Condividi su facebook
Condividi su twitter

Pedro Almodovar, Penelope Cruz e Carmen Maura

di

Data

Oggi, a Cannes, è giorno di interviste con Pedro Almodovar, Penelope Cruz e Carmen Maura. Mi svegliano nubi nere nel cielo oltre il balcone e un vento caldo che scuote...

Oggi, a Cannes, è giorno di interviste con Pedro Almodovar, Penelope Cruz e Carmen Maura. Mi svegliano nubi nere nel cielo oltre il balcone e un vento caldo che scuote le bandiere degli alberghi in riva al mare. Attorno, gli oggetti poco familiari della stanza d’albergo sembrano il preannuncio di un giorno in cui le cose abituali si mostreranno in una luce diversa. Penso fiduciosa mentre indosso il mio tailleur viola.
Ma subito in ascensore mi guardo nello specchio e mi viene il sospetto che il viola, tra tanti artisti, non vada bene. Magari non mi fanno entrare al palazzo del cinema o mi scacciano dalle interviste. Così lo chiedo a Odile a colazione. Lei è la responsabile stampa per l’Italia e si mette a ridere. “Ma è una cosa da italiani…” Dice. E chi altri, se non il papa, poteva far chiudere i teatri in quaresima? Virginie, che lavora per l’ufficio stampa di Parigi, ride anche lei. Al Palazzo del Cinema, vengo a sapere, tutte le poltrone sono viola.
Virginie è alta, giovane, compassata. Odile è minuta, effervescente, con piglio risoluto ci dà le consegne per la giornata. A me: “Almodovar vuole che venga tradotta ogni parola. Si secca quando i giornalisti televisivi annuiscono e si vede che non hanno capito nulla.” Anche io annuisco. Quei poveri giornalisti hanno tre minuti a testa per l’intervista e non vogliono certo perderne la metà per la traduzione. Sarà la solita guerra.
A Virginie: “divieto assoluto di uscire domani con qualunque pezzo sul film per qualunque giornalista…” Virginie ascolta, ribatte, contrasta, non vuole sottostare troppo alle consegne di Ginevra.
Poi, mentre mi distraggo a spalmare marmellata sul mio croissant, i giochi di potere tra le due si trasformano in garrule conversazioni femminili. Parlano di abiti, di scarpe. Si mostrano a vicenda quelle che indossano estraendo i piedi da sotto il tavolo. Adorano entrambe i modelli sportivi da ginnastica. Virginie confessa di averne venticinque paia. Concordano sui nomi delle marche. Mi guardano complici e raggianti, poi deluse quando dico che io in realtà preferisco le scarpe con il tacco.

Siamo arrivate all’ultimo piano del palazzo del cinema in un immenso locale buio, forse l’interno di una discoteca, con gradini e salottini su vari livelli. In un angolo, attorno ad un tavolino tondo, tra risate e voci squillanti, è seduto lo staff di Almodovar al completo. Saluto chi conosco. Anche il fidanzato di Pedro, un uomo bello, alto, ma soprattutto gentilissimo, buono come il pane. (Ha un piccolo cameo in Parla con lei. È il tuffatore che riemerge dalla piscina, con il suo magnifico sorriso, mentre Caetano Veloso attacca il suo pezzo.) È lui che mi soccorre quando precipito malamente da uno dei gradini invisibili. Mi guarda sollecito e sorpreso quasi fosse una stranezza o un capriccio da parte mia inciampare in quel buio pesto interrotto solo, qua e là, da un festone dorato e da ombre solitarie che si aggirano a tentoni.
In fondo al locale si intravede un quadrato di luce abbagliante ed è l’ingresso alla terrazza dove Almodovar, Penelope Cruz e Carmen Maura sono seduti sotto gli ombrelloni, ognuno per suo conto, su divani e poltrone neri e viola intervistati dalla stampa francese.
Non hanno ancora pranzato. Penelope Cruz non si stanca di ripeterlo seccata, tra un’intervista e l’altra, a chiunque cerchi di avvicinarla: “Penelope sei stupenda, Penelope ti ricordi ci siamo incontrati l’anno scorso al festival…” Le gridano i giornalisti francesi. Lei sorride, altera più di ogni altera diva. “Come sei elegante! che abito meraviglioso!” l’apostrofa un gruppetto di donne piegando il capo di lato, allungando anche un po’ la mano quasi a tastare la stoffa, e allora Penelope sorride “Chanel” confida lusingata, ammorbidita.
L’abito Chanel, di maglina blu e beige, non dà alcun risalto alle sue forme. Ha un pizzo triste sul décolleté e una lunghezza sotto il ginocchio. Ma la mia è solo invidia. Almodovar dice che Penelope è la sua attrice preferita e una grande amica anche fuori del set.

