L’ironia disarmante di un cantore in nero

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Non declama, non gesticola, non si trastulla con gli occhiali, non modula la voce su tonalità carezzevoli per seduzioni da cabaret: Mark Strand legge le sue poesie con la compostezza di chi sta trasmettendo ad altri un pensiero normale, proprio della quotidianità.

Non declama, non gesticola, non si trastulla con gli occhiali, non modula la voce su tonalità carezzevoli per seduzioni da cabaret: Mark Strand legge le sue poesie con la compostezza di chi sta trasmettendo ad altri un pensiero normale, proprio della quotidianità. Certo, è una lettura che restituisce la musica di versi costruiti nel rigoroso rispetto della metrica, e le parole si legano alle parole in una sequenza che sembra canto. E già questo ci seduce; e ci affascina la figura sobria del poeta, la stanza bianca dal soffitto con le travi a vista che ci accoglie, e il piccolo tavolo, posto sopra un palco, dal quale Strand e il suo traduttore ci stanno intrattenendo (ci troviamo nella Casa del Popolo di Maccarese, l’incontro col poeta è stato organizzato dalla Biblioteca Gino Pallotta di Fregene). Ma è quando Damiano Abeni comincia a tradurre, che quel pensiero “normale” assume i caratteri spinosi di un messaggio che disturba, che scortica la sensazione di piacere e ci mette a disagio: “Non la platea di pietre/ né il vento che applaude/ ti faranno capire che sei arrivato… ogni attimo è un posto dove non sei mai stato… Il presente è sempre buio. Le sue mappe sono nere… e l’erba nera sostiene stelle nere…”.

L’applauso parte dopo qualche istante di sospensione mentre l’immagine di stelle infilzate sopra lunghi chiodi neri fatica a lasciare la nostra mente.
Il poeta non si lascia distrarre, sfoglia il libro che ha tra le mani e ricomincia a leggere:
“I lie in bed./ I toss all night/ in the cold unruffled deep/ of my sheets and cannot sleep…”. “…Tutti quelli che si sono venduti vogliono ricomprarsi… il futuro non è più quello di una volta. Le tombe sono pronte. I morti erediteranno i morti”.
Solleva gli occhi dal libro, guarda verso la platea. Lo guardiamo di rimando: è un bell’uomo, ha i capelli grigi e la fronte ampia, e un sorriso che gli rischiara il volto quando, parlando, scattano in lui guizzi d’ironia. Un’ironia che sembra irridere il pessimismo di cui sono intrisi i suoi versi, le coordinate d’un sentire che non può prescindere dagli orrori dell’epoca in cui viviamo. Torna a chinare gli occhi sul libro e, lentamente, dalle sue labbra si materializza l’immagine di un vicino che indossa una maschera con becco d’uccello, e una piuma viola tinge di viola l’atmosfera intorno a noi mentre ruderi di luna, e lacerti di spuma, e specchi dorati sorgono dalle sue parole insieme a occasioni perdute che contengono in sé il rimpianto d’un passato irrimediabilmente trascorso di cui non si è riusciti a cogliere il meglio.
Citando un verso di Montale in forma di domanda, una donna gli chiede:
“Svanire, dunque, è la ventura delle venture?”.
“Yes” risponde; secco, categorico, eppure sorridente di quel sorriso luminoso che, nel tremendo dell’affermazione appena compiuta, ritaglia un contorno fatuo (e dà ad essa un senso ancora più terribile e, nello stesso tempo, quel tanto di levità che rende la vita comunque accettabile, e quindi vivibile, e quindi possibile da attraversare pur nella consapevolezza di quello scuro abissale ai margini della tomba).
“Se ci pensate” continua “quella del nascere è la più improbabile delle possibilità: frutto di un’unica combinazione tra migliaia. Ma gli uomini non si accontentano, sono così avidi che nel momento in cui nascono vogliono subito avere di più, e per questo hanno inventato il Paradiso”.
Nella sala si leva un mormorio, un uomo gli chiede se è sempre così pessimista. Ride: “Sono pessimista, è vero. Ma vi assicuro che in realtà, quando scrivo, non intendo, non voglio esserlo. Comincio sempre da un’idea leggera, divertente, poi prendo a lavorarci sopra, e ci lavoro tanto, lì da solo nella mia stanza, ma così tanto che, alla fine, quello scritto diventa una cosa molto oscura, molto profonda…” si ferma, poi, quasi a giustificarsi: “Succede a quelli che stanno molto tempo soli”.

