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Cenere a Fregene

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Partecipare a una presentazione di Cenere, è sempre uno stress. C’è l’imbarazzo del dover parlare in pubblico, la paura che vengano fuori domande “troooppo difficili”, la preoccupazione di trovarmi davanti a una sala vuota

Partecipare a una presentazione di Cenere, è sempre uno stress. C’è l’imbarazzo del dover parlare in pubblico, la paura che vengano fuori domande “troooppo difficili”, la preoccupazione di trovarmi davanti a una sala vuota, il terrore di un vuoto di memoria per cui nulla, ma proprio nulla di quello che ho scritto mi torna alla mente, e allora balbetto, inciampo, incespico non ricordando neppure se il romanzo tratti di garibaldini, americani in guerra di secessione, cuori infranti o disastri interplanetari. E – perdipiù – ingenerando in chi è venuto ad ascoltare, il dubbio che il romanzo non l’abbia scritto io, nossignore, e che dunque questa donna seduta tra i relatori – l’autrice – è un’impostora, anzi, meglio, una ladra, una che si è appropriata di un manoscritto trovato – chissà – in fondo a un qualche cassetto e adesso lo spaccia per suo. E allora tentenno, quasi quasi non vado, un malore può sempre bloccarmi: un mal di pancia, un incidente – minimo! – che impedisca all’autrice di presenziare pur non esonerando i relatori dall’espletare il loro dovere. Tentenno, glisso, guardo l’ora, e siccome è tardi comincio a prepararmi. E intanto cerco di dare un ordine ai pensieri, alle probabili domande, i probabili intrighi e trabocchetti che potrebbero indurmi in errore.
La manifestazione si svolge nel giardino della biblioteca Pallotta di Fregene, e tutte le sedie destinate al pubblico sono già occupate; Damiano Abeni e Teresa Nocita – i relatori – sono già qui, l’ultima ad arrivare (per colpa di un traffico maledetto, giuro!) sono solo io.
Introduce Silvana Consalvo, volontaria della biblioteca, grazie alla quale ho conosciuto il gruppo che gravita intorno a Marina Pallotta e che sta promuovendo il libro con un entusiasmo di cui non posso non essere grata. Quindi prende la parola Teresa, filologa, che comincia a parlare dei libri nel libro: “La strega e il capitano” di Sciascia, naturalmente, “La chimera” di Vassalli, il “Malleus maleficarum”, i testi eretici. Poi si immerge (con una sicurezza e una perizia che mi sembrano straordinarie in una giovane qual è lei), in quell’atmosfera calma, vischiosa e accattivante che la parola “strega” crea non appena viene pronunciata, e che suscita un interesse quasi ipnotico in chi ne ascolta la storia.
Adesso è la volta di Damiano.
Ho conosciuto Damiano Abeni a giugno, durante una lettura di poesie di Mark Strand: il poeta leggeva in inglese e Damiano traduceva in italiano. Per diversi giorni, pensando a loro due, mi è capitato di assemblarli in un’unica persona che la mia mente si ostinava a chiamare “Marco Abeni”. E a Marco Abeni ho pensato leggendo le poesie di Strand (avevo comprato il libro), ricordando la voce sommessa del poeta e quella più vibrante del suo traduttore. Al quale, quel sabato di giugno, avevo chiesto come fosse possibile mantenere in una traduzione la stessa “musica” del testo originale. Mi risponde adesso: bisogna leggere, e leggere, e leggere il testo che si deve tradurre, assorbirlo nei suoni, nella scansione sillabica, coglierlo nelle sue consonanti, nella ripetizione di lettere che abbiano la stessa consistenza, la stessa pasta, la stessa fluidità o asprezza. E solo dopo trovare le parole – italiane nel caso in specie – che restituiscano, oltre alla sonorità, anche il significato dei versi.
Damiano parla di Cenere come di un libro destinato a durare. Lo sfoglia, cerca alcuni passi che esprimano il senso di quello che va dicendo. Dice che gli uomini ci fanno una pessima figura (anche le donne, aggiungo io), ma che sono comunque autentici, colti nel loro modo di essere che non è quello di uomini del Seicento, ma di persone che abitano ogni epoca storica.
Quindi Giorgio, uno dei signori della biblioteca, legge alcuni brani del romanzo. Li legge benissimo, in un silenzio così attento che mi emoziona.
E adesso – ebbene sì – tocca a me. Ma non ho il tempo di pensare al vuoto, al buio, alla dimenticanza, l’impostura, il fatto che potrei passare per ladra. La domanda – rivoltami da Gianna – è precisa: “Perché l’hai fatta così brutta?”.
E mentre dal pubblico si ride, comincio. Le parole vengono fuori con la naturalezza di chi sta parlando di se stesso. Non ho preparato discorsi, non ho mandato giù a memoria scalette, non ho frasi precostituite, battute ad effetto. Parlo di Stèfana come di un pezzo di me. Racconto del modo in cui l’ho creata, di come l’ho fatta “repellente” (nell’anima e nel corpo) per poterla mandare al rogo “senza sensi di colpa” soddisfacendo solo il bisogno di vendicare Caterina. Dico che è così brutta perché è vista con gli occhi degli altri, di quelli che la odiano. Solo dopo, quando entro dentro di lei e comincio a mostrare i suoi pensieri, la contessa cambia: “E infatti, alla fine – continua Gianna – ci sembra quasi bella. O no?”. Sì, certo che sì. Quando Stèfana, nel suo abito celeste, punta il dito contro ognuno dei suoi accusatori, e gira, lentamente, implacabilmente, a svelare le colpe di ognuno, è straordinaria. Straordinariamente bella. E’ cambiata la nostra percezione di lei. Non la guardiamo più con odio. Siamo con lei, partecipi del suo destino, speriamo che accada il miracolo, che Corselli trovi il rimedio; che arrivi, chissà, il marito…
“Perché questo linguaggio così “alto”? – chiedono dal pubblico – Se dovessi raccontare una storia d’amore, come la racconteresti?”.
“Il linguaggio così “alto” mi è stato suggerito dalla lettura di Sciascia – che riporta anche brani della cronaca del tempo (quel ritmo, quel modo inusuale di esprimersi, mi sono rimasti nell’orecchio). E poi, anche, dalla constatazione che, avendo creato un mondo ricchissimo, estremamente variegato, volevo che fosse ricco, variegato, sonoro, non banale il linguaggio. Ho usato tutte le possibilità che la lingua italiana mi ha consentito”.
Dopo, durante il rinfresco che è seguito alla presentazione, mi hanno rimproverato di non aver risposto alla domanda “Come scriveresti un romanzo d’amore”.
Come lo scriverei? Eh, questo bisogna proprio scoprirlo! Magari scorrendo le pagine della storia d’amore che un giorno si ritroveranno per le mani.

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