Almodovar è l’ultimo a finire le interviste con la stampa francese. Si prende una breve pausa prima di iniziare con i giornalisti italiani che stanno arrivando alla spicciolata: si tengono negli angoli della terrazza e cercano di sbirciare sotto i tendoni per vedere chi intervista chi. Qualcuno si saluta, qualcuno confabula con la sua troupe. Sono nervosi e cercano di non darlo troppo a vedere e siccome fa molto caldo si avvicinano al tavolo dei rinfreschi pieno di bottigliette e di assaggini di mille colori. Il sole ci batte sopra implacabile e un cameriere va avanti e indietro con i secchielli del ghiaccio. Bisogna rincorrerlo per farsi aprire le bottigliette. Non c’è verso che lui si convinca a lasciare il piccolo apribottiglie sul tavolo. A parte il caldo hanno tutti l’aspetto fresco, riposato, le donne indossano abiti colorati, con una punta di stravaganza in più che a Venezia. Poi con il passare dei giorni i giornalisti arriveranno alle interviste sempre più trafelati, stravolti per i servizi notturni, gli occhi cerchiati, gli abiti poco stirati. Ma ora il festival è appena iniziato.
Odile va su e giù, stringe in mano una cartella con un modulo dove ha annotato l’ordine in cui si terranno le interviste. Loro non lo conoscono e cercano di spiare le precedenze sul foglio di carta bianca che brilla e si agita al sole.
Molti giornalisti per ottenere un’intervista con Almodovar hanno dovuto promettere di intervistare anche le due attrici, soprattutto Carmen Maura che pochi altrimenti avrebbero incontrato. Sono già tante le interviste da fare qui a Cannes e i tempi strettissimi.
Mi è capitato a volte di tradurre questi attori che nessuno vuole più intervistare. Una cosa patetica, si potrebbe pensare ed invece ogni tanto a sorpresa vengono fuori le interviste migliori che non vengono mandate in onda né mai pubblicate. In genere si tratta di attori anziani, come nel caso di Carmen Maura, che partecipano alla promozione di un film perché hanno meno impegni degli altri. Spesso attori bravissimi che nessuno, però, vuole più ascoltare. E proprio perché le interviste non verranno trasmesse né pubblicate, lontani dalle pressioni e dai battage pubblicitari, giornalisti e attori si lasciano andare ad una conversazione diversa: umana, sincera. Il giornalista si distende, l’attore si abbandona ai ricordi. O almeno così a me sembra.

