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Gordimer, Irving, Santacroce: quando parla la letteratura

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Nelle ultime tre settimane ho seguito le conferenze organizzate dal Comune di Roma in occasione della 5˚ edizione del Festival Internazionale di Roma nella Casa delle Letterature.

Nelle ultime tre settimane ho seguito le conferenze organizzate dal Comune di Roma in occasione della 5˚ edizione del Festival Internazionale di Roma nella Casa delle Letterature. Nel complesso borrominiano dell’ex Oratorio dei Filippini a piazza dell’Orologio sono stati invitati alcuni tra i più grandi nomi della letteratura italiana e internazionale, così armata di blocco e macchinetta fotografica mi sono confusa tra giornalisti e fotografi per raccogliere gli interventi degli ospiti. Il tema proposto agli scrittori è “naturale-artificiale” un ossimoro dalle complesse relazioni: perché artificiale non è solo ciò che non è naturale ma è anche l’uso dell’arte, l’abilità dell’operare, dell’eseguire un’opera d’arte, di scrivere un testo letterario.

Il piano conferenze stampa si apre il 17 maggio con un grande nome internazionale: John Irving allievo di scrittura creativa di Kurt Vonnegut, diventato fenomeno letterario negli Stati Uniti con Il mondo secondo Garppubblicato nel 1978 e vincitore dell’Oscar nel 2000, per la migliore sceneggiatura con Le regole della casa del Sidro.
Riesco a sedermi in prima fila, sistemo il mio registratore sul tavolo degli ospiti della sala conferenza e mi metto seduta. C’è molta agitazione intorno, i tecnici sistemano le telecamere in fondo alla sala, giornalisti e fotografi si scambiano informazioni circa la serata d’apertura che si terrà sul palcoscenico della Basilica di Massenzio.
All’ingresso mi hanno consegnato la cartella stampa così durante l’attesa scorro velocemente sulla biografia dello scrittore.
Un gran vociare mi fa capire che John Irving è arrivato, è un uomo molto affascinante con un fisico palestrato e abbronzato. Riapro la mia cartellina e controllo la data di nascita, un rapido calcolo… e cavolo come se li porta bene i suoi sessantaquattro anni! Questi incontri iniziano proprio a piacermi!
Presenta e coordina l’incontro la padrona di casa: Maria Ida Gaeta che rompe il ghiaccio chiedendo all’ospite se questa sia la prima volta che si trova a Roma. Le domande e le curiosità dei giornalisti si alternano a racconti di episodi vissuti da Irving. E’ anche un uomo molto spiritoso perché ai suoi racconti tutta la sala scoppia a ridere, inclusa la traduttrice simultanea che ha le lacrime agli occhi.
Di John Irving mi ha colpito il carattere della sua scrittura : “Amo mettere una distanza emotiva tra me e gli eventi, è una sorta di telescopio che mi aiuta a scegliere ricordi e ossessioni. Ci metto molto tempo a digerire le cose, per esempio, prima di descrivere la guerra del Vietnam ho fatto trascorrere circa vent’anni per potermi allontanare il più possibile dall’avvenimento. Il passare del tempo per la mia narrativa è quasi un altro personaggio. Subito e oggi, però, il personaggio rimane sempre lo stesso perché quella voce la senti, la fai tua. Gran parte della mia pazienza nello scrivere deriva anche dalla passione che ho coltivato per lunghissimi anni nella mia vita: la lotta libera. È una disciplina che richiede moltissima attenzione nei dettagli, nella ripetizione e nella costanza. Il mio asso nella manica sta proprio in questo: scrivere e riscrivere”.

