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Sulla traccia degli artigiani

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La sorpresa fra le sorprese è stata la collocazione: tema di attualità. “Le botteghe artigiane continuano ad essere luoghi di sapere e cultura...

La sorpresa fra le sorprese è stata la collocazione: tema di attualità. “Le botteghe artigiane continuano ad essere luoghi di sapere e cultura ai quali l’opinione pubblica guarda con rinnovato interesse”. Questa la quarta traccia della prova di italiano che qualche giorno fa milioni di studenti hanno affrontato in apertura degli esami di maturità. Veniva richiesto di riflettere “sulle caratteristiche dell’artigianato oggi e sull’importanza storica, sociale ed economica che ha avuto e può avere in prospettiva per il nostro Paese”. Al di là degli scontati commenti favorevoli del Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini, che parla di “importante segnale di attenzione al ruolo che svolge l’artigianato” e che ritiene la scelta capace di aver “stimolato l’attenzione dei giovani verso le piccole imprese”, due sono le possibili reazioni. La prima, quella dei maturandi, che presumibilmente non hanno alcuna voglia di essere “stimolati” da alcunché mentre svolgono l’esame, preferendo di gran lunga trattare temi banali piuttosto che complimentarsi con il Ministero dell’Istruzione per l’originalità. A riprova di ciò, una bassissima percentuale di studenti ha svolto questa traccia.
Ma la reazione di vera sorpresa, tendente alla commozione, deve esser stata quella degli artigiani. Soprattutto perché sinora le richieste di aiuto sono state pressoché ignorate dalle istituzioni di competenza, nonostante la loro “importanza storica, sociale ed economica”.

È infatti aumentato rapidamente negli ultimi anni il numero di piccole attività costrette a chiudere. Diversi sono i fattori responsabili di questa tendenza, ma uno dei fenomeni più evidenti – specialmente nel centro storico della capitale – è la penetrazione dei grandi gruppi industriali, finanziari e commerciali che puntano a spodestare le piccole botteghe per aprire in zone favorevoli sedi e punti vendita. La conseguenza di ciò è un aumento spropositato del valore dei locali commerciali e dei loro canoni di locazione. Questo ha portato alla cancellazione dall’Albo degli Artigiani di molti professionisti, che hanno continuato ad esercitare solo per conoscenti. Il Comune di Roma ha tentato di porre un freno a tale situazione con una deliberazione del 1997 (n. 1113/97) che prevede il rilascio di attestato di “negozio storico” ai locali – finora non più di un centinaio – “in cui si sia svolta ininterrottamente per più di cento anni un’attività di produzione e/o vendita al dettaglio inerente sempre allo stesso genere merceologico”. La condizione è vantaggiosa: un vincolo di mantenimento sugli arredi esterni ed interni in cambio di agevolazioni economiche. Godendo per di più dello status di beni culturali, e in quanto tali da tutelare.

“Prima del ’39 questo spazio era una stalla”, spiega Angelo Cesaretti, che con la moglie Pierina da un ventennio porta avanti un negozio di “giocattoli-regali-souvenir” alle spalle del Foro Romano e che dal 2001 è diventato locale storico. “In seguito – prosegue l’esercente – è stato venduto ad un artigiano che costruiva cavallucci a dondolo. Nel ’51 poi è passato nelle mani di un signore che costruiva bambole. Quando volevo aprire la mia attività, avevo intenzione di sbarazzarmi di tutti quei giocattoli. È stata la mia signora a convincermi a tenerli”. Entrando nel negozio si ha l’impressione di aver sbagliato posto; l’insegna fuori dice “vendita e riparazione bambole”, ma intorno si vedono solo mini-busti in gesso di dubbio gusto di Bellini e Cesare o calchi del Colosseo in miniatura. Evidentemente destinati a turisti. Ma superata una porticina, si entra in una dimensione parallela in cui mille occhi dipinti scrutano dagli scaffali. Bambole di celluloide o cartapesta, vestite di stoffa pannolenci e pizzo sono in ogni angolo, e da scatole sul tavolino spuntano fuori decine di gambette, braccine e teste pelate. Se non ci fosse la luce del mattino, l’atmosfera sarebbe da Dario Argento. “Mia moglie – dice Angelo – ha imparato a mettere la calotta, fissare la parrucca, poi le lucida e le ricompone con una complessa procedura di elastici che vanno da un arto ad un altro. Ma il vero e proprio lavoro di restaurazione lo fa un vecchio artigiano che paghiamo a commissione. Quando lui verrà a mancare… chissà”. Ecco un ulteriore problema: la quasi totale assenza di ricambio generazionale.
“Io ci provo a lasciare la tecnica in eredità ai miei figli, ma a loro non importa niente”. Nel cuore del Rione Monti è situato il laboratorio di Maurizio Cugusi. All’interno decine di rotoli accatastati su scaffali e sui tavoli da lavoro. “Valorizzazioni d’interni-carte da parati antiche-Pitture Dorature Laccatura-Patinature Macchiature”, è quanto si legge sul biglietto da visita. “È stato mio padre ad insegnarmi le basi – racconta -; faccio questo mestiere praticamente da sempre”. Secondo Maurizio il problema oggi non è l’assenza di spazio nel mercato – di quello ce n’è in abbondanza visto che è l’unico a Roma a lavorare nel campo delle carte da parati antiche -, ma è la richiesta che manca. C’è una continua crescita di cattivo gusto. Al giorno d’oggi si predilige il bianco, una volta c’era più voglia di personalizzare le case. Sembra che Ikea abbia vinto la battaglia”. Forse dipenderà anche dai prezzi proibitivi che propone per le sue opere. Su una parete spicca un enorme pannello decorativo; una carta con fantasia floreale in bianco e nero del 1930 incorniciata con una carta nera. L’effetto è delizioso, il costo un po’ meno: 1800 euro. D’altronde si paga il fatto che si tratta di un pezzo unico.
“È proprio questa la differenza tra artigianato generico e artigianato artistico – spiega Paola Staccioli, responsabile dell’Associazione Lignarius -; si producono articoli irripetibili, non in serie”. L’associazione è nata nel 1992 con lo scopo di trasmettere tecniche e segreti dei mestieri antichi che altrimenti sarebbero andati perduti: ceramiche, mosaici, restauro mobili, rilegatura libri, e molti altri corsi. “L’interesse nell’apprendimento di queste tecniche non è mai diminuito negli anni, perchè è un campo che è destinato a non scomparire mai. Non ci sarà mai una macchina che potrà sostituire un’opera artistica”. Per questo è fondamentale la tutela delle botteghe già esistenti e l’auspicio che ne sorgano altre, con giovani pronti a perpetuare le antiche tecniche che oramai si tramandano da secoli. Se non è una risorsa storica questa. Si dà il caso che gli artigiani lo sapessero prima che fosse ufficializzato nella traccia di una esame. E che fossero consapevoli di dover essere considerati un tema di attualità.

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