Mi avvicino ad Almodovar. Lo saluto timida e impacciata. Anche lui è timido e impacciato. Mi dice “ti avevo vista seduta laggiù, ma non c’è stato modo di farsi un segno di saluto.” Mi chiede di me. Io quasi non riesco a parlare dall’emozione. Gli dico che ho amato moltissimo il suo film. E mi sento un po’ ridicola. Ma che altro si può dire? Mi siedo in silenzio sul divano nero e viola, comodissimo, accanto a lui che si prende un istante di riposo. Lo guardo di sottecchi: sembra stanco, assorto, come altrove. I suoi capelli sono più bianchi dell’ultima volta. Ed io all’improvviso sento dentro una grande pace come se me ne stessi seduta in una piccola nicchia di quiete.
Il primo giornalista per la televisione è un signore grasso e bonario. Arriva sempre alle interviste con una busta di plastica in mano, stramazza sulla sedia affaticato dal caldo e dal peso e poggia la busta accanto a lui. I suoi pantaloni sono sempre poco stirati, le t-shirts lunghe e sbrindellate, le scarpe impolverate. Si siede e sospira profondamente.
Almodovar ha sempre per lui le parole più gentili. Prima che inizi la ripresa parlano come due amici: condividono la tendenza alla pinguedine e la passione per la musica. Si abbracciano, poi si scostano per guardarsi, l’uomo bonario mormora “Ammappa Pedro però…come sei dimagrito!… Io invece guarda qua…” e si batte il ventre con malinconia. Pedro gongola “Dici?…” chiede esitante, abbassa un istante gli occhi come a verificare l’effettiva riduzione delle sue dimensioni. I suoi occhi brillano di orgoglio. Sembrano due bambini che giocano a fare uno l’intervistatore e l’altro l’intervistato. Sono pochi i giornalisti, come l’uomo bonario, con cui Pedro si lascia andare; ai quali sorride contento quando sente che hanno colto una parte di lui o del suo film. Sorride quando l’uomo bonario gli dice che i suoi film si collegano uno all’altro come in un grande arazzo.
“È vero gli ultimi due film parlano della mia infanzia. Nella Mala educacion c’è il collegio, la scoperta della paura e della sensualità. (Durante le interviste Pedro ritorna spesso su La mala educacion. Come per un dispetto ai tanti a cui il film non è piaciuto. È il suo film sul padre, sul maschile. Ed è venuto fuori un film tutto nero. Lo ha detto una volta: quando scrivo una storia di donne mi ritrovo in mano una commedia, se scrivo di uomini, senza che me ne accorga, viene fuori una tragedia). Volver (tornare) invece è un omaggio alle donne della mia infanzia. Il ritorno a La Mancha dove sono nato. Ma soprattutto il ritorno a mia madre e al suo ricordo. È come se la storia la raccontasse un bambino che in scena non si vede mai.
E sai una cosa? Adesso a Madrid mi fermano per strada. Mi dicono che sono usciti dalla sala piangendo, pensando alla propria di madre. E qualcuno, dopo il film, è corso ad abbracciarla e chi non l’ha più, dice di non aver mai sentito così forte la sua presenza”
Fa una pausa poi riprende e i suoi occhi neri vivissimi si riempiono di malinconia come un languore scuro delle pupille: “Dicono che il tempo passa più in fretta dopo la morte di tua madre… credo lo abbia scritto John Berger. Ed è vero. Mia madre è morta qualche anno fa e da allora io sono cresciuto molto più rapidamente”
L’uomo bonario è entusiasta di Volver la canzone del film: la versione in flamenco di un tango di Gardel. “Stupenda, stupenda”. Mormora allargando le braccia e lasciandole ricadere sul suo corpaccione.
Pedro lo ringrazia con una smorfia tenera felice. Comincia a cantare assorto scandendo le singole frasi. Il suo corpo pesante dondola impercettibilmente. “La frente marchita” e si tocca la fronte, “la nieve del tiempo sobre mi sien”. Si sfiora con le dita il bianco dei capelli. “Tu capisci?” Chiede in italiano tutto infervorato. “Ah è bellissima la neve del tempo sulle tempie…” L’uomo bonario annuisce, canta anche lui.
“La canzone è un momento importante perché dice tante cose su quel rapporto così difficile tra madre e figlia.”
Cantano finché arriva Odile. Il tempo dell’uomo bonario è scaduto. Pedro lo guarda andare via dispiaciuto. Seduta al suo posto, una giornalista gli chiede: “Ma lei signor Almodovar ci crede davvero ai fantasmi?”
“No, non ci credo” dice Pedro. Segue un lungo istante di silenzio, la giornalista cerca in fretta un’altra domanda, ma Pedro riprende in tono assorto, parlando lentamente, cosa in lui inusuale: “Credo però nelle immagini delle persone care che ci portiamo dentro e finché le vediamo continuano ad essere reali, a far parte della nostra vita e di quanto ci circonda.” Pedro si interrompe assorto, poi riprende “Le sarà capitato a volte di camminare per strada e di scorgere tra la folla un volto che non c’è più…”
“Benissimo” dice la giornalista distratta. Mi sussurra che ha capito e non le serve la traduzione.
Le interviste con le televisioni sono le meno interessanti. Il tempo è poco e le domande quasi in serie: Cosa pensa degli altri film in concorso? Spera di vincere? Ha paura di perdere? Quando gli chiedono se ha visto il film di Nanni Moretti in concorso lui ride. “Non l’ho ancora visto… no, per fortuna però il vero Caimano intanto se ne è andato!…”