Il pubblico ride e applaude, lui riprende a leggere. Adesso ha voce bassa, cantilenante, tiene il microfono accostato alle labbra e, mano a mano che parla, la sua voce diventa più rauca, si fa sussurro, una specie di singhiozzo, un mormorio che ogni tanto si alza di volume per subito riabbassarsi in una scansione delle parole sempre più lenta, modulata sui toni del basso. Il sole del pomeriggio entra da una delle finestre laterali e batte obliquo sui capelli di una ragazza che ascolta e vivacemente annuisce. “The man, the camel…” sta intanto dicendo Strand, e un uomo e un cammello si materializzano nella stanza, avanzano insieme cantando, e al poeta che li osserva sembrano l’immagine ideale di una coppia fuori dal comune; avanzano insieme fin quasi a sparire, poi, d’improvviso, tornano indietro, si fermano davanti all’uomo che li ha pensati “immagine ideale” e fissandolo con occhi piccoli e lucenti: “Hai rovinato tutto” dicono. E se ne vanno.
Ci chiediamo perché. Forse lo sguardo di chi osserva contamina la perfezione di un’immagine? Ci piacerebbe restare con questo dubbio e continuare a credere che il rimprovero: “Hai rovinato tutto” dipende appunto da un azzardo dell’osservatore. Qualcuno, però, chiede spiegazioni, e Strand, dopo aver premesso che non bisogna mai fidarsi dei poeti quando cercano di spiegare le proprie poesie, dice: “E’ come se l’uomo e il cammello si fossero accorti che lui li ha trasformati in una generalizzazione, così tornano indietro e lo rimproverano. Insomma, è uno dei casi in cui una poesia accusa il poeta di aver fatto un errore”. Sorride, e il pubblico con lui. A noi piace restare saldi nell’intuizione iniziale e dunque – condividiamo – è meglio non fidarsi di un poeta che cerca di spiegare la propria opera.
Una donna vestita di rosso gli chiede se ha mai scritto poesie d’amore. Lui risponde senza la mediazione di Abeni in un italiano incerto: “Ho scritto… sette… poesie d’amore”. Sfoglia qualche pagina del libro che ha per le mani, si ferma, solleva gli occhi verso il pubblico: “Questa è una poesia d’amore” dice “…triste”. Tutti ridono, anche lui, poi legge: “Mare nero” e ancora si ride, poi le parole incalzano e Abeni traduce svelto: “Le onde buie dei capelli che si fondevano col mare… e il buio si fece desiderio…. Perché credetti che saresti dovuta uscire dal nulla…?”.
“E’ bellissima” dicono le signore. Poi: “Ma non c’è mai la gioia nelle sue poesie?”.
Risponde: “Difficilmente la gioia diventa oggetto di poesia, perché non è facile parlare di quello che non si ha o non si perde. Conoscete un poeta la cui opera sia gioiosa? Io no. L’argomento “gioia”, quando entra in una poesia, riguarda un sentimento che è finito, che è passato, dunque triste…”.
“La sua poesia è molto musicale” dice un altro “è molto ritmata. C’è il rischio che questa ricerca del ritmo possa andare a danno dei concetti?”.
“La musica ci deve essere, perché la poesia deve dare piacere, e questo piacere, che spesso non dipende dal contenuto, è determinato proprio dalla musicalità dei versi, che sono belli al di là del loro significato” e siccome s’accorge che non sono in molti ad aver capito, spiega: “Quante volte, davanti al quadro che rappresenta un crocifisso, si dice che è un bel dipinto, e questo a prescindere dal dolore di ciò che è raffigurato. Il compito del poeta è quello di trasformare la perdita in qualcosa che rimane, di trasmettere questo senso di perdita senza che chi legge ne abbia sperimentato in prima persona tutta la pena”.

Adesso le domande del pubblico incalzano:
“Come si concilia il pessimismo dei poeti americani con l’ottimismo che ostenta il popolo americano?”.
“Dalla seconda guerra mondiale in poi le cose in America sono cambiate, gli Stati Uniti sono entrati in una guerra dopo l’altra perdendo la loro identità. Stanno diventando una nazione povera, è la fine dell’Impero, gli anziani non hanno assistenza sanitaria, ci sono sempre più poveri, molti bambini non vengono vaccinati. Gli Stati Uniti non hanno imparato nulla dal Vietnam e stanno commettendo sempre gli stessi errori”.
“Cosa possono fare i poeti per far sì che questa “Babilonia felice” torni sui suoi passi?”.
“Molto poco. Perché nessuno li legge, i poeti, e dunque nessuno li ascolta. Fondamentalmente sono dei cittadini, cercano di votare per le persone che politicamente fanno un lavoro migliore, scrivono petizioni e protestano circa l’operato del governo”.
“La sua visione del futuro, rispetto agli anni Settanta in cui scriveva le poesie sul Vietnam, è sempre così pessimistica o è cambiato qualcosa?”.
Indugia un attimo prima di rispondere, poi: “E’ più scura”. Volge intorno gli occhi, sorride ancora. E d’improvviso il pubblico tace.
Mark Strand si alza, l’incontro è finito.
Ci avviciniamo a lui. Ha un sorriso per tutti e una stretta di mano. E mantiene quella compostezza di figura che ce lo ha reso simpatico al vederlo. Vorremmo chiederglielo, allora, a chi sono dirette le sue poesie, visto che le loro voci rimangono inascoltate. Per chi scrive? A chi pensa quando scrive? Cosa pensa? E’ un’emozione quella che dà l’avvio al suo gioco di parole? Ma gli altri gli si affollano intorno e a noi non resta che tendergli la mano e porgergli il libro sul quale, con grafia tremula, scrive: Mark Strand.

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