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Poco più di una lattina – Una esortazione a donare il sangue

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Derrida, il grande filosofo destrutturalista francese, diceva che quando si fa beneficenza bisogna nascondersi la mano a se stessi, affinché l’atto sia puro, naturale, totalmente disinteressato.

Derrida, il grande filosofo destrutturalista francese, diceva che quando si fa beneficenza bisogna nascondersi la mano a se stessi, affinché l’atto sia puro, naturale, totalmente disinteressato. Di conseguenza, quando si fa una donazione di sangue bisogna nascondersi la vena. E questa cosa viene abbastanza naturale, perché un donatore, generalmente, nega alla vista quel grosso ago che entra nel braccio. Nel periodo estivo c’è poco sangue: quindi le donazioni vanno fatte. Ma proprio perché deve essere un atto naturale, vacci come se fosse una esperienza nuova. Vacci solo per la curiosità di vedere il colore del tuo sangue. L’uomo è un animale strano: prova piacere a vedere il sangue, come la morte, rallenta quando c’è un incidente sull’autostrada, perché il suo desiderio di conoscere e scoprire non ha tabù. Vai in uno qualsiasi degli ospedali della tua città. Io vado a quello dove sono nato che sta sull’Isola Tiberina a Roma. Io sono un isolano e nell’ospedale c’è una fontana con le tartarughe marine. Entra dentro il reparto donazioni e fatti dare un questionario. Ricordati che devi essere da 10 ore digiuno. Se rispondi “sì” ad almeno una delle domande (ad esempio: assumi droghe? Hai avuto rapporti sessuali a rischio di recente?) non puoi donare il sangue. Il concetto è lo stesso di quello della richiesta del visto (l’agognata VISA) per entrare negli Stati Uniti d’America: lì ti chiedono se sei un terrorista o un mercante d’armi non per aspettarsi che tu gli dica di “sì”, ma se commetterai uno di quei reati sarai considerato un bugiardo, più ancora di un criminale. In America la bugia è la colpa più grave, così come per il sangue. Non mentire mai sul tuo sangue. Se il tuo peso è proporzionato alla tua altezza, e se sei in buona salute, hai passato il primo test e puoi accedere in una stanza per nuovi controlli. Qui una dottoressa ematologa ti fora un polpastrello per prendere una goccia del tuo sangue. Non ti impressionare, siamo solo all’inizio. Quella goccia viene messa in un apparecchio che calcola il numero dei tuoi globuli rossi e bianchi. Se il numero è soddisfacente, la dottoressa ti misura la pressione. A quel punto è fatta: ti chiedono un indirizzo per mandarti le analisi, ti fanno un regalino (solitamente un portachiavi a forma di siringa con il motto) ed entri nella sala trasfusioni. Questa stanza è un luogo asettico tipico: un non-luogo con delle poltrone molto comode in fila e qualche vecchio dalle vene dure che è lì per qualche analisi. Ti sdrai e una infermiera, generalmente avvenente come una vampira, ti lega al braccio un laccio emostatico: la vena si gonfia e lei, all’altezza del gomito ma dall’altra parte, ti conficca un ago bello grosso. Vedi un tubicino collegato all’ago colorarsi di rosso: quello è il colore del tuo sangue. Il tubicino va a riempire un sacchetto da 450 millimetri, poco più di una lattina di birra. Il tuo cuore pompa fuori il sangue regolarmente, comunque l’infermiere ti invita ad aprire e chiudere la mano e magari ti da anche un cuore di gomma piuma per aiutarti. La prima cosa che senti è il pizzicore dell’alcol, poi l’ago che penetra, poi un senso di leggerezza. Se incominci a sudare freddo e vedi macchie marroni sul soffitto, devi chiamare l’infermiera che ti toglie l’ago e scrive su un foglio: “leggero malessere”. Ma non si butta niente, anche se ti sei sentito male. Quando il sacchetto è pieno, ti incerottano il braccio e ti dicono di aspettare sempre sdraiato. I tuo 450 mm di sangue passano di mano in mano, li vedi entrare in un laboratorio. Lì dentro verrà centrifugato e diviso in due parti gialle che servirà per le trasfusioni. Il tuo sangue è giallo. Quando ti sei ripreso l’infermiera ti dà due fogli timbrati e firmati: uno è la giustificazione per non essere andato a lavoro, l’altro è il buono pasto che puoi spendere al bar dell’ospedale. Puoi prendere quello che vuoi, perché ti devi rimettere. Io generalmente prendo una fetta di carne di cavallo, perché, dicono, faccia sangue.

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