È con i giornalisti della stampa scritta che, in genere, vengono fuori le cose migliori: c’è più tempo per approfondire. Ed è con loro che adesso siamo seduti in cerchio sui divani proprio come nel salotto di casa. Io, accanto a Pedro, i giornalisti attorno, qualcuno accovacciato ai suoi piedi. Alcuni, prima di iniziare, posano riverenti i registratori sul tavolo davanti a noi. Accantonata per un istante la competizione sotterranea e feroce, svaporata l’ansia dell’attesa, ora sono tutti qui, uniti dalla stessa devozione che risplende sui loro volti, ad ascoltare Pedro che racconta:
“Le donne per me sono state l’origine della vita e dell’arte di narrare. Da bambino vivevo attorniato da donne: di giorno le vedevo lavorare e di sera ascoltavo i loro racconti. Storie terribili successe alla gente di lì: ammazzamenti, suicidi, morti che tornavano per risolvere faccende lasciate in sospeso. Io morivo di paura. Ma per loro era la cosa più naturale del mondo, lasciavano sempre un lume acceso nel portico per il morto che tornava di notte. Ed è vero che se i morti non muoiono non muore neanche una parte di noi, i vivi.
Io prima di questo film…, e ancora adesso, ero in un momento della mia vita in cui ogni giorno pensavo alla morte…e non è certo un pensiero piacevole per un agnostico che non crede nell’aldilà. (Prima rispondendo ad un giornalista della televisione che gli chiedeva del suo rapporto con la morte Pedro si era fatto scuro in volto, dal fondo della gola gli era uscito un singhiozzo. “non l’ho mai capita la morte, e mai l’ho accettata”. Ora il tono si è smorzato.) Tra la gente de La Mancha ho trovato un rapporto molto più naturale con la morte. E allora ho cercato, con tutto me stesso, di farmi impregnare dalla loro cultura, di assorbirla completamente e adesso mi sento meglio.” Fa un grande respiro e ride. “La morte laggiù è un elemento della vita di ogni giorno. Le donne curano la loro tomba come se fosse una seconda casa. Per questo c’è quella sequenza iniziale…
Mia madre” e qui il suo sguardo si illumina “mia madre vent’anni prima di morire aveva detto a mia sorella come voleva essere sepolta. Le ha dato le indicazioni e lei con la massima naturalezza le ha comprato la stoffa e le ha fatto il vestito. L’ho scoperto per caso quando mia madre è morta e mia sorella ha raccontato la storia ad un giornalista. Lei si è tenuta in casa per venti anni il sudario di mia madre.”

Un giornalista dice che questo film porterà ad una riscoperta della regione de La Mancha.
Pedro annuisce. “Lì è nata la leggenda della Spagna nera: una Spagna tragica, sorda, sinistra. Che non è certo una leggenda. Io ho cercato l’aspetto luminoso dietro il lato nero. Ad esempio la solidarietà tra vicini.” Pedro fissa un punto lontano come ogni volta che ricorda “Mia madre negli ultimi tempi era voluta tornare a vivere al paese e quando l’andavo a trovare la vicina mi diceva le parole del film: – la mattina appena mi sveglio vado a bussare alla finestra e non me ne vado se da dentro non sento il suo buongiorno. –
E la giustizia: i morti che tornano per risolvere le questioni lasciate in sospeso. Io credo nella giustizia, non quella istituzionale, ma nella possibilità per ognuno di noi di non lasciare conti aperti nella vita. Di correggere le cose che abbiamo sbagliato.”

