoglu, ho trovato la striminzita voce a lui dedicata: scrittore, amava molto Istanbul.] . Doveva essere bella la città quando i viali e le piazze erano ricoperte di lapidi bianche. Secondo la religione islamica i defunti devono essere seppelliti nella nuda terra con la testa in direzione della Mecca. Non c’è copertura o bara o fotografia del morto, ma solo una lapide bianca con su scritto un versetto del corano a scelta.). Al Caffè Lotì ci prendiamo almeno un paio di cay con la fronte rivolta alla città. Il tramonto è rosso sul Corno d’Oro, troppo rosso perché sottolineato dallo smog. Tossiamo, ma siamo estasiati. Fabio metaforizza guardando le moschee della città così: i minareti sembrano tanti missili. Si sente l’urlo dei muezzin e inizio a parlare con una ragazza dei macedoni che ha tratti orientali: sembra la figlia di John Lennon. Norita o Noriko, non ricordo bene, mi racconta che suo padre è macedone e la madre nipponica e si sono conosciuti in Australia. Poi mi dice di essere una lettrice e mi comincia ad elencare tutti gli autori italiani che ha letto: Moravia, Umberto Eco e Baricco. Io ad ogni opera che nomina dico: yes…yes…yes. Ma non conosco nessuno scrittore macedone, forse un regista… sì il regista di Prima della pioggia: Before the rain. Le dico. Con tutta la naturalezza di questo mondo, Norita mi dice che anche loro hanno avuto una guerra nel 2001 tra l’esercito e i paramilitari albanesi perché in Macedonia c’è una minoranza albanese. Continua dicendomi in inglese che a quel tempo loro non la avvertirono minimamente la guerra: ogni tanto degli elicotteri andavano, di notte, a bombardare una collina che si vedeva da Skopjie, dove erano concentrati gli albanesi, noi uscivamo di casa con le sedie e ci sedevano a fumare e a bere birra di fronte all’incendio. Questa immagine mi resta in testa per tutto il viaggio di ritorno sul Corno d’Oro. A notte fonda, in albergo, guardando un notiziario della guerra in Libano sulla CNN turca, mi accendo una sigaretta e mi bevo una birra. Come un macedone.

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