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Stai parlando con me? Taxi drivers contro tutti

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Taxi vuol dire veloce. (E questa è una piccola rivincita verso tutti quelli che ti dicevano “che ci fai con il classico?”.

Taxi vuol dire veloce. (E questa è una piccola rivincita verso tutti quelli che ti dicevano “che ci fai con il classico?”. Ecco a cosa serve il greco antico: a sapere cosa significa taxi). Ma, da qualche giorno, i taxi di tutta Italia non sono affatto veloci, anzi sono immobili nelle piazze in sciopero ad oltranza contro il decreto Bersani. Il governo Prodi ha infatti presentato un pacchetto di liberalizzazioni per favorire la concorrenza e i consumatori e per smantellare le corporazioni e le lobby, tra gli altri, di farmacisti, avvocati e tassisti. Insomma le categorie non proprio simpatiche. Per i taxi il decreto prevede l’aumento delle licenze (da anni bloccate), concorsi pubblici e privati indetti dal comune e il cumulo delle licenze, ovvero la possibilità di controllare più taxi, di creare delle società come a New York. I tassisti, di fronte allo smarrimento dei privilegi, si sono infuriati come tanti Robert DeNiro nel film di Scorsese accusando Bersani di aver ignorato la concertazione (una abitudine della sinistra governativa) e di danneggiare, con le liberalizzazioni, chi in questi ultimi anni si è comprato una licenza indebitandosi e di avvantaggiare, con il cumulo di licenze, i ricchi sui poveri.

Vado allo sciopero dei taxi: per tutta la mattina hanno bloccato il Grande Raccordo Anulare. Ora sono confluiti tutti a Piazza Venezia, il centro di Roma. La piazza è completamente occupata dalle macchine bianche, mentre l’aiuola centrale è calpestata da una assemblea confusionaria e furibonda. Sotto il solleone, la città non sembra non preoccuparsi di loro anche perché è cresciuta l’ansia per l’attesa delle partite della nazionale di calcio. Mi avvicino a un gruppo di vecchi tassisti (o tassinari come preferiscono loro) sdraiati sbracati sull’erba con le bottigliette d’acqua in mano, per raccogliere un po’ di impressioni da vero giornalista d’assalto. Subito mi accolgono con gentilezza e disponibilità: – Ma chi cazz’è questo? – Non ce parlà con questo. Nun lo vedi che sta dall’antra parte della barricata? -. Provo a chiedergli alcuni sviluppi della protesta e loro mi rispondono prontamente: – Ma vattele a legge su internet – Vedi d’annatene – Mi fijio su internet ce trova sempre tutto -. Vorrei fargli altre domande curiose (ad esempio: perché i taxi prima erano gialli? Oppure: come funziona il tassametro?), ma mi congedo da loro i quali mi salutano affettuosamente: – O questo vo fa carriera – Ma che nun lo vedi che ‘n fijio de papà – Questo da mo…che prenne er tassi – Pe me questo è fijio de Veltroni – Tu sei un furbo: se vede da come scrivi -. Verso il centro della piazza trovo un tassinaro più giovane con gli occhi azzurri il quale è più rassegnato a un futuro di precarietà lavorativa: dopo avermi spiegato il sistema (chiuso) del mercato delle licenze, paragona i taxi ai piccoli alimentari schiacciati dall’apertura dei grandi supermercati. Senza la licenza, continua a spiegarmi il tassista dagli occhi azzurri, praticamente una liquidazione (che arrivano a vendere anche a 200.000 euro!), i tassisti hanno una pensione di 400 euro al mese come gli artigiani.
Il livello di tensione della piazza si alza pericolosamente quando arriva la notizia che Bersani si siederà al tavolo delle trattative solo quando lo sciopero verrà interrotto (il giorno dopo i tassisti assaliranno la macchina con dentro il ministro Mussi). Volano urla e bestemmie. Un capetto di qualche cooperativa (ad esempio Radio Taxi 3570) agita minacciosamente il pugno verso il cielo. Mi decido per una ritirata strategica per evitare una esperienza di massa pericolosa, sono in ritardo, devo correre alla stazione, vedo un taxi con la luce accesa (vuol dire libero, vacancy, da tutte le parti del mondo), entro e ordino: “Alla stazione?”. E il tassinaro si volta e mi chiede: “Stai a parlà con me?”.

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