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Il volo cinematografico del Quarto aereo

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“On the day we faced fear, we also found courage”. È in questo slogan promozionale che è racchiuso il senso di United 93, il primo film arrivato ad aprile...

“On the day we faced fear, we also found courage”. È in questo slogan promozionale che è racchiuso il senso di United 93, il primo film arrivato ad aprile nelle sale americane – e solo ora nelle nostre – che racconta quanto accaduto l’11 settembre di cinque anni fa. Il coraggio. Questo il punto di forza (per ciò che concerne la speranza di lauti incassi), ma anche la sua debolezza.
Il regista inglese Paul Greengrass è un nome già noto nell’ambiente del cinema per aver vinto l’Orso d’oro a Berlino nel 2002 con Bloody Sunday, rievocazione della marcia del ’72 per i diritti civili nell’Irlanda del Nord. Singolare la scelta di concentrarsi sul quarto aereo dirottato: non i primi due che hanno centrato le Twin Towers, non il terzo che è andato a schiantarsi contro il Pentagono. Ma il volo 93 – un Boeing 757 della United Airlines – in viaggio da Newark (New Jersey) a San Francisco (California). Probabilmente diretto verso la Casa Bianca, se non fosse precipitato al suolo in una zona disabitata della Pennsylvania, con la conseguente morte del personale di bordo, dei quattro dirottatori e dei 33 passeggeri. United 93 racconta i fatti di quella mattina di settembre con tecnica documentaria; non si sofferma su particolari della vita di chi prenderà quel volo. Niente scene strazianti in cui la moglie non sa se il marito riuscirà a vedere il bambino che sta per nascere. L’immagine cambia, rapida sullo schermo. La torre di controllo di Boston, da cui partirono i primi aerei dirottati. Poi quella di New York. Quindi gli uffici dell’aviazione civile in Virginia, dove appare chiaro ormai che si, più di due aerei sono stati dirottati. Tra un flash e l’altro, banali conversazioni dei passeggeri, le hostess che servono tosts e caffè. Infine, la base militare dello stato di New York, che aspetta invano ordini dall’alto, che tarderanno ad arrivare perchè il Presidente non è raggiungibile, e neanche il suo vice, Dick Cheney. A quanti vedendo il film sarà tornata in mente l’espressione di Bush nel momento in cui viene informato nella scuola elementare in cui si trovava di quanto stava succedendo. Con il libro “La capretta” in mano. Immagini regalate al mondo grazie al documentario di Michael Moore, Farenheit 9/11. Gli ultimi trenta minuti sono lasciati alle fasi del dirottamento: alcuni passeggeri riescono a chiamare con i cellulari i propri cari, a raccontare quello che stanno vivendo. Scoprono così quanto è accaduto al centro di Manhattan, e comprendono che anche loro ormai sono parte di un piano suicida. Si consultano, non c’è via di scampo. E allora l’unica cosa da fare è tentare di fermare quegli assassini, di evitare un’altra strage. Entrano in massa nella cabina di pilotaggio, aggrediscono i terroristi. L’aereo perde quota, i campi sottostanti si avvicinano sempre di più. Poi, buio. Così Greengrass ricostruisce la successione degli eventi sul volo 93. Da questo particolare punto di vista il regista sceglie di parlare al mondo dell’11 settembre 2001. Mostrando gli ultimi attimi di vita di “eroi”. In America si è aperto un vasto dibattito prima dell’uscita nelle sale del film. Il cuore di ogni discussione era: siamo davvero pronti per vedere tutto ciò, o è ancora troppo presto per trattare questi argomenti? Legittimo discutere della questione in questi termini. Ma il vero punto focale pare sia sfuggito alla maggior parte dei critici americani. La domanda da porre sarebbe: è corretto affrontare gli avvenimenti di quella giornata ponendo al centro del racconto il dirottamento dell’United 93? Ossia: si può parlare di un fatto tanto controverso con la pretesa di ricostruire proprio ciò di cui si sa di meno, il quarto aereo? A tanti non convince la versione ufficiale, che è quella presa in considerazione da Greengrass. Qualcuno sostiene che l’aereo sia stato abbattuto in volo, qualcun altro fa notare addirittura che non sono stati rinvenuti resti meccanici né umani sul luogo dell’impatto. Tesi complottistiche a parte – che comunque non sono mai state smentite con foto o altro -, resta il fatto che nessuno sa come siano andate realmente le cose. Scrive Lietta Tornabuoni su “La Stampa”: “Le telefonate dei passeggeri potrebbero esser state alterate dalla paura, fatte su comando oppure confuse. Possono esserci stati interventi dall’esterno dell’aereo, da terra. Possono esserci state crisi di panico oppure no, percosse feroci oppure no, grida isteriche o silenzi terrorizzati, conflitti tra viaggiatori.”. Non si sa. Ed è bene specificarlo, perchè è facile che passi di mente quando alcuni critici definiscono il lavoro un film-documentario, o il regista stesso parla della propria rielaborazione cinematografica come di un “film onesto. E non mi sembra – dice Greengrass – che l’elemento di finzione in esso presente ne alteri la verità. Anche sulla crocefissione di Nostro Signore si fanno opere di fantasia storica, ma non per questo non emozionano lo spettatore”. Al di là dell’ulteriore riferimento al martirio, c’è una differenza sostanziale: in un caso si giunge al mistero della fede, nell’altro è quasi d’obbligo la ricerca della verità. Ed in un caso come questo, eccome se la finzione può alterarla.

Viene da chiedersi dunque come fra almeno altre tre possibili alternative la scelta sia caduta proprio su questo volo. Qualcuno ha scritto che è servito per rendere omaggio a tutti i passeggeri, e non solo a quei pochi che erano riusciti a contattare casa, e di cui erano ormai noti i nomi. E proprio perchè non è dato sapere come si comportarono quegli uomini e quelle donne, qualsiasi ricostruzione deve stare attenta a non infangare la loro memoria, ritenendo qualcuno più o meno coraggioso di altri. “Il campo d’azione insomma – scrive Stenio Solinas su ‘Il Giornale’ – è limitato”. La risposta non è neanche completamente nella provocazione dei giornalisti che hanno visto Hollywood motivata più dal denaro che dall’altruismo. Va cercata in quello slogan: nel momento in cui si è vista in faccia la paura, si riscopre anche il coraggio. Di questo, secondo Greengrass, hanno bisogno gli americani: di eroi. Perchè per i familiari delle vittime è più facile rimarginare le ferite. E perchè l’unico antidoto per non sentirsi persi e sconfitti nella tragedia, è quello di poter rispondere agli atti terroristici con atti eroici. E non importa se questi abbiano avuto realmente luogo, oppure se il regista abbia dato troppo spazio alla fantasia. Forse questi lo riteneva l’unica maniera di affrontare per la prima volta, a pochi anni di distanza, un tema così scottante. Eroica è senza dubbio la dichiarazione di Sandra Bodley, che ha perso sua nipote nel volo 93: “la mia più grande preoccupazione – dice – è che questo film provochi reazioni di vendetta e violenza anziché la ricerca delle cause del terrorismo”.
Nel frattempo, Oliver Stone ha già mostrato a Cannes venti minuti del suo film sull’11 settembre che uscirà ad agosto, World Trade Center. Sarà difficile scambiarlo per un documentario, avendo come protagonista Nicolas Cage nei panni di un poliziotto che accorre dopo il disastro per i primi soccorsi.
“Beato il popolo che non ha bisogno di eroi”, diceva Bertold Brecht.

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