In vino veritas?

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“Nessuna poesia scritta da bevitori d’acqua può piacere o vivere a lungo. Da quando Bacco ha arruolato poeti tra i suoi Satiri e Fauni, le dolci Muse san sempre di vino al mattino”.

Parole di Orazio. Se l’autore latino aveva ragione, chissà quanti aspiranti poeti hanno fatto una capatina a Spoleto. Da venerdì 2 a domenica 4 giugno la città umbra ha ospitato la manifestazione Vini nel mondo, organizzata da Meet Eventi per il secondo anno, un vero e proprio omaggio al dio Bacco con trentamila bottiglie stappate provenienti da 250 cantine italiane. Qui l’amante del Tavernello non è ben accetto. Ulteriore idea per attrarre il pubblico del sabato sera: la notte bianca del vino. Smaltire parzialmente l’alcool saltellando sotto uno dei tre palchi destinati alle performance musicali di diversi artisti che si alternano fino all’alba. Oppure tornare sobrio tutto d’un colpo con lo scontrino in mano di fronte alla cassa di uno dei tanti negozi che per l’occasione hanno deciso di rimanere aperti. Insieme ai punti di ristoro e, ovviamente, ai locali.

Il programma delle tre giornate è fitto ed inizia dalla mattina – compreso il primo brindisi, davvero difficile da mandar giù alle 10:30. Alle varie degustazioni guidate si affiancano diversi convegni: sui vitigni autoctoni e i vini d’artigianato, o sul futuro della produzione nostrana in giro per il mondo. Irresistibile quello intitolato “vino e seduzione”. Una sorta di talk show condotto da Massimo Giletti che coordina tra autorevoli personaggi anche Renato Balestra, stilista, e Iva Zanicchi, cantante/opinionista. Così è stata presentata. Ma poteva andare molto peggio. L’anno scorso c’era Bruno Vespa a condurre.

Si parte da Piazza Garibaldi, appena superate le mura che circondano il centro storico. Al centro-informazioni sono esposti i prezzi: 10 euro a persona per avere libero accesso agli stands, con relativa libera degustazione, 30 per la degustazione guidata, e 150 per la cena- degustazione. Contano sul fatto che verso sera l’alcool abbia già fatto effetto. Quindi si mette al collo una sacchetta rossa corredata di bicchiere da vino – che si deve proteggere come fosse il Santo Graal – e cartina del percorso. Al polso va applicata una striscetta adesiva da mostrare all’ingresso di ogni sito. Diventerà un’ossessione, tanto che alla fine viene automatico il gesto di scoprire il polso anche quando non richiesto, in una sorta di misterioso saluto massonico. Non ci si può sbagliare sulla strada: basta seguire i grappoli dorati appesi sulle insegne dei negozi per capire dove andare, come Alice segue il suo Bianconiglio per arrivare al Paese delle Meraviglie. Prima tappa: chiesetta di Ss. Stefano e Tommaso. Ovvio che il primo spazio fosse dedicato interamente alle cantine della zona. E infatti il Montefalco la fa da padrone, in tutte le sue varianti. Primo incontro ravvicinato con i sommelier. Eleganti, raffinati, dietro ai banchetti si muovono con disinvoltura, a dispetto di chi cerca di capire qual è la differenza tra un’etichetta e l’altra. “Un Montefalco rosso D.O.C. del 2004 o un Sagrantino D.O.C.G. Di quest’anno?”. In realtà sembrano tutti uguali. All’inizio si ascolta con attenzione la descrizione, e si ha l’impressione di aver trovato quei poeti inseparabili dal vino di cui parla Orazio. Alcuni creano delle meraviglie letterarie: “…la sua fragrante morbidezza esplode sul palato, in un crescendo di sensazioni piacevoli e stimolanti…”, “… gusto nobile ed elegante, snello di corpo, giustamente vivace”. Giustamente vivace? Certo alcune descrizioni sono bizzarre, altre inquietanti, come il rosso che mostra in bocca “tannini muscolosi”. Ed è difficile per chi non è esperto capire perchè insistano tanto nel “retrogusto di crosta di pane”, come se si dovesse essere entusiasti di ciò. Comunque, i primi assaggi sono effettivamente gustosi, ma dopo la terza o quarta degustazione i sapori cominciano a mischiarsi un po’ tutti, proprio mentre si arrivava a comprendere il senso di “manto vellutato”. E questa non è l’unica conseguenza del terzo bicchiere. Come arrivare all’ultimo stand? Per fortuna gli altri sono lontani dal primo, l’aria fresca fa il suo dovere. Si sale su per Corso Garibaldi per raggiungere il Chiostro San Nicolò. E poi salendo ancora, e ancora, e ancora – salite durissime anche solo dopo un bicchiere, figuriamoci dopo molti – si giunge agli altri stands: a Piazza Duomo passando per la meravigliosa Terrazza Frau e al Palazzo Leti Sansi. C’è ampia possibilità di scelta: il “nobile ed elegante” Chardonnay, l’“asciutto e aromatico” Pinot grigio, l’“etereo e fine” Cabernet Franc. Certo, dal momento che il Sauvignon si abbina così bene con l’aragosta, è un peccato che offrano solo pezzetti di pane tra un vino e l’altro. Incuriosisce la forte presenza femminile tra i sommelier. Lorella ha ultimato il terzo livello del corso regionale tre anni fa, inseguendo un sogno che aveva da bambina mentre scorazzava nella cantina di casa. “Sono tante le donne che hanno scelto questo mestiere – spiega -, e sono in continuo aumento. Ormai saranno il 30%.”. Si rimane poi incantati dalle spiegazioni di Roberto, sommelier per hobby da quattro anni. Si applica per far comprendere la differenza tra “scaraffare” il vino e il farlo “decantare”, procedimenti che spesso vengono confusi: “nel primo caso si tratta di far ossigenare il vino, nel secondo di eliminare i sedimenti”. Quindi ammonisce chi tracanna tutto d’un fiato il bicchiere: “il vino va gustato a sorsetti, come la vita, altrimenti si perde il meglio. Gli odori e i sapori”. Sembra che non molti intorno seguano il suo consiglio. La gente – che è corsa in massa a questa iniziativa – si divide in due categorie: quelli che prendono il bicchiere dallo stelo, e quelli che lasciano le ditate sul calice: gli esperti – o presunti tali – e i profani. Sono comunque molti i curiosi che si aggirano tra i banchi: Laura ad esempio viene da L’Aquila con un gruppo di amici per gustare i vini: “non posso certo definirmi un’appassionata della materia, ma si può sempre imparare qualcosa”. Già, ma imparando qualcosa di qua e imparando qualcosa di là si arriva a bere qualche bicchierino di troppo. Considerando poi che molti sono venuti da fuori Spoleto, addirittura da Roma, viene da chiedersi se l’organizzazione abbia pensato di adibire uno stand per calcolare la percentuale di alcool nel sangue. Così, tanto per evitare nel migliore dei casi il ritiro della patente al primo bivio fuori città. La risposta è chiara già dall’espressione che fa Marco, al punto-informazione di Piazza della Libertà. “No, non ci abbiamo proprio pensato – ammette -. E comunque non credo si farà mai, è controproducente”. In vino veritas. Si viene presi dalla voglia di fare i bravi cittadini, così si pone la stessa domanda alla polizia municipale. Stessa espressione smarrita. Addirittura non sanno neanche se la centrale è attrezzata per fare questo tipo di controllo. E in ogni caso non c’è nessuno in grado di farlo, “chissà, forse il tenente…”. Bene, a questo punto la coscienza è davvero a posto.

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