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Jeff Rush: la scena nuda sullo schermo

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Periodicamente nella sede Rai di viale Mazzini si tengono corsi di sceneggiatura. Mi chiamano a tradurne qualcuno, ogni tanto, a volte solo una giornata, quando i loro interpreti sono occupati

Periodicamente nella sede Rai di viale Mazzini si tengono corsi di sceneggiatura. Mi chiamano a tradurne qualcuno, ogni tanto, a volte solo una giornata, quando i loro interpreti sono occupati altrove. I temi variano: l’ultima volta era un corso di sceneggiatura di soap opera ed era tenuto da una donna inglese. Un’altra volta ho tradotto una giornata bellissima dedicata all’analisi della prima scena del Padrino. Questa settimana, mi dicono, si tratta di un corso per principianti tenuto da Jeff Rush.

Jeff Rush ci aspetta in una stanzetta al secondo piano. Ci ha convocato mezz’ora prima dell’inizio del corso. “Non è facile da tradurre” mi avverte la collega mentre saliamo in ascensore. “ Vedrai… rantola.” Jeff Rush è intento ad armeggiare tra vari computer, l’espressione perplessa e i capelli molto arruffati. Ieri ci sono stati dei problemi, mi dicono: gli studenti non riuscivano a seguire il materiale che lui mostrava in power point. Anche con la traduzione è difficile esercitarsi con testi in inglese che si succedono rapidamente sullo schermo.
Deve essere la prima volta che J R tiene un corso in Italia. “Che fare, che fare?” Borbotta a voce bassa. “Ma gli altri come hanno fatto prima di me?”
Alla fine troviamo una soluzione: userà una scena che ha scritto ieri e su quella lavoreremo tutto il pomeriggio. L’importante è fotocopiarla in modo che i ragazzi possano avere il testo sotto mano e scriverci sopra i loro appunti.
Jeff Rush non ha nulla del glamour dello sceneggiatore di Hollywood men che meno adesso che ci fissa con i suoi occhietti ciechi dietro le lenti da miope in preda ad un avvilimento che cerca di nascondere ma che trapela da ogni gesto. Cammina su e giù per la stanzetta Rai, con il suo maglione beige a girocollo e i pantaloni larghi e cadenti in attesa che una delle ragazze finisca di fare le fotocopie. Ha l’aspetto di un ingegnere. Un tipo quadrato, tutto regole, a cui all’improvviso la sorte abbia sfilato il tappeto da sotto i piedi. Le regole sono saltate, e lui non si raccapezza. Un ingegnere che la mattina, immerso nei suoi calcoli, non ha molto tempo di badare a cosa mette indosso.
Io e la mia collega leggiamo la famosa scena su cui lavoreremo oggi pomeriggio. Sento addosso gli occhietti miopi dell’ingegnere. Vuole sapere se è tutto chiaro. Ok diciamo noi. “Bella porcheria” vorrei aggiungere io, ma non mi sembra il caso di addolorarlo oltre.
La scena sono poche righe di sceneggiatura. Più o meno una cosa del genere:

Esterno Via Veneto Giorno Due ragazze americane, Jen e Suzy, passeggiano guardandosi attorno. Passano davanti alla vetrina di un negozio. Dove un ragazzo sta vestendo un manichino, con qualche difficoltà. Il ragazzo è di spalle. Le ragazze si fermano e fissano la vetrina. Qualcosa le ha colpite.
– Bel culo – dice una delle due. Batte sul vetro, ma il ragazzo non le sente.
Jen afferra Suzy per un braccio e la trascina dentro al negozio.
Le ragazze entrano e procedono in direzione del commesso che continua a lavorare al manichino e non si accorge di loro.
Jen lo saluta – Ciao bella!
Il ragazzo si volta, le vede e arrossisce.

