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Febbre, provette e mondiali

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Mi sono preso la febbre del calcio. Ora che sono iniziati i Mondiali in Germania. Sotto casa mia dei ragazzini, tutti i pomeriggi, giocano a pallone contro le serrande. Sono sceso e gli ho gridato:

Mi sono preso la febbre del calcio. Ora che sono iniziati i Mondiali in Germania. Sotto casa mia dei ragazzini, tutti i pomeriggi, giocano a pallone contro le serrande. Sono sceso e gli ho gridato: “Che cazzo ve giocate? Sò iniziati i mondiali andate a vedé la tivvu!”. E ho imprecato e quelli sono scappati via. Prendo il 98 che dribbla il traffico sulla corsia preferenziale. Sto seduto tranquillo sull’autobus ed evoco, commovendomi, il primo gol di testa di Schillaci a Italia ’90 (avevo 6 anni e stavo al mare). A un tratto vedo il controllore, mi si avvicina minaccioso, devo aver fatto fallo. Mentre sta estraendo il cartellino rosso, scendo in scivolata e mi salvo in calcio d’angolo. I palazzi esultano con un boato. Corro sulla fascia di via del Corso. Marco a vista due turiste brasiliane succinte, tento di marcarle uomo, sono costretto a marcarle a zona per la presenza dei fidanzati. Un semaforo mi fa un cross, prendo in contropiede la barriera che sta attraversando la strada e, con un colpo ad effetto e in zona cesarini, faccio gol tra le colonne della Galleria Alberto Sordi. Sono le 18 e tra gli scantinati della libreria Feltrinelli c’è la presentazione di Buon sangue non mente. Il processo alla Juventus raccontato dal “grande nemico” di Giuseppe d’Onofrio pubblicato dalla collana “indi” di Minimum Fax.

La sala sotterranea della libreria sembra uno spogliatoio da calcio con le pareti bianche e la puzza di sudore. È piena zeppa, manco fosse in programma la conferenza stampa di Lippi. Con l’autore, che è ematologo e poeta, ci sono: Sbaraglia (Minimum Fax), Rizzo (Corriere dello Sport) e Di Caro (Il Romanista). Il libro presentato, una inchiesta in forma di romanzo, racconta l’esperienza di d’Onofrio incaricato come perito super partes dal Tribunale di Torino e dal p.m. Guariniello nel processo per doping in cui è accusata la Juventus, ora al centro di un nuovo scandalo, se si può, ancora più clamoroso. D’Onofrio ripercorre la genesi moderna della malefica Juve: nel 1994, dopo otto anni di sconfitte, gli Agnelli chiamano il terribile Giraudo alla guida del club, il quale si porta dietro Moggi, i quali chiamano l’allenatore Lippi, affiancadogli Ventrone (preparatore atletico) e Agricola (dottore sportivo). Ecco fatto: da allora fino ad oggi la Juventus vince tutto tranne cinque scudetti (tre al Milan, uno alla Roma e uno alla Lazio). Ma nel 1998, in una intervista, l’allenatore praghese Zdenek Zeman (e per ironia della sorte nipote di Čestmír Vycpálek un ex-allenatore della Juventus) denuncia la Juve come il massimo esempio di doping sistematico nel calcio (non l’unico) con queste parole: “Io vorrei che il calcio uscisse dalle farmacie e dagli uffici finanziari e rimanesse soltanto sport e divertimento”. Da allora la bufera si abbatte sulla squadra più blasonata (ho sempre sognato di scrivere almeno una volta questo aggettivo da giornale sportivo) d’Italia coinvolgendo alcuni suoi simboli come l’allenatore Lippi (ahimè ora alla guida della nazionale ai Mondiali), Del Piero e Vialli. Quest’ultimo ammette di essere diventato dipendente dal Voltaren, un farmaco assunto all’inizio di ogni partita della stagione. In tutta questa storia d’Onofrio è il classico signor nessuno che il giorno prima ha la sua vita tranquilla, il lavoro al Gemelli di Roma e, qualche volta, la partita la domenica allo stadio, che viene incaricato di fare una perizia che accusa in modo inequivocabile i bianconeri (pare che nella farmacia della Juve ci fossero 280 sostanze proibite) e da quel giorno viene osteggiato come “il grande nemico” da mezza Italia pro-juventina (tra cui il potente giornalista Giorgio Tosatti figlio di Renato Tosatti, anche lui giornalista, morto nell’incidente aereo del 4 maggio del 1949 sulla collina di Superga insieme al Grande Torino), solo per aver fatto il suo lavoro e per non essersi fatto corrompere. La presentazione continua alla bar-sport del lunedì mattina, con gli sghignazzi del pubblico al racconto del grottesco processo molto simile a quello che conclude il film Febbre da Cavallo di Steno.

Ma come è finito il processo? Attualmente, dopo una sentenza di colpevolezza in primo grado e di assoluzione in appello si attende il giudizio della corte di Cassazione. Basta è il novantesimo minuto della presentazione e me ne vado a casa pensando all’integrità e all’onestà di quest’uomo come una qualità rara di questi tempi. Ho ancora la febbre e mi viene da paragonare d’Onofrio a uno dei centrocampisti attuali più forti e prolifici del calcio internazionale: l’inglese Frank Lampard che guiderà la nazionale inglese ad una coppa mondiale che le manca dal 1966. D’Onofrio non ha la sua stessa espressione spavalda da chi si sente il più forte, ma ha la stessa correttezza. Lampard, infatti, in questi ultimi tre anni è stato sempre presente a tutte le partite di campionato, coppa nazionale e coppa europea della sua squadra (il Chelsea di Londra), non solo perché non si è mai infortunato, ma perché non è mai stato espulso e non ha mai fatto nessun fallo da guadagnarsi un cartellino giallo. Corro con questo pensiero al piede verso casa gridando ad ogni curva l’impopolare: “Abbasso Lippi”. Anche quest’anno mi toccherà tifare per qualche scalcagnata nazionale africana.

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