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Cerami, Pasolini e il Grechetto a Hiroshima

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Milano ha dei grandi pregi: è ordinata e pulita, i mezzi pubblici passano davvero, dopo le otto di sera è anche silenziosa … persino in centro vicino al Duomo. È così silenziosa perché quella zona è la city italiana

Milano ha dei grandi pregi: è ordinata e pulita, i mezzi pubblici passano davvero, dopo le otto di sera è anche silenziosa … persino in centro vicino al Duomo. È così silenziosa perché quella zona è la city italiana, e quando si libera dai tacchini yuppie consulenti finanziari promoter broker eccetera eccetera, si riempie di popolo, quel popolo che oggi racconterebbe Pasolini, e non a caso Vincenzo Cerami inizia proprio da lì il suo numero e cioè da quando dopo aver ripetuto la prima media in una scuoletta privata di Ciampino, a causa della cecità dovuta alla difterite e per la sua timidezza-psicosi, finalmente arriva nella classe dove insegnava quel professore del nord che giocava bene a pallone. Uno degli aneddoti più coinvolgenti è quello del tema “una domenica in montagna” quando Cerami scopre l’emozione dello scrivere sentendosi “io e lui” e poter dire quello che voleva a tu per tu con il prof. Pasolini (qui sotto vedete allievo e professore in un’immagine dell’epoca).

Da quel momento in poi, una volta affascinato il pubblico, Cerami diventa mattatore con simpatia, ci racconta un sacco di cose e ci spiega del Borghese piccolo piccolo scritto con il linguaggio scialbo e sciatto di quello squallido protagonista. Ci dice che la capacità del narratore non è nel contenuto ma nel format e lo scoprì quando da piccolo raccontò una cosa eccezionale che gli era capitata, un uccellino si era posato sulla sua spalla e ci era rimasto per un po’, ma nessuno dei suoi aveva mostrato interesse. Ci dice che puoi raccontare qualsiasi cosa ma devi renderla credibile usando lo stupendo neoverbo inverare. Ci fa una bella lezione sulla comicità e spiega la differenza che corre fra il comico che ci nasce comico, che fa ridere perché è lui e nessun altro (ad esempio la maschera di Charlot, Petrolini, o Totò ecc.) e l’attore comico che deve essere un ottimo attore (ad esempio Troisi, Sordi o Proietti e così via) ma dipende dalla situazione più che dall’attore. Poi risolve la disputa su cosa è più importante per uno scrittore: l’ispirazione o il lavoro? Con una risposta secca: IL LAVORO! e si spinge fino a dire che Dante avrà avuto al massimo 5 minuti di ispirazione, poi l’ispirazione va via e rimane il lavoro, tanto lavoro. Infine si gloria di essere un narratore poliedrico che fa tante cose e non uno scrittore chiuso nel suo eremo con la sua lingua e le sue certezze, perché, aggiunge poi, quando si fanno tante cose non si ha bisogno di scrivere per vivere e così non scrivi quello che vuole il mercato ma fai quello che vuoi. Afferma che persino Dickens lanciava un occhio al mercato, con i suoi romanzi a puntate, più puntate più soldi.

Un breve inciso che vada a scusare il pubblico labbrapendente di cui ho fatto parte. La verità è che, essendo inagibile per pioggia il mitico giardino, eravamo istupiditi e intimoriti dal luogo: l’inquietante “sala del Grechetto” al primo piano della biblioteca Sormani. Quando ti siedi sei circondato da animali di tutti i generi su sfondo nero silvestre che ti osservano e sembrano giudicarti, accompagnati da un altrettanto inquietante uomo seminudo forse angelo o diavolo o eunuco che suona il violino, ma io purtroppo non mi concentro e sfuggo all’ipnosi a causa di due fattori: alla mia sinistra c’è un gallo che inequivocabilmente sta per trombarsi una gallina sotto lo sguardo invidioso di un cervo cornutissimo, inoltre sotto quella scena c’è seduta la ragazza in pantaloncini corti che mi aveva guidato all’entrata e della quale non è difficile innamorarsi. E improvvisamente mi assale una grande tristezza, vuoi a causa della ineluttabile distanza tra le chance del gallo e le mie, vuoi anche perché mi viene da piangere davvero. Rifletto che quel popolo sfigato e triste e povero e derelitto, che ci consente di scrivere e inventare qualcosa da scrivere, rimane sempre fuori dai nostri salotti. E ripenso a Pasolini quando seppi che era stato ammazzato – e l’unica magra consolazione era che fosse morto secondo un suo copione: ucciso da uno del popolo in un luogo del suo popolo – e già da allora sapevo che nessuno avrebbe più scritto di loro, nessuno con la sua poesia e il suo amore incondizionato. E allora penso che bello se Pasolini fosse vissuto e poi morto a Hiroshima, oggi forse sapremmo qualcosa di tutta quella gente che per noi è solo un numero di morti, è veramente buffo e surreale che Hiroshima può essere raccontata solo da chi non c’era. Ad accrescere il mio senso di melensa e languida angoscia ci si mette anche il palazzo di giustizia lì accanto, dove idioti e creduloni pensavamo di cambiare la nostra italietta con i girotondi e tirando le monetine ai corrotti.
Ringrazio Cerami e Pasolini, ringrazio il popolo migrante e Hiroshima che ci danno la voglia di vivere e raccontare.
Chiudo con l’aneddoto esilarante di una recita dell’Otello di Shakespeare dove l’attore che interpreta Iago non ricorda cosa rispondere ad Otello, che gli dice puntandogli il dito “perché l’hai fatto?” e qui si instaura una pantomima di incessanti ed infruttosi tentativi di suggerimento della battuta “per mera lascivia”. Cerami recita la scena in modo estremamente divertente, fino al finale quando Iago, incalzato da un Otello sempre più minaccioso e inseguito da tutta la troupe che continua a suggerire, si rivolge al pubblico e dice “per me era la scimmia”.

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