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Una regina coi piedi di pezza

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“Bellu è bellu, però…” si guarda intorno come a voler dire altro. C’è un senso d’impotenza nel suo sguardo, una desolazione che il sorriso non riesce a smorzare.

“Bellu è bellu, però…” si guarda intorno come a voler dire altro. C’è un senso d’impotenza nel suo sguardo, una desolazione che il sorriso non riesce a smorzare.
E’ seduta davanti alla porta di casa sua, cinque gradini più in alto rispetto al livello della strada in cui siamo sbucati arrampicandoci su per un viottolo di pietra. Come di pietra è tutto il paese, Vallo di Nera, arroccato sulla montagna come una fortezza: le case addossate le une alle altre in una sorta di unico, immenso edificio che è borgo e castello, susseguirsi di ambienti collegati da passaggi, stradette, ripide scalinate, archi, ponticelli, sottopassaggi e – qua e là – una piazzuola, un belvedere sulle montagne che circondano, verdissime, questo posto rubato a una favola.
“E’ bellu, sì, ma…” Esterina sorride ancora. Ha attaccato discorso vedendoci arrivare. La porta semiaperta alle sue spalle mostra una stanza spoglia, in penombra. La targhetta col suo nome brilla lucida sopra il tondino del campanello. E’ vestita di blu, ha i piedi infilati in un paio di pantofole di feltro, le caviglie gonfie di chi cammina pochissimo. E che non può camminare ce lo racconta subito dopo, dopo averci chiesto da dove veniamo, quanti anni le diamo (“Settanta?”. “Ottantaquattro” ha risposto, con l’occhio che le brillava della felicità di mostrare meno degli anni che ha vissuto), se ci piace l’Umbria, se soffriamo il caldo in questi giorni in cui non si respira. “Eh sì, fa caldo” mormora prima ancora che possiamo risponderle “però quando viene il freddo, uhhh…” e muove la mano di taglio, come a dire che il freddo, qui, picchia, rompe le ossa. E intanto gira intorno quel suo sguardo trepido, teme che andiamo via subito, che questo svago improvviso offerto dalla nostra presenza sfumi in un fiato, e allora sorride, ci interroga, continua a parlare in un monologo di frasi inquiete, col dialetto che si mischia all’italiano in una lingua che sembra inventata. Domanda se ci piace Vallo, è bello vero? Certo ch’è bello. Siamo venuti apposta dopo aver letto che è un paese monumento, “un borgo che emerge a stento dai boschi con le sue case di pietra chiara, straordinariamente conservato dal 1217, da quando la città di Spoleto concesse ai suoi abitanti di costruire un castello a difesa della valle”.
“E’ bellu, sì, ma è tutto vuoto” mormora “non ci abita più nessuno”.
Con un ampio gesto indica le case che circondano la sua: “Vengono un giorno, due, poi se ne vanno, hanno i figli giù, a Terni… Ci sono solo io in questa strada” gli occhi le si arrossano, il sorriso si fa più marcato, mostra l’unico dente che ha in bocca. E intanto, dietro di noi, un panorama spettacolare: montagne smeraldine con chiazze giallastre in cui pascolano greggi, alberi fitti, scivolare d’acque in rigagnoli che alimentano il Nera, un cielo così limpido che in città te lo scordi, e uccelli che svolazzano da una torre all’altra lanciando fischi e richiami.
“E’ bellu, sì” conviene lei dall’alto di quel suo scranno che domina la vista “ma che ti mangi… li sassi?”.
Ecco, l’ha detto finalmente, e adesso ci scruta, a vedere la nostra reazione, temendo forse che le sue parole abbiano per noi – venuti appunto per ammirare questa bellezza – il senso di una bestemmia. E subito ci viene in mente quella favola africana della regina che, ricevuto in regalo dal marito un preziosissimo bracciale, lo mette in un pentolino a bollire e poi cerca di mangiarlo, e il re s’infuria, pensa di aver sposato una selvaggia. Allora lei lo prende per mano e dopo giorni di cammino lo fa entrare in un antro, oltre il quale la reggia di suo padre. Nella sala da pranzo c’è ancora tutta la famiglia, morta di fame in mezzo a ori e splendori impensabili.
“E’ nu disastru” continua lei rassicurata dalla nostra mancanza di commenti “prima c’era lu macellu, potevi comprare la pecora, la vacca, c’era nu caffè, du’ botteghe, trovavi quello che ti serviva”.
“E adesso?”.
“Niente”.
“E la spesa?”.
“C’è un supermercato, ma è lontano. Devi telefonare: ‘Portami la fettina, il bollito…’, ti fai la provvista e stai comodo per un poco. Poi le provviste finiscono, e che devi fare? Quando sei vecchio… Io sono sola. E’ che sono nata troppo presto” ride “e allora? Aspettiamo. Pa-zien-te-mente. E speriamo che Diu si fa trovare…”.
Ci guarda. La sua testa tremola appena. Ha occhi scuri, acquosi: “L’avete vista la chiesa di Santa Maria?” incalza subito dopo, a evitare quel commiato che ormai sente vicino. E poi: “C’è stata una festa qui. L’ha fatta lu prolocu. C’era mangiare per tutti” ride “ma io non ci sono andata. E come facevo per tornare quassù, telefonavo all’elicottero?”.
Ride ancora, con disincanto. Ha ragione. Meravigliosamente arzigogolato questo paese, nelle sue salite e discese, nei vicoletti, nelle feritoie, strettoie che incantano il turista cittadino finalmente a contatto con un luogo “naturalmente” pedonale, in cui “il transito” come specifica orgogliosamente la guida “è consentito solo ai pedoni, non per divieto di transito, ma perché, semplicemente, non ci sono gli spazi per i movimenti delle auto: gli stretti vicoletti, traversati da continui archi che collegano una casa all’altra, suppliscono in maniera definitiva ai segnali di divieto”.
Esterina sospira. Guardiamo i suoi piedi gonfi, pensiamo alla Pro Loco che organizza le feste ma non si preoccupa dei vecchi che non possono parteciparvi, pensiamo che Vallo è un meraviglioso borgo medievale che soddisfa in pieno le nostre aspettative di turisti, che è valsa la pena, sì, di arrampicarci fin quassù nonostante il caldo, che la Valnerina è un luogo da consigliare vivamente agli amici e tornare a visitare, perché non ti stanca mai, c’è sempre qualcos’altro da trovare, una chicca da scoprire, un fresco che la sera ti fa dormire, quell’invito alla contemplazione che portò qui santi in eremitaggio.
Torniamo alla macchina ripassando per i camminamenti e i viottoli, scrutando le tendine di pizzo oltre le finestre irrimediabilmente chiuse. E intanto, in bocca, ci resta l’amaro per quella regina coi piedi di pezza che guarda il mondo e non lo può assaggiare.

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