Ma i giornalisti non amano rattristarsi troppo a lungo e così la conversazione prende adesso una piega più leggera. Si parla di cultura pop. Pedro subito si trasforma in Almodovar il gigione, l’istrione. Gli piace divertire il suo pubblico. Dice “Amo molto Warhol e il suo stile: l’arte che facevano e la vita che conducevano. Ma io lo conoscevo quello stile prima ancora che loro lo scoprissero. Anche io vivevo circondato da travestiti e drogati.” Si ferma con fare sornione. “Ero io la star dei travestiti. E prima che la casalinga trionfasse nella cultura pop io già la adoravo. La casalinga con una pettinatura inalterabile come l’acciaio, gli elettrodomestici mai usati e la cucina splendente.” E Pedro accompagna le sue parole con ampi movimenti delle mani quasi a disegnarle nell’aria quelle pettinature. I giornalisti ridono “È un mondo dove ho imparato e mi sono divertito tantissimo, e che ho lasciato” dice e qui una piega di malinconia gli increspa le labbra “quando ho sentito che per me non era più solo proibito ma anche pericoloso.”
Ai giornalisti piace il lato da istrione di Almodovar. Lo solleticano di nuovo. Fanno a gara tra loro a chi ricorda più nomi di attrici dimenticate, sepolte nell’oblio. E Pedro subito si infiamma: lui le ricorda tutte, le conosce tutte. Cita per ognuna un film, e le scene dove appaiono. Dietro l’immagine di Penelope ci sono tanti richiami alle attrici italiane degli anni 50: alla Magnani di Bellissima “Con quel decolletè… la sottoveste nera… è un’immagine gloriosa epica.” Alla Loren della Ciociara, alla pettinatura della Cardinale. “Volevo una Penelope che fosse madre come una forza della natura. Sofia Loren, la Magnani sono l’espressione massima della maternità. Con quei seni…” e fa un gesto con le mani pieno di ammirazione. “Il fisico di Penelope si prestava alla perfezione: che occhi…! che capelli…! Che seno…!” Esclama enfatizzando ogni parola poi in tono più sommesso aggiunge: “Solo il culo è falso. Mi è sembrato che dovessimo ritoccarlo un po’, dargli più sostanza…” Pedro ride, i giornalisti lo guardano increduli. “Ma come non è il suo?…” mormora qualcuno. “Non ti preoccupare” ride Pedro “…solo un piccolo ritocco…”

Ci spostiamo su un’altra parte del terrazzo. La disposizione dei divani è la stessa, ma ora è il turno dei giornalisti dei periodici. Hanno l’aria più rilassata e le domande hanno carattere generale.
Quando gli chiedono se il successo abbia inciso sui suoi film, sottotesto: se li abbia snaturati, Pedro risponde serio serio.
“Sono nato in una famiglia con pochi mezzi e quando, da ragazzo, sono andato a Madrid, sapevo che volevo fare film, questo lo sapevo, ma anche che avrei dovuto lottare tantissimo per farlo. E adesso anche se i problemi non sono più quelli di un tempo, cerco di mantenere la forza di allora. Ogni mio film è nato sempre da un’urgenza interna, un bisogno fisico, che mi porta a scrivere. Spero che continui ad essere così. Non ho niente contro certe produzioni americane dove sono le grandi star a tenere in piedi un film. Ma per me è la sceneggiatura che conta. Per loro non è altro che una bozza, una prima stesura e le decisioni le prendono i burocrati non gli artisti. Sono le sceneggiature meno curate.”
Un giornalista gli dice: “lei i suoi film se li fa tutti da solo, li scrive, li dirige, deve essere molto pesante, non le piacerebbe ogni tanto scrivere a quattro mani?”
“Certo che mi piacerebbe…anche se non posso lamentarmi dei risultati ottenuti fin qui…” dice con una punta di sarcasmo. Poi si aggronda: “Ho cercato in un paio di occasioni di scrivere con qualcuno, ma non è andata. Sarebbe bello …perché allora il monologo diventerebbe un dialogo, non ci si scontrerebbe sempre con i propri limiti, con la propria solitudine. Invidio il lavoro dei cosceneggiatori. Ma per il mio tipo di storie ci vuole una compenetrazione enorme, difficile da trovare. Quindi continuo a indagare su me stesso. È una condizione fondamentale per la scrittura Nel codice genetico di ciascuno di noi c’è il meglio e il peggio dell’uomo. Se cerchi dentro di te trovi ogni cosa: se scrivi di un personaggio che è uno psicopatico se indaghi, dentro di te, troverai lo psicopatico. Certo è doloroso e io mi accorgo se una sceneggiatura funziona se mi succede di piangere almeno una volta mentre la scrivo. E allora per egoismo mi piacerebbe andare a cercare dentro qualcun altro… ”
Fa una pausa. I giornalisti danno per conclusa la risposta, ma l’analisi continua: “Sarei felice di trovare qualcuno con cui scrivere. Una volta trovato farei attenzione, però, a non perdere il mio punto di vista sulla storia e la mia morale. Sono le due cose che fanno un autore.”
Una giornalista dice che una delle caratteristiche delle sue sceneggiature, difficile da trovare in altri, è la commistione dei generi. E Pedro sorride come quando si sente capito. “È perché io sono così, mi interessa tutto: è il mio modo di vedere la vita e di viverla. Un insieme di paradossi, di contraddizioni. Ma la commistione è insita in ogni giorno: da quando ti alzi fino al momento di andare a dormire passi per tanti generi diversi.”