In fondo alla pagina ci sono frasi del personaggio 1 e frasi del personaggio 2. “È una cosa a parte” ci spiega Jeff premuroso “Un esercizio per lavorare sui pensieri dei personaggi. Sono tratte da Fightclub… Per il resto è tutto chiaro?” Chiede.
L’unica cosa chiara è che sarà un pomeriggio d’inferno, penso. Nonostante la nostra approvazione l’ansia di Jeff non si placa e lui continua a passeggiare su e giù. Quanto al rantolo di cui parlava la collega si tratta di un risucchio. Una scansione sonora che a intermittenza smorza le sue frasi. Pare che abbia avuto un infarto mi sussurra qualcuno all’orecchio.

Giù in aula ci sono tanti ragazzi, alcuni vestiti da artisti altri no, tutti contenti ed emozionati. Desiderosi di dare il meglio, di farsi apprezzare dal gringo e anche intimiditi, preoccupati magari di non farcela, pochi parlano inglese, hanno preso quasi tutti la cuffia. Jeff ora sembra più rilassato, ed il suo camminare su e giù davanti alla cattedra ricorda la passeggiata di un elfo, l’incedere di una creatura dei boschi che si guarda attorno curiosa.
Cerca di ricapitolare le cose dette ieri e la sequenza dei temi che tratterà nei prossimi giorni, ma spesso saltella da un argomento all’altro, acciuffa un concetto, ridacchia, lo dimentica, fissa i ragazzi pregustandosi la gioia dello scambio, del gioco che li aspetta. Ragazzo anche lui. Simpatico, quasi non lo riconosco.
Espone qualche nozione teorica ma si vede che ciò che gli preme è arrivare quanto prima all’esercitazione.
Preannuncia che l’esercizio del pomeriggio servirà a lavorare sulla visualizzazione “per imparare a vedere le scene” dice “Bisogna che il film mentre lo scriviamo ci stia scorrendo in testa”.
“C’è stato un periodo” continua “in cui molti romanzieri sono andati ad Hollywood…Hollywood li ha ingaggiati. Spesso però un buon romanziere non è un buon sceneggiatore. Perché i romanzieri tendono a vedere il mondo from the inside out. La percezione è tutta all’interno.
Mentre scriviamo dobbiamo pensare ai personaggi in questa sequenza: guardano, si muovono, parlano. Look, move, speak. In genere è questo che fanno le persone quando si trovano davanti ad un evento. Quindi non cerchiamo di far parlare, subito, il nostro personaggio. Il dialogo è l’ultima cosa che scriviamo di una scena.
Ricordiamoci che i personaggi sono le azioni che compiono. Character is action. E che le reazioni sono importanti tanto quanto le azioni. Un personaggio reagisce a quanto avviene e la sua reazione lo definisce.
Disegna su un foglio delle righe per simulare una pagina di sceneggiatura: basta un’occhiata per sentire il ritmo del testo: le parti brevi sono i dialoghi, le parti più estese, che occupano più spazio sulla pagina, sono lo staging la messa in scena. Basta guardare una pagina di una sceneggiatura per rendersi conto del ritmo della scena.
Jeff parla veloce. Sa che sta dicendo cose note. “Tutto chiaro?” chiede. “Bene allora passiamo all’esercizio”
È contentissimo adesso. Saltella qua e là. E il suo risucchio sembra il singhiozzo di un bambino che ha mangiato troppo in fretta.
Legge il testo dell’esercizio, noi lo traduciamo e lui commenta: “ecco il risultato di cinque giorni di duro lavoro, lavoro serrato di sceneggiatura…” e ride beato. Si prende in giro. Insomma Jeff sa che il testo è una porcheria, ma sa anche, sembra, che ne verrà fuori qualcosa di buono. Un ottimo esercizio per lavorare sul cambiamento del punto di vista.
Ed infatti il pomeriggio corre via veloce, con mille variazioni sul tema.
Il primo esercizio consiste nel modificare la scena, con ritocchi e aggiunte, in modo che sia il ragazzo a muovere l’azione (agency la chiama jeff). Nella versione iniziale il commesso ha un ruolo passivo. Subisce la scena. Primo compito per i ragazzi: fare del commesso il protagonista.
I ragazzi si mettono a lavorare di lena. Jeff li guarda, poi si avvicina alla cabina di traduzione e ci chiede se secondo noi così può funzionare. “Mi sembra che vada” dice raggiante, la testa sempre più arruffata.
Sorride sollevato, noi sorridiamo.
