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Il bambino ha cento lingue (e poi cento cento cento)

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Ha sette anni Sartie, e fa quello che ogni bambino della sua età dovrebbe fare: gioca. Tiene stretta a sé una bambola, perchè questo rappresenta per lui quel pezzo di...

Ha sette anni Sartie, e fa quello che ogni bambino della sua età dovrebbe fare: gioca. Tiene stretta a sé una bambola, perchè questo rappresenta per lui quel pezzo di paglia avvolto da uno straccio. In piedi lì accanto, Brima, 17 anni. Potrebbe essere il fratello, o il cugino; il volto non si vede, è coperto dalle mani. È troppo grande ormai, e nessun gioco può più distoglierlo dal suo dolore. Immortalati per sempre in questa posa. Così la didascalia accanto alla foto: “Brima e Sartie soffrono di gravi traumi psicologici dopo esser stati testimoni dell’assassinio brutale della loro famiglia e della distruzione del loro villaggio. Ospedale statale di Bo, Sierra Leone, 1995”. Stessa parete, solo un po’ più in là, si sta svolgendo il funerale di Maria José Cardoso. C’è una piccola folla attorno alla bara scoperta, quasi tutte le donne hanno bambini piccoli in braccio. Maria era una giovane infermiera, vittima dell’Aids. Come tante sue colleghe. “Beira, Mozambico, 2002”. E poi tanti altri volti, tanti grandi occhi neri che spiccano su visetti minuscoli. Ti guardano quei bambini, dalle jermal – piattaforme per la pesca indonesiane – su cui vengono sfruttati o dai riformatori del Tagikistan dove vengono condannati per traffico o consumo di droga.
“Born somewhere”, ossia “nati da qualche parte”; questo il titolo della mostra fotografica di Francesco Zizola – vincitore del World Press Photo nel ’95, ’96, ’97, ’98 e poi ancora nel 2002 e 2005 – esposta fino al 24 settembre al Museo di Roma in Trastevere. Fa la sua comparsa fra le altre anche la foto con cui il fotoreporter – collaboratore fino allo scorso anno dell’agenzia Magnum fondata da Henri Cartier-Bresson – ha vinto il primo premio nel 1996. Angola: una bambina con il vestito da festa a brandelli e la sua bambola bianca, a cui ha fatto le treccine proprio come le sue, e accanto un ragazzo con le stampelle, privo di una gamba. In 90 fotografie in bianco e nero Zizola racconta nella mostra la vita in trenta paesi in cui ha lavorato per tredici anni. Ogni foto è un mondo a sé, che si scopre appena, ma che non lascia spazio alla fantasia. Lunghe soste sono dedicate al continente africano, ma proprio lì, dietro l’angolo si scorge l’Indonesia. E quindi la Cina e l’Uzbekistan. Ma anche l’Afghanistan e l’Iraq. Ognuno di questi paesi mostra le proprie ferite, quelle più profonde. Perché al centro della scena non ci sono guerriglieri armati, ma bambini. Bambini. Quelli che viene da dire: ma loro cosa c’entrano in tutto ciò? La domanda è lecita, ma è probabile che i piccoli protagonisti non se la siano mai posta. Per farlo avrebbero dovuto conoscere altre realtà, metterle a confronto. Compito arduo se tutto quello che hai conosciuto nella vita sono i morsi della fame e il primo cadavere l’hai visto a due anni, sul ciglio della strada. “Girando con la mia professione di fotoreporter – racconta Zizola – mi avevano colpito le condizioni dei bambini che incontravo come soggetti più esposti a tutti gli stravolgimenti di quegli anni. Recandomi nell’Europa dell’Est, a Mosca, in Albania, sentivo come raccontassero con le loro vite più dei protagonisti stessi di quelle rivoluzioni che andavo a registrare.”. Da queste riflessioni nasce l’idea di documentare anche quello che restava nel cono d’ombra dell’informazione: “quando tornavo da queste esperienze – prosegue – quello che si sedimentava nella mia coscienza erano più le foto non fatte che quelle fatte. C’erano immagini molto più forti, molto più adatte a raccontare quella realtà, che non realizzavo perché ero lì per riportare solo le evidenze di alcuni fatti internazionali”. E anche quando sono proprio i più piccoli tra “le evidenze di alcuni fatti internazionali” è difficile comprendere sino in fondo l’orrore che circonda questi avvenimenti. Perché le 37 giovani vittime di Cana, nel Libano meridionale, sepolte sotto le macerie di un palazzo sotto l’assedio israeliano, o i 9 bambini saltati in aria pochi giorni fa a Baghdad giocando in un campetto disseminato di bombe non possono e non devono essere ricordati come fredde cifre. Il lavoro di un fotoreporter restituisce loro un po’ di giustizia, anche se questo termine è quanto mai fuori luogo in zone di guerra. Dà loro un volto, e quando possibile un nome e un cognome. Ed è questo che fa stringere il cuore: osservare un bambino che corre con la cartella a tracolla verso la sua scuola, che sembra debba crollare da un momento all’altro e ha più buchi che finestre. E ti chiedi se lui, proprio quel bimbo con le gambette storte e le treccine al vento riuscirà a crescere, o se la sua mamma sarà ancora a casa al suo ritorno. Rifletti sul coraggio o sull’incoscienza che ci vuole per andare tutti i giorni a scuola in un paese come l’Angola.
Ma Zizola è andato oltre a tutto ciò, oltre l’evidenza. Perché se il tema è la sofferenza dei più piccoli, allora non c’è bisogno di rivolgere lo sguardo tanto lontano. Lontano rispetto a ciò che viene considerata la culla della ricchezza. L’opulento Occidente. Los Angeles, California. Ashland Matthews, quattro anni, dopo una dura giornata di casting. Buttata sulla trapunta del suo letto, circondata da cuscini e pelouches del “Re Leone”, lascia penzolare senza interesse una barbie che tiene per i capelli. A giudicare dall’espressione sembra prossima al pianto, ma è più probabile che rimanga così, esausta, con un pianto senza lacrime. Nella foto accanto, la mamma di Karen, due anni e mezzo, sta fissando un enorme fiocco fra i capelli della sua bambina, mentre lei si stringe nella piccola pelliccia. È solo l’ultimo atto della lunga preparazione per il concorso di bellezza. Certo disorienta per un attimo il brusco passaggio dalle favelas della parete di fronte, ma il motivo dell’accostamento è chiarissimo. La prigionia di Ashland o di Karen non è poi tanto diversa da quella dei ragazzi brasiliani che fanno vita di strada. In entrambi i casi non hanno avuto possibilità di scelta. Non hanno potuto vivere la propria infanzia.
I versi di una poesia di Loris Malaguzzi fanno da cornice alle ultime fotografie: “il bambino è fatto di cento. Il bambino ha cento lingue cento mani cento pensieri cento modi di pensare di giocare e di parlare […]. Il bambino ha cento lingue (e poi cento cento cento) ma gliene rubano novantanove”.

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