Che tutto gli piaccia, che tutto lo interessi è indubbio. È come se le domande dei giornalisti fossero un’esca, un pretesto per andare a frugare nell’immenso serbatoio dei suoi interessi. Parla con lo stesso entusiasmo del Barca che ieri sera ha vinto la Champions League. Si illumina in volto. Poi si rabbuia “Ieri sera tutta la Spagna esultava, non solo la Catalogna non è vero come dice Aznar che le leggi di Zapatero stanno balcanizzando la Spagna.
Pedro ha sempre odiato Aznar ed il suo partito, forse è l’unico tema su cui l’ho visto perdere il controllo, il distacco ironico, la tenerezza sorniona. Aznar e la Chiesa cattolica con i suoi vescovi che salgono sui pulpiti a fare propaganda. “Istigano i fedeli a scendere in strada contro ogni nuova legge.” Ha uno sguardo feroce. “Non accettano che la Spagna sia un paese laico aconfessionale dove vivono gay, arabi, ebrei”

Mi fermo a parlare con il giornalista di un mensile cattolico, che è arrossito alle ultime parole. Mi dice “ Dopo aver visto un suo film mi vergogno sempre un po’ ad essere uomo”
Siamo rimasti solo io e lui sulla terrazza. Attorno si sono spente le luci, i riflettori e gli schermi delle televisioni. I camerieri sono scomparsi con i loro vassoi e l’ apribottiglie. Il viola è meno viola, il nero è meno intenso. Si illumineranno domani per un nuovo film, per nuovi attori.
Sento le voci degli altri dietro il vetro in procinto di scendere le scale. Mi affretto a seguirli per non perdermi nei meandri del palazzo. All’ingresso la folla si accalca. C’è un giro di saluti e ognuno prende la strada del suo albergo. Io rimango con Pedro e il suo fidanzato. A quanto pare andiamo nella stessa direzione. Il fidanzato mi chiede se voglio inciampare anche qui. Sorride affettuoso. Io non riesco a dire neanche una parola. Mi è sceso dentro uno strano silenzio. Forse la malinconia del saluto imminente. La tristezza di lasciare questa nicchia di quiete all’ombra di uno strano maestro.

Almodovar ed il suo fidanzato camminano affiancati sul marciapiede davanti a me sullo sfondo del cielo dove si approssima il tramonto, tra le grida dei gabbiani e le luci delle vetrine fastose. Pedro è basso e tarchiato, un grosso orso con il giacchino e i pantaloni larghi sul corpo, ancora più sgraziato accanto al suo fidanzato alto e slanciato. Si guarda attorno ma da qui i suoi occhi vivi e malinconici, due tizzoni ardenti che irradiano la loro luce curiosa sul mondo, non si vedono. L’ho sentito dire una volta che la cosa che più gli dispiace è non poter più fare una passeggiata per strada come un uomo qualunque. Ma adesso sembra contento. I francesi, si sa, non badano tanto a questi divi a zonzo. C’è poca gente sul marciapiedi e quei pochi tirano dritto. Pedro divertito si ferma a guardare le vetrine, si volta, scambia battute.
Incrociamo due ragazze in monoppatino: distribuiscono ai passanti depliant sui film e le sale. Lui allunga il braccio verso di loro per prendere l’opuscolo. Una delle due lo riconosce, spalanca la bocca, agita le braccia e perde per un istante l’equilibrio. Poi stordita, ridendo, si accinge a riprendere la sua corsa. Lui sorride dispiaciuto.
Si riprende ad andare, ma io dico che torno indietro. Ho dimenticato una cosa. Bacio Pedro. Non gli dico che domani non ci sarò. Non mi piacciono i saluti Lui sorride, mi stringe. Ci vediamo domani dice. Si allontanano ed io in mezzo alla strada resto a guardarli a lungo, in silenzio. Malinconica fuori della nicchia. E solo adesso noto che l’orso e lo slanciato avanzano tra le vetrine fastose e le strida dei gabbiani con lo stesso passo malinconico e leggero, curioso e svagato. Come se le loro gambe, di lunghezza così diversa, dopo tanti anni si fossero abituate e non costasse loro più nessuno sforzo. Una delle contraddizioni di Pedro, penso o della vita chissà. E questa delle contraddizioni mi appare stasera, nel tramonto francese, un’arte divina, la più preziosa, la più consolatoria delle finzioni.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'