Intervista apocrifa a Luigi Serafini sopraggiunto, come promesso, al rosarum

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Il segnale è arrivato sul far della sera durante una pausa del traffico che ha sgomberato momentaneamente il lungotevere dalla nube di gas che oscurava la visuale di Ponte Sisto.

Luigi Serafini è un artista italiano tra i più significativi, noi siamo lieti di mostrare ai lettori di “O” l’immagine che vedete qui sotto, La famiglia GommItaly e un’intervista che gli ha fatto Giovanna Bentivoglio, editor, collaboratrice di Fellini e perfettamente a proprio agio nel mondo incantato di Serafini.

Il segnale è arrivato sul far della sera durante una pausa del traffico che ha sgomberato momentaneamente il lungotevere dalla nube di gas che oscurava la visuale di Ponte Sisto. Per un istante ho veduto le araldiche fiere che una mano ha tracciato sulle mura degli argini, compiere un impercettibile movimento, il dardo fulminante di un’occhiata sincronica nella mia direzione. Nello stesso istante sul display del mio cellulare è comparso un messaggio: ore 13, cominciate a declinare arriverò verso il rosarum. Ci ho messo un po’ ma poi ho decrittato: Luigi Serafinus comparirà al roseto comunale a visita iniziata e iniziatica alla fase rosarum della declinazione. Ho un paio di domande da porgli. Se son rose fioriranno. E sono rose.

Ci piacerebbe capire come è accaduto che allo scoccare dei venticinque anni o quinto lustro del tuo Codex, opportunamente ricorso sui media nazionali, in forma di interviste e citazioni riproduzioni e perfino Blob, la tua enigmatica e monumentale enciclopedia iconografica oggetto di indagini e fonte di ispirazione, studi e fondazioni di club per terra e per mare su rete virtuale e reale, in Italia abbia subito una sorta di oscuramento spontaneo, salvo dotte e convinte eccezioni e sia stato così poco diffuso, conosciuto e analizzato, ancorché apprezzato da un ristretto e sceltissimo drappello di appassionati estimatori, tra i quali spiccano Italo Calvino, Federico Zeri e Fellini Federico, Vittorio Sgarbi e A.Bonito Oliva, Philippe Daverio, Jacqueline Risset, e altri loro pari. Mentre matematici puri, fisici nucleari astronomi studiosi e critici dell’arte, registi e coreografi, enigmisti e cultori del visionario, congreghe di ufologi, e ceramisti, cuochi e saltimbanchi, capistazione e saltatori in lungo, fumettisti e pubblicitari, fotografi di ogni parte del globo si scambiavano impressioni e interpretazioni, formavano club e sette, gruppi di studio e pool di decifratori del Codex, in Italia poco se ne è parlato, ancor meno si è visto in mostre e convegni e avaramente se ne è scritto. Che spiegazione dà e si dà l’autore di questa stranezza, è possibile che la ragione di questo buco nero situato esattamente nel luogo in cui il Codex fu concepito abbia a che vedere con il fenomeno della cancellazione del punto di origine, in osservanza alla regola che esige la inconoscibile collocazione del luogo originario, fonte logistica dell’ispirazione dell’Opera? Come se la sua irreperibilità fino alla scomparsa sia da addebitare al sortilegio Non sarà che la questione si pone drasticamente in questi termini: Italia o Codex? (Non diversamente da O Roma o Orte?)

Il silenzio distratto e nel contempo riflessivo di Lui-Luigi mi induce a ritenere che anche qui, come sulle pagine del suo Codex la passiva attesa di una risposta è una forma come un’altra di equivoco. Anche la sua persona procede per segni ed enigmi e perciò è richiesta un’attitudine attiva, osservare bene il disegno aderire alle linee dominanti assecondarne le curve e le circonvoluzioni seguire attentamente le volute della scrittura che si sta tracciando nell’aria circostante, quindi procedere alla decifrazione. Questa è la momentanea, variabile e mutevole traduzione: “Il luogo non è decisivo, determinanti sono stati per il tempo della gestazione la densità e la continuità dell’atto stesso di deporre sul foglio quelle forme, un lavoro che attingeva dal grado di concentrazione e dalla continuità temporale. Questi elementi coniugati con la esiguità dello spazio che mi ero concesso, in una equazione di inverse proporzioni, mi ha permesso di varcare la soglia della quantità critica e accedere a un mondo contiguo, comunicante e accessibile al mio occhio e alla mano solo a quelle particolari condizioni. E così tutto questo ha avuto luogo in Italia, a Roma… interessante non ci avevo mai pensato. Bene, mi pare un dettaglio interessante e indicativo del fatto che quel lavoro avrei potuto svolgerlo in numerose diverse latitudini… Roma o Orte, fa lo stesso”.

Altra domanda: il Codex appare, anche, oltre ai molti effetti visionari che irradia, come una sorta di iconografico oracolo, il precursore di un mondo imminente( o rimanente) nel quale le specie e i regni, gli esseri e gli animali, ma anche gli oggetti e i segni, gli utensili e i manufatti come gli alfabeti e i numeri si scambiano progressivamente elementi e tratti in una osmosi che palesandosi sulle pagine del presente suscita un curioso impulso alla dislocazione. Cosa ne pensa l’autore?

