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Amara Lakhous e Igiaba Scego: scritture della migrazione

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Deve fare sempre un certo effetto ad uno scrittore entrare in una libreria e scoprire di essere il quarto in classifica della vendita settimanale.

Per chi volesse sentire la viva voce dei due scrittori intervistati mentre leggono un frammento del loro lavoro, è sufficiente leggere qui per avere una esecuzione multimediale.

Deve fare sempre un certo effetto ad uno scrittore entrare in una libreria e scoprire di essere il quarto in classifica della vendita settimanale. Soprattutto se la libreria in questione è un colosso come la Feltrinelli. E’ un dato di fatto ormai che l’algerino Amara Lakhous, con Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio ha trovato l’approvazione dei lettori che continuano a comprare il suo libro, peraltro premiato recentemente anche dalla critica con il premio Flaiano 2006. Vincitrice invece nel 2003 del premio letterario Eks&Tra per scrittori migranti con il racconto Salsicce, Igiaba Scego è un’altra giovane scrittrice italiana di origini somale. Recentemente sono stati pubblicati racconti nella raccolta Pecore nere, successivi al romanzo Rhoda. Ciò che accomuna i due è l’etichetta di “scrittori della migrazione”. Li incontriamo in un bar vicino a Piazza della Repubblica.

Come definite la letteratura della migrazione?

Può essere vista come un grande contenitore di diversi scrittori e generi, ma le definizioni non sono mai esatte. Il fatto è che non mi ritrovo del tutto in questa categoria. Di fondo c’è un problema di terminologia, tanto da sembrare talvolta una forzatura. Come posso essere definita migrante io, nata e cresciuta in Italia? D’altronde è inutile negare che questo mi ha aiutato ad essere pubblicata.

Sono d’accordo con Igiaba, ma è vero anche che una tale suddivisione serve per facilitare l’accesso a questa letteratura. Il problema sussiste quando queste diventano troppo rigide; non è stato facile collocare il mio libro sugli scaffali delle librerie. Fa parte dei gialli, della letteratura araba o di quella italiana? Ai dipendenti la decisione. In realtà io ho smesso da tempo di cercare definizioni. Ciò che conta è la sostanza, la capacità di guardare lo stesso oggetto da più angolazioni, come se si avessero 3 o 4 telecamere. Spesso lo scrittore italiano ha solo una telecamera.

Si possono riscontrare delle differenze stilistiche fra una scrittura maschile e una femminile?

No, non credo si possa fare una distinzione netta. Ma questo è dovuto al fatto che la cosiddetta ‘letteratura della migrazione’ è un fenomeno tutto sommato giovane in Italia. C’è inoltre da considerare che le tematiche trattate sono comuni sia a scrittori che a scrittrici. Nel contesto dell’immigrazione la distinzione uomo/donna vale poco. I problemi da affrontare sono comuni. E poi il linguaggio non è standard, ma contaminato; nel mio caso è arabizzato, in altri appare chiara un’altra risorsa linguistica accanto all’italiano.

In ogni caso, se di differenze si può parlare, si possono trovare più nelle tematiche trattate che nel linguaggio. Si tende a privilegiare alcuni temi rispetto ad altri. Ad esempio io parlo spesso di problemi legati alla sessualità, o al conflitto tra uomo e donna.

Considerazioni sul linguaggio usato?

Amedeo, il personaggio del mio libro, dice: ‘ho bisogno del latte tutti giorni. L’italiano è il mio latte quotidiano’. Io sono un po’ come lui. Ho tradotto questo romanzo dall’arabo all’italiano, e più che una traduzione è stata una riscrittura. Si è trattato di un duro lavoro, stava diventando quasi un’ossessione. Alcuni amici mi hanno aiutato a correggere delle espressioni, ma altre ho deciso di lasciarle così come le avevo scritte. E’ questo probabilmente a dare quel senso di ‘contaminazione’.

Anche a me capita di avere delle interferenze linguistiche. E’ normale se si è bilingue. Chiaramente questo lo trasmetto anche nei miei scritti. Talvolta uso delle costruzioni di frasi che non hanno molto senso in italiano, ma il senso ce l’hanno per me. Quindi deciso di lasciarle perchè fa parte della mia cultura nomade. Mia madre poi, che ha una memoria straordinaria, mi ha sempre raccontato storie in stile-matrioska. Storie dentro storie. Questo stile ho cercato di mantenerlo.

Come mai questa scelta comune nei vostri romanzi di usare più di una voce narrante?

E’ una scelta stilistica importante, che mi ha permesso di raccontare le diverse visioni dei personaggi e di mettere sullo stesso piano le verità degli immigrati e quelle degli italiani.

Ho sempre scritto racconti, dunque ho pensato molto alla struttura durante la stesura del romanzo. Io penso in modo cinematografico, per immagini, e questo richiede di tener presente diversi sguardi.

Hai avuto difficoltà nel passare dai racconti al romanzo?

Non direi. Penso sia più facile scrivere romanzi piuttosto che racconti. In questi bisogna condensare tutto in poche pagine, emozioni comprese. E poi provo più gusto nello scriverli. Il romanzo è un altro tipo di lavoro, che richiede semplicemente più tempo.

Io personalmente sono un fanatico del romanzo. Ho una mia teoria. E’ come l’atletica: ci sono degli sportivi che hanno caratteristiche adatte ad una disciplina, e non ad altre. Non la vedo in termini di facile o difficile, ma nella capacità di adattare i propri pensieri a una determinata forma.

Cosa vi spinge a scrivere?

Calvino diceva che ‘la scrittura è come curare una ferita’. Io parlo di memoria che sanguina. C’è una storiella berbera a proposito dell’importanza della narrazione. Una donna, vedova già per 6 volte, sposa il settimo marito. Passano gli anni, ma questo sembra avere un destino diverso dai precedenti. La moglie allora gli domanda come mai continui a restare in vita. Lui la porta in giardino e le mostra una buca piena di serpenti: era riuscito a trasformare le parole avvelenate della moglie, fatali agli altri uomini, in rettili, sfogandosi in quel luogo. Noi portiamo storie di dolore; per sopravvivere abbiamo bisogno di tirare fuori questi serpenti.

Anch’io credo nella scrittura come terapia personale. Però credo che lo scrittore debba dare voce anche ad altro. Nel mio piccolo vorrei parlare di Somalia, paese di cui i media si sono dimenticati, e verso cui l’Italia ha un enorme debito. Ma ci sono molte altre cose da raccontare, basta fare un giro per la città. Ho difficoltà a comprendere molti giovani scrittori che sostengono non ci sia più niente di cui parlare. Suppongo sia perchè non sono in grado di vedere le cose.

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