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Occasioni

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Capita. Di andare in giro per bancarelle e trovare un libro che appena lo apri ti restituisce la vita di cinquant’anni fa; la vita di un certo luogo, che poi, magari, è quello in cui sei nato – o i suoi dintorni – e di cui, quindi, conosci il cielo, il mare, l’aguzzo dell’unica montagna che si staglia all’orizzonte.

Capita. Di andare in giro per bancarelle e trovare un libro che appena lo apri ti restituisce la vita di cinquant’anni fa; la vita di un certo luogo, che poi, magari, è quello in cui sei nato – o i suoi dintorni – e di cui, quindi, conosci il cielo, il mare, l’aguzzo dell’unica montagna che si staglia all’orizzonte. E gli odori. Soprattutto gli odori, perché sono quelli che all’improvviso ti assalgono, lì, davanti al banco stracolmo di libri, mentre il tunisino che li vende – un signore brizzolato, paziente, che ti conosce e sa che comunque compri – ti guarda come a dire: “Ma che ci trovi in questo sfasciume?” (tale è infatti il libro: giallognolo, sgualcito, con la foderina strappata e il frontespizio in parte cancellato; buttato nell’angolo delle “occasioni” visto che costa appena un euro). E tu stai lì, col libro in mano, pensando che non t’importa nulla della copertina strappata o del frontespizio cancellato, anzi, neppure ci fai caso, tutto preso come sei da quell’odore da capogiro (di limoni, di zagare, di terra umida, di salmastro, di foglie che cominciano a marcire, di funghi) mentre il sole di luglio ti cuoce la testa, e il mercato intorno a te puzza di sottaceti, formaggi e meloni sfatti.
Sfogli le pagine e sei dentro un giardino, sono le quattro e mezza, il sole deve ancora spuntare, Ercole Patti cammina sulla terra umida, ha gli stivali coperti di brina, un fucile a tracolla che non userà. E’ novembre. Tra gli alberi fuggono conigli, cinguettano uccelli ai quali in altri tempi si sarebbe sparato e che invece adesso si lasciano svolazzare da un ramo a un tetto, dal mare alle sciare dell’Etna, dove ci sono castagni e noccioli e contadini che attendono alla vendemmia. E all’odore dei limoni – mano a mano che sfogli le pagine – si sostituisce quello del mosto. E poi quello della terra bagnata. C’è un temporale che riga i vetri della finestra mentre lo scrittore – è l’alba di un altro giorno – lavora ai testi che spedirà a Roma, e intanto pensa a una donna che quella notte non ha dormito e se ne va in giro – nella stessa alba – colma di una stanchezza che è soprattutto languore, odore di carne, di una sottoveste che sa di zagara. No, di zagara no, non profumano di zagara le signorine che vanno di notte in giro per i locali della Capitale, ma le ragazze che si stendono nei fienili, o nei palmenti, al buio, dentro l’odore del mosto, come fa la zia Cettina con Nino, in quel “bellissimo novembre” intriso di senso e desolazione, dove ci si incontra in case di campagna rette da contadine pronte a soddisfare ogni fame. E la pagina si colma dell’odore di maccheroni, di salsicce cotte sopra le tegole infuocate, della polvere da sparo che resta sulle mani a fare il maschio più maschio e la femmina più pronta a concederglisi.
E pagina chiama pagina, storia chiama storia: adesso l’odore che senti è quello del lisoformio sulle gambe della cugina tredicenne, che poi si farà baronessa e profumerà di cosmetici francesi in una storia lunga trent’anni in cui avrà il tempo di appassire e morire sotto lo sguardo impietoso del cugino, che l’ha usata per trarne, soltanto, il miele del piacere.
“In un angolo accanto a un ulivo secolare (…) c’è un giornale tutto gonfio di brina. In un grosso titolo si legge: ‘Lo Sputnik II ha compiuto più di cento volte il giro del mondo. La cagnetta Leika non dà più segni di vita”. E’ il novembre del 1956. Oggi, intorno alla Terra non girano più astronavi con dentro cagnette morte. Oggi si costruiscono stazioni orbitanti permanenti. Ma il sacrificio di Leika è servito alla scienza. E la parola “sacrificio” richiama immediatamente una scena crudelissima raccontata sempre da Patti: Enzo, il cugino, va a trovare un suo massaro, e lo coglie nel momento in cui questi sta allenando un furetto. Per insegnargli il mestiere, l’uomo ha catturato un cucciolo di coniglio, gli ha spezzato le zampe – fragili come grissini – e l’ha buttato, sussultante per il dolore, tra le fauci del furetto, che l’ha doverosamente azzannato per la nuca, senza ucciderlo però, perché il mestiere suo è questo: riportare al padrone le prede ancora vive.
Sfogli il libro, leggi che nella casa di Bellini, a Catania, c’è il disegno di una lira, una delle cinque corde è formata da un filo di capello del giovane compositore: “un capello chiaro, quasi evanescente”. Ercole Patti è insieme a Mario Soldati, che sa leggere la musica e guardando i quaderni di Bellini ne canticchia le arie.
Leggi ancora: “Le ragazze in villeggiatura uscivano la mattina sui terrazzini sotto il cielo limpido, nell’aria frizzante che arrivava dalle vigne sottostanti imperlate di brina, e andavano a mangiare con una forchetta d’argento i fichidindia ammonticchiati sulle tegole, che il freddo della notte aveva fatto diventare freddi e duri come gelati”.
Il tunisino ti guarda. Se gli parli dei fichidindia e dei giardini di limoni sicuramente ti capisce, perché anche lui, in qualche remota estate della sua infanzia, avrà mangiato fichidindia gelati, o avrà respirato l’odore delle zagare, prima di finire qui, in questo mercato in cui svolazzano sottane di nylon che nulla sanno delle sottane di Cettina, quelle che scivolano sopra ginocchia ben tornite e cosce bianche, e che accendono di desiderio un sedicenne che non avrà il tempo di sapere che cos’è l’amore.

Ercole Patti: Diario Siciliano – Un bellissimo Novembre – La cugina

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