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Verso Bisanzio

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La macchina s’era fermata sul ciglio della strada. Il Bosforo era alla nostra sinistra e grandi petroliere ci scorrevano sopra. Avevamo da poco sorpassato il ragazzo con le pere.

La macchina s’era fermata sul ciglio della strada. Il Bosforo era alla nostra sinistra e grandi petroliere ci scorrevano sopra.
Avevamo da poco sorpassato il ragazzo con le pere. Le vendeva in grandi buste di plastica: ”Pere, pere a tre lire.”
Il motore fumava e Sandro ci si era messo sopra a capire di che si trattava. Intanto bestemmiava. Io me ne rimanevo sul ciglio della strada aspettando qualche auto che si fermasse. Avevamo anche messo il triangolo a terra.
– Senti, la spia dell’olio non si è accesa e qui abbiamo fuso. C’è poco da dire.
Sandro grondava di sudore. Si era anche legato la camicia sulla testa.
– Dai che adesso passa qualcuno e siamo a cavallo.
Sul Bosforo le barche continuavano a scorrere come addormentate laggiù, oltre la foschia. Noi le vedevamo dall’alto della strada e quando ci giravamo vedevamo un pascolo di capre, scarne.
– Sei cieco? su questa strada del cavolo c’era solo quel ragazzino con le sue pere da tre lire.
– Che cavolo, sei tu l’esperto no… metti le mani là dove sai.
Sandro rificcò il muso sotto il cofano e continuò a dargli giù con la chiave inglese e il cartello dietro di lui indicava: ISTANBUL 99.
Avevamo preso quella statale abbandonando l’autostrada perché Claudia si era messa in testa che dovevamo lasciarla in una comune dalle parti di Bursa. Lì c’era il suo ragazzo ad aspettarla. Le aveva mandato tante e-mail in cui descriveva il posto come “soave” e “perfetto per liberarsi di certa feccia”. Si erano conosciuti in Erasmus un paio di mesi prima e avevano capito subito che le comuni di mezza europa erano il loro pane.
Sandro tirava su la testa ogni tanto e sbuffava. Diceva frasi del tipo: “Senza testata dove cazzo si va,” o “Hai visto il radiatore.” A me faceva ridere Sandro conciato in quella maniera. Poi con quelle capre scarne che brucavano dietro la macchina.
– Senti, io vado a chiedere a quel ragazzino, magari abita vicino e ci fa fare una chiamata.
Sandro non disse niente, ma fece due occhi da malato.
Feci quei due chilometri sotto il sole costeggiando le piante di ulivo e le capre con le costole in bella vista. Il ragazzino doveva essere alla fine di una lunga curva. Teneva il braccio in mezzo alla strada e aspettava che qualcuno si fermasse. Noi quando lo avevamo avvistato la macchina stava già dando i primi segnali di cedimento e Sandro la colpiva a forza sul cofano. Io non dicevo niente, la macchina era di suo padre e tante rogne già le aveva date.
Poi c’era la storia dei camion, in Turchia guidano tutti come matti e ci sono tanti camion per le strade statali. Almeno due per ogni tre vetture. La cosa bella della faccenda è che hanno una guida da gran premio N.A.S.C.A.R. Poco prima di Bursa un bestione che trasportava fieno ce lo siamo trovato davanti, in piena curva che tentava un sorpasso… in salita.
Passai davanti ad un cementificio nero e abbandonato che mi copriva la vista sul Bosforo Quelle caprette continuavano a brucare oltre la recensione. Sembreva che mi seguissero. Ma poco più avanti iniziai a vedere la curva. Era tremendamente lunga e il sole cuoceva ogni cosa. Mi slacciai anch’io la camicia e la legai in testa come Sandro. Aveva il petto madido di sudore.
Finita la curva non incontrai nessun ragazzino. Non c’erano più nemmeno le pere o il banchetto su cui aveva accomodato la raccolta della giornata. Dopo quella curva c’era solo una collina enorme, spaventosamente enorme e le caprette dal manto nero cui fuoriuscivano le coistole, lì a brucare.
Quando tornai, Sandro era ancora piegato sulla macchina con qualche manicotto di tubo in mano.
– Senti, questa vecchia non riparte se non mi aiuti!
Così sarà stata più o meno l’una, ci mettemmo entrambi col muso sotto il cofano. Io ogni tanto facevo il giro della macchina e provavo a vedere se funzionava. Passò circa una mezz’ora. Qualche nave sul Bosforo iniziò a suonare, laggiù oltre la foschia.
– Crepo di sete. Cristo.Non è che è rimasta un po’ di acqua in macchina? Guarda un po’…
Feci di nuovo il giro della macchina. Lui rimase a smontare qualche pezzo con le mani unte di nero. Guardai sotto i sdedili e anche nel bortabagagli tra gli zaini. Trovai solo qualche bottiglia di acqua Nestlè, vuota.
– Senti non ce n’è nemmeno un goccio. Da nessuna parte. – Glielo dissi con la testa completamente bagnata dal sudore.
Lui buttò le chiavi inglesi sull’asfalto. Poi disse:
– Così non si può andare avanti. Non si può… – E iniziò a urlare e a tirare colpi al paraurti della macchina. Quando si fu calmato poi si mise a sedere accanto a me sul ciglio della strada aspettando qualche vettura di fortuna. Così rimanemmo: Col Bosforo davanti e le caprette sul retro a brugare paglia con le loro ossa sporgenti.
L’idea poi venne a Sandro e io non ho potuto fare che assecondarlo:
– Senti, beviamoci questa cazzo di acqua del radiatore. Male che vada rischiamo un po’ di diarrea. Cacherai fino a sfinirti e poi passerà. Fidati che si può fare.
– E tu che ne sai?
– Alla Parigi-Dakar fanno così. E poi che cavolo è solo acqua distillata… non moriremo di certo.
Staccammo il radiatore e iniziammo a dare lunghe sorsate d’acqua. Era fantastico essere ancora vivi con quell’acqua del motore. La finimmo tutta. Saranno stati due litri e poi ci siamo rimessi sul ciglio della strada a guardare le grandi navi sul bosforo. Poi Sandro con gli occhi da malato mi fa: – Magari potremmo fare fuori una di quelle capre lassù. Povere bestie a razzolare nella paglia bruciata. Ne facciamo secca una e aspettiamo che il sole la cuocia… che dici?
Lo disse sotto il cartello che segnava: ISTANBUL 99. A me venne da ridere per tutta la fortuna che ci aveva assistito e gli dissi: – Ci mangi poco con una. Uccidiamole tutte. Tanto a Istanbul mancano solo 99 km.

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