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Chi non salta…

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“Molla quella trombetta che porta sfiga, ancora non è finita… aspetta che tiri prima. Forza, forza Fabio”. Occhi incollati allo schermo, casse toraciche immobili.

“Molla quella trombetta che porta sfiga, ancora non è finita… aspetta che tiri prima. Forza, forza Fabio”. Occhi incollati allo schermo, casse toraciche immobili. E poi, è tutto lì, in quell’unico calcio di rigore. Un boato improvviso, impossibile capire da dove provenga: dalla strada fuori, da ogni angolo della casa – oddio vengono giù le fondamenta, cavolo ma quanti siamo? -, dal vicino che diceva “tifare Italia? No, grazie”, ma che per la finale ha tirato fuori un bandierone sei metri per quattro. E in quell’istante Grosso è un eroe, chiunque avrebbe issato una sua statua sul cavallo al Campidoglio buttando giù per la scalinata Marco Aurelio senza pensarci due volte. Altro che popolo di poeti e navigatori gli italiani; il tifo, ecco una caratteristica fondante del carattere nazionale. Quello sofferto, ostentato, scaramantico, e anche rabbioso. Perché, diciamola tutta, c’è da godere di questo finale con rigori, per più di un motivo. Innanzi tutto, l’Italia non ha mai mostrato particolare propensione alla fortuna una volta giunti a questo punto. Poi c’è tutta la soddisfazione della rivincita, dopo esser stati buttati fuori dagli Europei del 2000 dalla Francia. Dolce, dolcissimo sapore della vittoria. E come suona bene ora la frase “campioni del mondo” che riecheggia dal televisore acceso, che ormai è solo un confuso sottofondo coperto da urla, trombette, fischietti. Si riprende fiato, si ride guardando lo scalpo come pagamento di una scommessa che Camoranesi subisce da parte dei suoi compagni, e si aspetta solo un gesto. Uno solo. Eccolo finalmente: Cannavaro stringe forte la coppa e la alza al cielo, per usare un’espressione cara ai cronisti sportivi.
Altra esplosione di gioia, e questa è quella che sprona gli animi. Come fosse stata presa una decisione collettiva, tutti, ma proprio tutti si riversano per strada e si dirigono nella medesima direzione: il punto di raccordo più ampio della zona. Di corsa in macchina, tra poco sarà tutto bloccato. Clacson, clacson a volontà, senza alcuna logica musicale o alla ricerca di un motivetto carino. Ai semafori si urla e si socializza con sconosciuti. Sui marciapiedi la gente si abbraccia, poi prosegue ognuno per la propria strada. Persone che già domani eviteranno anche solo di sfiorarsi passeggiando fianco a fianco, ma che in una serata come questa sentono di poter condividere la felicità con chiunque si trovino di fronte. Il traffico comincia a farsi denso, la Tuscolana è vicina. È questa la via che richiama la maggior parte degli abitanti di Roma Sud-Est. Meglio parcheggiare e farsela a piedi, tanto comunque si cammina a passo d’uomo. E via, trascinati dalla folla. Ovunque, ovunque strisce verdi, bianche e rosse; sulle bandiere, sulle guance, sui balconi, su schiene nude. C’è chi si è cucito un vestito con i colori nazionali, chi ha deciso di tirar fuori le mutande di capodanno e indossarle sopra pantaloni bianchi e camicia verde. Palloncini a non finire, pon-pon, cappeli e magliette infilate ai bambini, addobbati come alberi di Natale. E loro che si guardano intorno, bocca spalancata per lo stupore di vedere tanti grandi fare i matti, e trovare in quegli sguardi attenti la certezza che tutto ciò che staranno osservando finirà in qualche parte del cervello nella memoria a lungo termine, così che un giorno potranno dire: “io c’ero”. E c’era probabilmente anche ai mondiali del ’38 un energico vecchietto che – in shorts quasi scandalosi e una bandiera a mo’ di mantello – in bilico sullo sparti-traffico dirige come un direttore d’orchestra i vari cori provenienti dalla strada. “Chi non salta un francese è” è il più innocente, poi si passa a commentare la madre di Zidane o ad urlare malignamente il nome di Trezeguet – che per inciso è colui che ai suddetti Europei aveva rispedito l’Italia a casa -. Non è questo il momento di commentare la partita, ci sarà sufficientemente tempo il giorno dopo in ufficio o al bar. Questo è il tempo della pura e semplice esultanza. E chi passeggia tranquillo per i fatti suoi attira subito i sospetti dei festanti: “daje aò, ma che so francesi quelli?”. Sono invece disposti ad accogliere a braccia aperte chiunque manifesti simpatia per gli azzurri e gioisca per il risultato. Impossibile non notare con un sorriso le feste riservate ad un gruppo di bengalesi con sciarpe al collo, accolti con un “bella fratè” e conseguenti pacche sulle spalle. A tratti si ha la sensazione di non essere nella capitale italiana, ma di assistere al carnevale di Rio, con tanto di carri decorati. Una gran quantità di pulmini, camioncini o normali macchine a cinque posti da cui spuntano decine di teste, dotati di notevoli impianti stereo che sparano a tutto volume musica da discoteca o l’inno di Mameli, o tutti e due contemporaneamente con un simpatico effetto. C’è persino chi ripropone la telecronaca della partita nei suoi punti salienti, imponendo di esultare nel rivivere le stesse sensazioni sofferte qualche minuto prima. Si è trovato anche lo spazio di improvvisare una partitella a Giulio Agricola, così, due tiri tra la folla e le macchine e i motorini. E poi ci si ferma un po’ più in là, e si rimane incantati a guardare quel morbido mare di bandiere che accarezzano il viso e si perdono laggiù, lontano, dove l’occhio non riesce più a scorgere le sfumature e si intravedono le luci dei Castelli Romani. E un grido si ferma in gola, forse per un divieto dell’inconscio. Ma poi viene da pensare che ormai è lecito anche farlo, e comunque chi se ne frega. È allora che la voce si libera: forza Italia.

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