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Una barca di nome Rosa

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La barca si chiama Gül. Gül che in arabo, così come in turco vuol dire rosa. Lui parla appena un po’ di italiano. Per sei mesi ha fatto il muratore...

La barca si chiama Gül. Gül che in arabo, così come in turco vuol dire rosa. Lui parla appena un po’ di italiano. Per sei mesi ha fatto il muratore vicino Palermo, poi si è sposato e per tutta un’estate ha fatto il cameriere in un ristorante dell’isola di Vulcano. Ha la pelle rovinata dal sole e si chiama Jacob. Saliamo sul piccolo gozzo e ci sdraiamo sotto il tendalino. Il mare della spiaggia di Olüdeniz è azzurro come quello delle cartoline che dicono: “Olüdeniz la spiaggia più bella della Turchia”. Ma in superficie il mare è sporco. Le tante barche turistiche scaricano in mare proprio quando attraccano alla spiaggia.
Gül è un gozzetto in legno di colore blu, ce ne sono pochi così che fanno lo stesso giro delle grandi navi turistiche e Jacob ha voluto solo settanta lire per portarci dalla baia all’isola di San Nicola.
Di Jacob diresti subito che è un pescatore, quella malinconia che gli pesa sugli occhi lo rende a vista una persona affidabile. Con lui a poppa c’è sua moglie Gül. Jacob la barca l’ha chiamata come sua moglie. Lei sorride sempre e parla un poco di inglese. È nata a Istanbul e guarda Jakob come se non ci fosse nessun altro sulla barca.
Loro a poppa noi a prua a guardare le coste vicino Fetiye. Il lungo altipiano a sud di Denzili arrivato al mare cade a picco. Le strade per scendere al mare sono senza guardrail e sporgono su duecento metri di pendio. Ci sono persone cui prendono attacchi di vertigini scendendo.
Siamo arrivati a San Nicola verso le dieci ora locale e il sole mordeva. Con la sovrattassa di venti lire (più o meno dieci euro) abbiamo mangiato in sette sul piccolo gozzo. Una delle barche turistiche ci ha passato il pranzo, pesce con riso al cumino. Prima di conoscere Jacob ci si era attaccato un marinaio delle grandi barche che fanno il tour della costa e ci aveva estorto il pranzo, poi quando ha capito che volevamo una piccola barca per vedere solo alcuni posti ci ha affidati a Jacob, ma il pranzo lo abbiamo alla fine accettato. Abbiamo preso anche tre birre Efes, la birra locale che viene bevuta in tutta la Turchia.
L’isola di San Nicola è formata da grandi massi e dai tipici arbusti del Mediterraneo, in vetta ci sono alcune chiese del settimo secolo. In realtà sono alcuni muretti in pietra, qualcuno lascia intravedere una volta, ma niente di più. C’è anche il rimasuglio di un paio di affreschi.
Però scantonata la collina c’è una vista magnifica. Un mare blu cobalto e nessuna barca turistica.
Mentre scendiamo Fabio mi fa: – Te lo immagini che qui c’era gente che scriveva e lavorava, che faceva una vita di clausura osannando il nome di Cristo? Immaginati la loro vita… che roba eh?
Fino all’arrivo in barca non sono riuscito a immaginarmi niente di simile. Così gli ho risposto: – Oggi non va. Non riesco proprio a vederli dei monaci del settimo secolo sotto quegli uliveti e tra i viottoli in pietra.
Fabio mi guarda e risponde: – Già, che roba eh!
Dopo il giro delle altre località abbiamo messo la prua verso la baia di Olüdeniz. Era un bel momento, il sole al tramonto e Jacob con Gül a ridere in fondo alla barca mentre tenevano insieme il timone.
Fabio mi ha passato le olive e ci siamo messi a prua a darci dentro con quel pacchetto di olive condite. Poi Fabio mi ha detto: – Stasera gioca il Galataseray.
– Guardali, pare non fregargliene niente a loro due. – Gli ho risposto io guardando i due a poppa.
E lui mi ha risposto: – Già, che roba eh.

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