I ragazzi hanno finito il compito. Lui chiede se ci sono volontari. All’inizio nessuno osa farsi avanti. Se ne stanno con gli occhi bassi. Cincischiano con i fogli desiderosi di dire la loro, di sapere magari il maestro cosa ne pensa. Qualcuno si avventura. Una ragazza descrive una scena dove il commesso allestisce un manichino donna e le accarezza i fianchi, in una specie di amplesso, mentre le americane lo guardano da dietro il vetro. Jeff è visibilmente perplesso ma cerca di nasconderlo. La ragazza legge con molto impegno la sua versione. Jeff ascolta in cuffia, abbassa gli occhi, gli dispiace da matti dover dire che non va, si capisce, e allora sorride, impastrocchia qualcosa, infila in successione tre o quattro risucchi, poi dice “ascoltiamo un’altra soluzione”. Soluzioni buone non ce ne sono. Ma lui trova sempre qualcosa da dire, adesso sembra quasi preoccupato per loro, i suoi studenti, e vuole rassicurarli.
Gli altri esercizi consistono nel descrivere un momento di intimità del ragazzo: una ragione segreta che lo renda incerto se rispondere o no alle avances delle ragazze; trovare un ostacolo esterno (Jeff ne approfitta per anticipare qualcosa sulla differenza tra ostacolo interno ed esterno); separare le due ragazze, differenziandone il comportamento; spostare alternativamente la scena dentro e fuori il negozio: trovare uno sviluppo dell’azione che giustifichi lo spostamento della macchina da presa dalla strada al negozio e viceversa (è questo il concetto di ritmo, ma lo spostamento dell’inquadratura deve essere sempre perfettamente giustificato)
I ragazzi cominciano a sciogliersi e le soluzioni adesso sono molto più interessanti.
Un ragazzo si prende un Bravo entusiasta e uno sguardo di sollievo dal nostro Jeff. Che non riesce a trattenersi ed agita le braccia e annuisce vigorosamente ascoltando in cuffia la sua versione sull’ostacolo esterno: il ragazzo sta allestendo il manichino, vede le ragazze dietro la vetrina, sorride, le saluta, loro gli fanno cenno di seguirlo, lui guarda esitante verso l’interno del negozio dove, grazie al movimento della macchina da presa, vediamo una ragazza alla cassa che lo guarda amorevole. Ora un cliente si avvicina alla cassa ed il nostro eroe ne approfitta per seguire l’invito delle americane, dalla soglia grida rivolto all’interno del negozio: amore vado a comprare le sigarette…
È il momento del primo break. Caffè e pasticcini. Molti studenti sono dispiaciuti di interrompere e continuano a discutere, appassionati, infervorati, con la bocca piena.
Si riprende con un altro esercizio. Ieri, mi dicono, hanno usato alcune scene di Crash. Oggi invece si lavora su una scena di Il laureato. Un Dustin Hoffman incredibilmente giovane e una Bancroft incredibilmente avvenente. È la scena in cui i due si danno appuntamento per la prima volta in una stanza d’albergo e non si sa se andranno a letto. “Guardate questa scena” dice Jeff “e intanto cercate di immaginare i pensieri che si succedono nella testa di entrambi. E notate in quali punti della scena i loro pensieri cambiano.” Prima di mandare lo spezzone Jeff chiarisce il suo concetto di ostacolo interno. Si fa molto serio. E spiega: “Ogni personaggio, ognuno di noi, è in pace con se stesso quando pensa di avere ogni cosa sotto controllo. Di sapere cosa vuole e di vivere secondo principi e valori chiari. Quando si verifica qualcosa per cui siamo combattuti all’interno e vorremmo agire diversamente o in contrasto con i nostri principi allora siamo di fronte ad un ostacolo interno…”
Jeff guarda i ragazzi, si passa una mano tra i capelli arruffati, spera che abbiano capito. Non è un teorico, non gli piacciono questi intermezzi tra un esercizio e l’altro.
I ragazzi annuiscono. Il filmato può partire. Dustin Hoffman da solo nella stanza d’albergo. Aspetta l’arrivo di lei, si lava i denti. Guarda dalla finestra. Lei arriva. Si spoglia. Lui le chiede se preferisce stampelle di ferro o di legno per appendere gli abiti.
All’improvviso Dustin Hoffman comincia a battere la testa contro la parete e dice che non ce la fa (“è questo un momento importante” dirà Jeff “fin qui la scena è di lui ora passa a lei”). Lei gli chiede se è la “prima volta”. E aggiunge: Posso aiutarti io se hai paura di essere inadeguato. Inadeguato io? dice lui e va a spegnere la luce.