A questo punto Lui-Luigi osserva che nel giardino del Colle Oppio, dove ci troviamo – Ma non siamo al roseto? – E allora? Siamo al roseto. E nei giardini del Colle Oppio, che strane domande mi fai… dunque dicevo che qui al Colle Oppio manca un elemento necessario: in questi giardini dovrebbero aggirarsi dei pavoni, sì mancano dei pavoni. Qui, dove le rovine romane e successive vestigia hanno decretato una forma di disordine inespugnabile dal quale deriva una stranezza e bellezza sfuggenti un rigido criterio estetico, il pavone sarebbe l’elemento complementare. Andrebbe bene con la palazzina che ospita l’ambasciata egiziana attorno alla quale tra rose e bouganville una minuscola piramide svetta oltre il filo dei panni stesi ad asciugare e una piccola Nefertari con un occhio sbreccato s’incarica di accogliere il visitatore mentre un Anubis mimetizzato tra le fronde pare annoiarsi. E, sì il fenomeno dell’osmosi in natura è tendenziale, spontaneo nasce dall’emulazione come la mimesi e procede da ragioni di autoconservazione e difesa, e, Sì, la dislocazione è gradita ma non indispensabile.

In un ulteriore bestiario che forma assume secondo Luigi Serafini l’homus scribente (visto che ti rivolgo queste domande dal sito della scuola di scrittura Omero)?

I segni a questa domanda si fanno più mobili e sfumati, compongono cifre e ideogrammi instabili attorcigliati volubili ma alla fine mi pare di riconoscere uno scriba che utilizza le due mani simultaneamente e specularmente con due stili alati sulla superficie di tavolette gemellari ed equidistanti mentre alle sue spalle si sta aprendo una ruota piumata costellata di occhi…

Nel tuo grande quadro Il giuramento degli Orazi e dei Carpazi, non è tanto il corto circuito tra un evento commemorato dalla pittura celebrativa e la sua deformazione surrealistica che si insedia nell’osservatore quanto il dubbio concreto che quello da te raffigurato sia l’autentico, storico evento così come sì è manifestato in tutta la sua prodigiosa verità e nella sbalorditiva ricchezza di dettagli, rispetto al quale il precedente appare come un apocrifo, manierato tentativo di rappresentarlo purgato e mondato della sua eccezionale singolarità. Poiché questo effetto si produce puntualmente di fronte a una parte della tua produzione pittorica, vorrei chiederti: il sospetto è legittimo?

Gli occhi del pavone ora mi interpellano sbalorditi, ma cosa vado dicendo, il giuramento dei Carpazi, un evento notissimo più volte rappresentato, sia pure con una certa approssimazione, come non ricordarlo? E quali altri eventi potrebbero mai essergli accostati, sovrapposti, confusi? Il giuramento non è altro che la fedele riproduzione di quanto avvenne su quella fatidica piana con i due schieramenti che si fronteggiano nelle loro scintillanti uniformi separati da uno spazio denso di solennità nel quale la Grande Carpa si tende alla volta degli Orazi ne traccia la distanza simbolica ne racchiude il significato …che diamine!

Prendi la gamma alimentare della umana nutrizione, dalla visuale privilegiata della tua percezione come si profila una futuribile catena alimentare, e dato che ci siamo sapremo finalmente con certezza se viene prima l’uovo o la gallina?

L’uovo e la gallina nascono dalla stessa pianta pedestre originaria della Gallia cisalpina poi portata a Roma dai legionari della gloriosa VIIa che attinsero da questo nutrimento le forze per cingere d’assedio Alesia e aver ragione di Vercingetorige. La questione della priorità è priva di senso trattandosi come si sa di un prodotto della terra che spunta dal suolo in fasi diverse della sua genesi fotosintetica.

Che forma daresti ai nostri cosiddetti posteri, gli scienziati prevedono che saranno alcuni ceppi batteriologici di germi e virus, e con essi alcune specie di insetti e microrganismi particolarmente tenaci. Tu come la vedi?

Non mi pare che si possa più porre la questione in termini di posterità , possiamo al massimo discettare sui postumi e in questo senso è plausibile che noi, come specie, siamo in effetti e in larga misura i postumi delle grandi epidemie e pandemie del passato recente. Nell’Italia di questi giorni possiamo anche considerarci i postumi bubbonici della passata vicenda borbonica che ha impresso i suoi indelebili segni nella storia partenopea.

Visto che ci troviamo al roseto comunale con quale stato d’animo accogli la notizia che le rose e altri fiori(crisantemi, glicine, peonie, viole) cominciano a essere riconsiderati sopraffini ingredienti di preparazioni culinarie? Vedendo questi superbi fiori non ti coglie di soprassalto l’idea che sarebbe più estetico se fossero le rose a mangiar noi?

Ma sono le rose a mangiar noi, soffermati un istante a considerare quel che resta di noi ora che giunti al rosarum non disponiamo altro che dei nostri piedi per guadagnare con passo spedito la strada di casa. I loro colori le forme e gli effluvi odorosi ci hanno illuso di goderne e saziarcene ma sono le rose che si sono pasciute di noi e che ora mentre ci allontaniamo ostentano sazie e rigogliose i loro cruenti colori.

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