Mercoledì 24 maggio. Sono seduta ancora una volta al solito primo posto della prima fila della Sala Conferenze della Casa delle Letterature. L’ospite di oggi è Isabella Santacroce: la più discussa, ambigua, dolce, infernale protagonista femminile del panorama della letteratura contemporanea italiana. “Un’autrice passata attraverso gli scogli di un genere fittizio come il pulp, attraverso l’imbarazzante sensazione di non crescere mai, di restare a vita la giovane autrice maledetta”, come l’ha definita Niccolò Ammaniti.
Esordisce sulla scena letteraria con Fluo, Storie di giovani a Riccione a cui seguono Destroy e Luminal che chiudono la trilogia dello spavento.
Ammetto di essere molto incuriosita da questo personaggio soprattutto per la sua scrittura che lei stessa definisce “del puro sentire” perchè tende ad avvicinarsi al ritmo musicale.
In occasione della 5˚ edizione del Festival ha scritto un testo inedito che verrà cantato da Gianna Nannini. Tutti i giornalisti della sala attendono per avere anticipazioni del testo in questione.
La “dark lady” della narrativa arriva accompagnata dalla regista del suo video, Rosangela Betti, e prima di sedersi sottolinea più volte di non voler essere fotografata, scatenando così la rabbia dei fotografi presenti che preferiscono lasciare la sala. Ma lei si difende affermando: “Sono una scrittrice non una modella!”
Isabella è una bellezza senza veli, gran parte del viso è nascosto da occhialoni scuri che tiene per tutta la durata dell’incontro. Presenta una sua personale interpretazione delle complesse relazioni fra ciò che è naturale e artificiale: “Sinceramente non so che differenza ci sia tra artificiale e naturale, a volte mi sembrano la stessa cosa. Per fortuna sono una persona molto confusa. Artificiale è quando riesci ad essere invulnerabile, con un cuore d’acciaio animato da una anestesia che non fa soffrire. Naturale invece si riferisce alla fragilità del corpo, del sangue, della mente; e l’avere tutta questa carne addosso fa soffrire”.
Intanto i giornalisti sono molto curiosi del testo che verrà presentato per il Festival e cercano di strappare alla scrittrice qualche anticipazione: “Per me il legame con la musica è stato sempre molto importante, è una droga potente. C’è sempre stata la musica nella mia vita, fin da piccola con mio padre che collezionava tanti dischi. Suono il pianoforte e l’organo liturgico e anche i canti durante la messa hanno influito molto nella mia crescita. Oltre al testo, che sarà il cuore della serata, ho raccolto dei microfilm fatti da me con il cellulare in cui uso il mio corpo per esprimere l’ossessione che ho di me stessa e queste immagini-video verranno proiettate durante l’esibizione.
Nel momento in cui scrivo delle parole lo percepisco come momento intimo, ma poi c’è un secondo momento in cui queste parole vengono dette da altri, quindi sono importanti per altri. Mi piace quando rubano le mie frasi. Per me è una conferma”.
L’incontro è stato anche occasione per chiedere a Isabella se le storie che racconta nei suoi libri siano state realmente vissute: “Trovo assurdo quando gli scrittori raccontano di cose che non sanno. Non mi piace l’immaginazione, preferisco trasformare quello che vedo: creare un immaginario dove però hai anche vissuto. I miei libri nascono da quello che sto vivendo, prendo le cose che mi piacciono: il buio, l’odore del mare o la solitudine. Ritengo di conoscere già troppo per quello che ho vissuto, ma se si è veloci e non si ha paura in un anno si può arrivare a ricoprire l’esperienza di ottant’anni. Quello che è scritto nei miei libri lo so a memoria e poi lo dimentico a memoria”.
Ecco il dolce demone che appare nelle fotografie che per un’ora ha trascinato giornalisti e appassionati nel regno della follia nella sua dimensione di “coma vigile”.

Lunedì 29 maggio. Oggi sono arrivata all’incontro con largo anticipo, volevo essere ancora una volta la “prima della classe”. La Sala è completamente piena, ci sono più telecamere del solito e i giornalisti sono più agitati del solito.
L’ospite: Nadine Gordimer scrittrice sudafricana impegnata nella lotta contro l’apartheid, Premio Nobel nel 1991.
Viene presentata come una delle grandi voci della letteratura mondiale, particolarmente importante per la sua proposta politica-civile legata ad una piacevole narrativa.
Nadine Gordimer apre l’incontro spiegando come in tutti i suoi libri ha sempre cercato di filtrare la realtà del Sudafrica attraverso la psicologia di diverse vite umane a confronto. Dice di aver affrontato i temi che più l’hanno appassionata: “Non è vero che c’è un tempo per vivere e un tempo per scrivere, ci sono nazioni, periodi storici, situazioni politiche in cui la letteratura ferisce chi la fa e chi la legge”.
Gli interventi dei giornalisti hanno aperto il tema della situazione di oggi del Sudafrica e Nadine Gordimer è riuscita in modo semplice a darci una fotografia che lei stessa ha impresso nel cuore: “Ho visto uscire dalle scuole bambini bianchi insieme a bambini neri, li ho visti giocare, cantare, litigare. È così che dovrebbero crescere tutti i bambini. Questo è il futuro che mi auguro per la salvezza del mio paese”.
Per quanto riguarda il tema che anima il Festival “naturale-artificiale” la Gordimer ha spiegato che lo ha sviluppato con un testo che non riguarda direttamente il Sudafrica, ma ha voluto raccontare la storia di una donna frivola che emigra in Africa, riuscendo così a far trasparire con una ricerca sotterranea il modo in cui ognuno di noi giudica l’altro.
Un altro interessante intervento è stato quando si è parlato della rinascita artistica del Sudafrica: “Non sono così certa che ci sia una fioritura senza antecedenti in Africa. Il vero problema è che non esistono riviste letterarie; infatti le Università non hanno abbastanza fondi e i giovani scrittori non hanno dove pubblicare. Negli ultimi anni sono sorte due attività editoriali con l’intento di pubblicare nella miriade di lingue africane. Però questo porta al problema dell’analfabetismo. Per quanto riguarda la musica c’è stata una grande esplosione che ha portato le note sudafricane nei quattro angoli della Terra. Lo stesso è successo con il cinema”.
L’immagine che la stessa scrittrice ha dipinto del suo modo di fare scrittura ha concluso l’incontro: “Quando scrivo mi rendo conto di avere una grandissima libertà, così sono riuscita a far emergere i problemi del mio paese, del mio popolo: ho affondato la mia mano nella società per riportare la verità negli scritti”.

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