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Quello che le donne dicono: Volver a Cannes

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Madri, sorelle o figlie. Colpevoli o innocenti, fragili o forti, non ha importanza. Perché ciò che conta è che siano indiscutibilmente loro le protagoniste. Donne

Madri, sorelle o figlie. Colpevoli o innocenti, fragili o forti, non ha importanza. Perché ciò che conta è che siano indiscutibilmente loro le protagoniste. Donne.
Questo è il mondo raccontato da Pedro Almodovar nel suo ultimo film, Volver, che ha fatto incetta di premi al Festival di Cannes. Ha vinto per la migliore sceneggiatura, mentre Penelope Cruz, Carmen Maura e le altre interpreti del suo film (Lola Duenas, Bianca Portillo e la giovanissima Yohana Cobo) hanno vinto il premio per la migliore interpretazione femminile.
Il regista spagnolo dipinge alternando tinte forti e delicate una piccola società tutta al femminile in cui gli uomini sono figure deboli o del tutto assenti. Dolcezza, coraggio, altruismo, solidarietà: queste le caratteristiche che spiccano. E, forse esagerando un po’, arriva a sostenere che “le donne hanno l’intelligenza, le emozioni, il sorriso. Gli uomini no”. Ma loro, le dirette interessate, come si vedono? E come si raccontano? Sono molte le produzioni artistiche degli ultimi tempi costruite intorno alla figura femminile. Donne che parlano di donne.

Un paio di esempi su tutti: il primo lavoro teatrale di Cristina Comencini, Due partite, e quello di Paola Cortellesi (nella foto qui accanto), Gli ultimi saranno ultimi. Il bilancio delle vite di due generazioni, madri negli anni ’60 e figlie oggi, e la difficoltà della maternità affrontata con l’incognita di un lavoro precario. C’è persino un musical interamente dedicato alla menopausa. Torna in mente quel lampadario assemblato con venticinquemila assorbenti interni – enorme monumento al ciclo mestruale – esposto alla Biennale di Venezia lo scorso giugno. E se è vero che l’arte ha il segno della realtà in cui si vive, allora è lecito pensare che siamo di fronte ad un nuovo fenomeno culturale intorno alla questione femminile.
Dunque, la domanda è: si sta assistendo ad una rivitalizzazione del fenomeno femminista? O c’è piuttosto una continuità con il passato, pur tenendo sempre fede alle problematiche contemporanee? “Si è passati attraverso diverse fasi”, spiega Maria Pia Fusco, giornalista del quotidiano “La Repubblica” e che da sempre si occupa di cinema: “la prima si è avuta negli anni ’70, ed era legata alle istanze del movimento femminista. Era il momento della rabbia, e la produzione artistica dell’epoca rifletteva questo stato d’animo. Basti pensare a film come Io sono mia, di Sofia Scandurra. Anche la letteratura ha fatto la sua parte. Un esempio? Erica Jong, che si è fatta portatrice di temi come l’emancipazione sessuale.”. Ci si prendeva troppo sul serio. Ma con il passare degli anni le cose sono cambiate. “Una volta ottenuti almeno in parte i riconoscimenti richiesti – prosegue la giornalista – l’ironia ha fatto la sua comparsa. Nelle varie forme di spettacolo si è continuato ad usare questa potente arma come personale autocritica. E Lella Costa è solo una delle tante attrici che racconta in maniera divertente il rapporto con l’altro sesso”. “E per fortuna si è smesso di produrre film tanto brutti come quello della Scandurra”, afferma la scrittrice Lidia Ravera, che rivendica la necessaria separazione tra arte e qualunque tipo di movimento, compreso quello femminista. “Un film – prosegue – non deve essere portatore di messaggi, così come non lo deve essere un libro. Dopo di che lo scrittore intelligente non può prescindere dalla propria visione del mondo. E questa è segnata dal femminismo se è donna, e dalla ‘tragedia della fine del patriarcato’ se è uomo”.
Insomma, il tempo in cui si presentavano ‘sesso debole’ e ‘sesso forte’ come entità contrapposte sembra davvero superato, e anche se in forme diverse da quelle iniziali la rappresentanza artistica femminile non ha mai smesso di far sentire la propria voce. All’immagine della donna che rivendica con forza i diritti sul proprio corpo se ne è però via via sovrapposta una dai contorni più incerti, alla continua ricerca di identità.
E ai film-manifesto del femminismo, fedeli ai toni accesi delle manifestazioni, si è sostituita una produzione femminile dai toni più sommessi, che meglio si adatta a rappresentare un periodo di riflessione piuttosto che di rivendicazione. C’è voglia di confronto con le generazioni passate, nel tentativo di capire se ieri – pur con molte libertà negate – le donne fossero più serene di oggi, madri mancate dedite solo al lavoro.