Fine dello spezzone. Molto breve eppure dentro si respira aria di grande cinema anche se non sai dire perché. Jeff chiede ai ragazzi di elencare in successione i pensieri di Dustin Hoffman (prima pensa di voler andare a letto con lei, poi ci ripensa, poi ci ripensa ancora) e di indicare i gesti che segnano il passaggio da un pensiero all’altro. Qual è il suo ostacolo interno? chiede (lui vuole andare a letto con una donna che è un’amica dei suoi genitori, il cui marito è socio di suo padre e questo infrange tutte le sue regole borghesi, dirà Jeff)
Mentre i ragazzi riordinano le loro idee lui ci si avvicina, sorride , esita, dice che ha una domanda da farci. E ci chiede se conosciamo una tintoria in zona. Domani porterà una piantina di Roma, ci dice contento, e noi potremmo indicargli la strada della tintoria. Poi scuote la testa e si guarda i pantaloni perplesso come a dire guardate come vado vestito…
I ragazzi farfugliano qualcosa. Jeff incalza, li sprona, li esorta a individuare gli spostamenti, le oscillazioni del pensiero dei due. Poi si mette lui a vivisezionare le scene: le divide in frammenti, in gesti, le scorpora, le ricompone . E i ragazzi lo seguono ammirati, ammaliati. Faticano a stargli dietro. I rantoli di Jeff non si sentono quasi più in cuffia: sono tutt’uno con il suo flusso di parole. E lui non è più un ingegnere edile, è un leone in abiti dimessi, bisognosi di tintoria, che artiglia la sua preda, il suo spezzone di film, finché ogni scena giace nuda sullo schermo senza nascondere più alcun segreto.
Rimangono ancora quelle frasi in fondo al foglio tratte da Fight Club. Ma è tardi ormai, tempo scaduto. Jeff sorride, i ragazzi ripongono gli appunti, straniati, inebetiti dal ritorno al mondo di sempre. “Continuiamo domani” dice Jeff.
E per noi che traduciamo ci sono i compiti a casa. Nelle prossime lezioni si analizzeranno episodi di The sopranos, una serie televisiva che da tempo furoreggia negli Stati Uniti (qualche serie si è vista anche da noi.) È la storia di una famiglia italoamericana mafiosa del New jersey. Tony è il capofamiglia (e va anche dalla psichiatra). Vedo gli episodi di notte. La lingua è difficile, molto slang, devo vederli due o tre volte prima di capire. Sono ben fatti: ben scritti, ben recitati , devo ammetterlo anche se fa uno strano effetto, un po’ malinconico, stare lì di notte a guardare un’immagine di Italia vista dall’America che servirà ai nostri sceneggiatori di domani a raccontare l’Italia di qui.

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