Contemporaneamente si assiste all’appropriazione di un linguaggio crudo della sessualità, ben rappresentato da una nota serie televisiva, Sex and the city (qui accanto, una delle interpreti). “E pensare che ai tempi della rivoluzione sessuale si parlava ancora innocentemente di ‘farfallina’”, scherza Maria Pia Fusco, la quale così mette in guardia da facili conclusioni: “non bisogna però farsi trarre in inganno da questa libertà di espressione o di azione. Non siamo di fronte ad una figura forte e decisa; la protagonista becca comunque delle ‘tranvate’ scegliendo sempre l’uomo sbagliato. E’ questo l’equilibrio che si cercava?”.
Il fatto è che il movimento degli anni Settanta si inseriva in un determinato contesto, in cui era predominante la voglia di cambiare il mondo. Oggi la donna invece è chiusa in se stessa, e privata di spazi in cui confrontarsi con le altre. E non ha tutti i torti Valeria Milillo, una delle attrici che portano in scena lo spettacolo della Comencini, per cui “non esiste più un luogo dove discutere dei nostri problemi, come avveniva ai tempi del femminismo. Forse il teatro è l’ultimo luogo di discussione rimasto”. E invece ci sarebbe davvero bisogno di parlare, confrontarsi, riflettere. Quello che non si dovrebbe fare è rinchiudersi in manifestazioni tutte al femminile, “perchè – fa notare la Ravera – è un modo per attestare una separazione e di precludere il dialogo”. Alla fine il rischio è di creare un ghetto con il solo risultato di respingere un pubblico più variamente composto. A volte però è l’unico modo per esprimere la creatività dell’’altra metà del cielo’, che spesso non trova ospitalità in luoghi – come Hollywood – in cui sussiste ancora il predominio maschile. E’ raro vedere un personaggio femminile definito indipendentemente da una storia d’amore. Tutt’al più indossa i panni di eroi assumendo atteggiamenti e movenze mascoline. Un tipico esempio è ciò che fa Tarantino in Kill Bill.
Osservando le opere del ‘gentile sesso’ non si può fare a meno di interrogarsi sull’esistenza di una comune espressività femminile. “Lo sguardo che ha sul mondo una donna – osserva Lidia Ravera – è necessariamente differente da quello maschile, anche se il mondo tende a non accorgersene. Sono le esperienze e il corpo sessuato a fare le differenze. Non sono dunque né migliori né peggiori dell’altro sesso. Ma questo – sottolinea – non significa affatto che vi sia un unico stile di genere; le scrittrici si esprimono in modi diversissimi tra loro”.
Le donne hanno scritto di uomini e viceversa, anche se da un’altra prospettiva. “Ma un diverso punto di vista non fa certo dire delle sciocchezze – specifica la scrittrice -: Flaubert e Balzac hanno creato dei personaggi femminili straordinari”. E dunque: Almodovar, che tratteggia la femminilità con una sensibilità fuori del comune, probabilmente meglio di come farebbe una donna stessa. Che la soluzione all’instabilità moderna sia proprio questa? Parlare, confrontarsi, riflettere. Ma non rinunciando a passare per sguardi diversi.

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